Un autore caparbio

Un autore il quale ha scritto un unico lavoro teatrale che non doveva essere messo in scena se non un’unica volta in quello che a suo giudizio era il miglior teatro al mondo e soltanto da colui che, sempre a suo giudizio, era il miglior regista del mondo e soltanto da quelli che, sempre a suo giudizio, erano i migliori attori del mondo, si era appostato, già prima che si alzasse il sipario per la première, nel punto della galleria più adatto alla bisogna ma assolutamente invisibile al pubblico, e aveva puntato la sua mitragliatrice, espressamente fabbricata a questo scopo dalla casa svizzera Vetterli, e dopo che si era alzato il sipario aveva sparato un colpo immancabilmente mortale in testa a quello spettatore che a suo giudizio rideva nel momento sbagliato. Alla fine della rappresentazione erano seduti in teatro soltanto spettatori da lui mitragliati e dunque spettatori morti. Durante tutta la rappresentazione gli attori e il direttore del teatro non si erano lasciati distrarre neanche per un istante da quell’autore cosi caparbio e da ciò che era accaduto per causa sua.

[Thomas Bernhard, Un autore caparbio, in L’imitatore di voci, Adelphi, p.111]

Una eredità

In una cittadina della Vestfalia era stato a lungo trattato dai giornali il caso di un maggiordomo che, alla morte del suo ricchissimo padrone, aveva ereditato tutto il patrimonio di quest’ultimo a scapito dei legittimi discendenti. Sebbene il testamento del padrone, accuratamente custodito nella cassetta di sicurezza di un notaio, lo designasse incontestabilmente come unico erede, in molti avevano iniziato a mormorare su quel maggiordomo, tanto che in breve si era visto accusare formalmente di aver manomesso il documento a suo favore. Davanti al giudice il maggiordomo aveva giurato che il testamento non era stato da lui modificato e aveva dovuto spiegare che era stato volutamente il padrone, il quale lo aveva in odio oramai da anni, a decidere di lasciargli il suo patrimonio, proprio per coinvolgerlo in tutto quello che stava avvenendo. La causa si trascinò comunque per le lunghe, e nel frattempo in tutta la cittadina della Vestfalia non si era perso tempo a mormorare dietro a quel maggiordomo che si era arricchito da un giorno all’altro, tanto che questi si era guadagnato in un colpo solo il disprezzo delle famiglie ricche quanto del resto del popolino, e i giornali per settimane avevano continuato a sollecitare l’immaginazione di molti con quella vicenda che non volevano assolutamente archiviare. Quando infine il maggiordomo, per la disperazione, si era lanciato da una finestra dell’ultimo piano di quella ricca casa che aveva ereditato, il notaio aveva rivelato una postilla del testamento del ricco padrone, tenuta debitamente nascosta, che asseriva che, nel caso di suicidio del maggiordomo, tutto il patrimonio sarebbe tornato ai figli e alle mogli del ricco padrone, ma soprattutto che neanche un soldo dovesse essere speso per il funerale di quel maggiordomo. Il suo corpo venne così buttato in un fosso ai margini della cittadina e in pochi se ne curarono, compresi quei giornali che a lungo ne avevano parlato.

L’amavo

Non potevo uccidere lei, naturalmente, come ha pensato qualcuno. Vedete, io l’amavo. Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista.

[Vladimir Nabokov, Lolita, Adelphi, p.336]

Un cercatore di trilobiti (II)

Un cercatore di trilobiti, figlio di cercatori di trilobiti da tre generazioni, i quali avevano contratti per rifornire di trilobiti un po’ tutti i musei paleontologici della Germania, aveva iniziato la sua attività da cercatore al compimento del suo quindicesimo anno di età. Non avendo altra esperienza che i racconti del padre, prematuramente scomparso quando il giovane cercatore di trilobiti aveva appena sette anni e dunque non era ancora un cercatore di trilobiti, il giovane aveva affrontato la cosa con molta prudenza. All’interno di un casotto da caccia, il cercatore di trilobiti aveva portato viveri per diversi giorni e il suo fucile, e da qui, osservando tramite una finestrella, si chiedeva che forma avessero, questi trilobiti, e quale verso emettessero, per riconoscerli fra tutte le specie animali che popolavano la Foresta Nera. Era stata una sorpresa quando aveva finalmente scorto, in mezzo agli alberi, quella che indubbiamente doveva essere una mandria di trilobiti.

Compromesso

— Di recente — aveva detto — ho dato al mio capo un ultimatum. O mi paga di più o me ne vado.
— E com’è finita? — aveva chiesto Musja.
— Con un compromesso. Lui in definitiva lo stipendio non me l’ha aumentato e io, dal canto mio, ho deciso di non licenziarmi.

[Sergej Dovlatov, Straniera, Sellerio, p.121]

Il megafoniere

A partire dal primo giorno della tanto attesa pensione, un signore bolognese, per passare il tempo, si era installato in Piazza Maggiore con un megafono, pronto ad argomentare ad alta voce tutti i suoi pensieri sulle vicende più disparate. Se nei primi giorni una discreta folla aveva circondato quell’anziano signore fornito di megafono, piano a piano l’interesse era scemato, lasciando ai soli piccioni l’ingrato compito di assistere per tre ore la mattina e altrettante il pomeriggio alle dissertazioni del signore bolognese. Quando tale megafoniere si era accorto dell’improvvisa inconsistenza del suo pubblico, aveva cercato in tutti i modi di risollevare l’interesse, ma non c’era stato niente da fare: caparbio, pur di non lasciare il suo posto aveva sorpreso tutti presentandosi un giorno in piazza riproducendo i suoi discorsi nel gorgogliante dialetto dei piccioni. La situazione aveva dato adito a sberleffi e imitazioni, tanto dai piccini di Bologna quanto dai più adulti, facendo divenire il signore bolognese una di quelle figure note in tutta la città; ma la cosa aveva avuto una svolta inaspettata quando il megafoniere, grazie a quella sua dote, era riuscito a spergiurare quel grave pericolo noto a tutti come l’invasione dei piccioni su Bologna. Inerpicatosi sulla torre più alta della città, la famosa Torre degli Asinelli, con il suo megafono aveva guidato il più grande stormo di piccioni mai calato su Bologna, conducendoli sulla rotta migliore per invadere Modena, la quale non venne risparmiata neppure per un centimetro dai tubanti pennuti. Una targa, affissa sopra l’ultimo gradino della Torre degli Asinelli, ne ricorda ancora oggi l’impresa.

Un incontro storico

Gliene era capitato un altro, di questi «incontri storici», con Anna Achmatova. L’aveva invitata in visita a Repino e lei ci era venuta. Lui era rimasto seduto in silenzio, e l’ospite aveva fatto altrettanto; dopo una ventina di minuti, Anna Achmatova si era alzata e se n’era andata. In seguito aveva commentato: «È stato perfetto».

[Julian Barnes, Il rumore del tempo, Einaudi]

Una vendita oculata

Considerato fin dalla tenera età lo scemo del villaggio e per questo obiettivo di scherzi e sberleffi, tutti erano rimasti sorpresi quando, a distanza di alcuni mesi dalla sua improvvisa scomparsa, era ritornato nel minuscolo paesino guidando un macchinone e vestito di tutto punto. Quando l’avevano fermato per chiedergli come avesse fatto a guadagnare tutti quei soldi in così poco tempo, lo scemo del villaggio aveva risposto che aveva semplicemente venduto tutto il paesino, con le case e gli abitanti tutti, a un ricco possidente, il quale non si era preoccupato di verificare che fosse o meno lo scemo del villaggio. Nessuno gli avrebbe mai creduto senza quel vago rumore di ruspe e macchine demolitrici che iniziava a sentirsi in lontananza.

Giusto e ingiusto

«Non riesco proprio a capire che cosa vuole dire» disse sostenuta Sofia.
«Non importa» la rassicurò il GGG. «Io non può parlare sempre giusto, qualche volta parla ingiusto».

[Roald Dahl, Il GGG, Salani]

Una piramide unifamiliare

Impressionati dalla visita fatta alle piramidi di Cheope, un ricco miliardario americano e sua moglie avevano deciso, una volta tornati a casa, di demolire la villa faticosamente costruita e di innalzare al suo posto una piramide, così da differenziarsi dai vicini e lasciare ai posteri un’immagine unica di sé. Contattati, al termine della costruzione, da diverse riviste interessate a quella innovativa abitazione, il miliardario e la moglie non avevano nascosto la propria soddisfazione nell’abitare in quella loro piramide unifamiliare. L’unico problema, avevano affermato, era solo nel piano più alto: non passava giorno che il ricco miliardario o sua moglie non rischiassero di finire schiacciati da questo o quell’altro armadio sbilencamente poggiato contro il muro. Nessuno aveva infatti pensato di fissarli in qualche maniera alle oblique pareti, ma il rischio era proprio ciò che dava un motivo in più alle loro vite da agiati miliardari americani.