Rasputin

Non so se fu la mamma o Gretchen a trasformarmi, il giorno del mio ottavo compleanno, in un piccolo zarevič degno della fucilazione. Allora il culto delle due donne per Rasputin era giunto al culmine. Una fotografia scattata quel giorno mi mostra ritto accanto alla tradizionale torta con otto candeline non gocciolanti, un berretto da cosacco arditamente messo di traverso, casacca russa a ricami con le cartuccere incrociate, ampi calzoni bianchi, stivali corti.

[Günter Grass, Il tamburo di latta, La Biblioteca di Repubblica, p.87]

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Poeta

Un vecchietto, seduto su una panchina dei giardini, le gambe accavallate, il gomito poggiato sullo schienale, dall’aria pensosa e la bicicletta ferma a pochi passi, e se non era un poeta quello, mi ero detto io, vedendolo con quell’aria pensosa, perso nel vuoto più completo, chi altri poteva essere un poeta, al giorno d’oggi?

Turchese

E davanti a tutti quei colori la piccola Rachele mi aveva detto che a lei piaceva il turchese, poi si era avvicinata al mio orecchio e mi aveva chiesto sottovoce se sapevo che colore fosse il turchese, non so se per farselo spiegare o nel timore che fossi io a dovermelo far spiegare da lei, una piccola Rachele che già se ne usciva con il color turchese.

Un ciclista giudizioso

Un ciclista metropolitano, stufo della terza bicicletta rubata da ignoti ladri di biciclette metropolitane, aveva trovato soluzione nel legare nei luoghi più impervi la propria bicicletta affinché i ladri non potessero più prenderla di mira facilmente. Del suo legare le biciclette in cima ai pali — cosa che richiedeva al ciclista il portarsi da casa una scala apposita, nonché l’arrampicarsi con la bicicletta in spalla il più in alto possibile, per poi tornare a terra e trascinarsi tutto il giorno la scala in spalla — si era però lamentata la polizia cittadina, che aveva intimato al ciclista di evitare di legare in quella maniera, rischiosa per lui e per i passanti, la propria bicicletta. Il ciclista metropolitano aveva dovuto infine arrendersi: disfattosi di entrambe le ruote della sua bicicletta, e per sicurezza anche del sellino, si assicurò una volta per tutte dell’impossibilità dei ladri di portarsi via facilmente la sua bici se non in spalla. E sebbene ciò comportasse al ciclista metropolitano il dover usare altrettanto faticosamente il proprio mezzo, ne aveva guadagnato comunque in salute: ora non doveva più portarsi in spalla per il resto del giorno quella lunga scala usata per legare in cima ai pali la propria bicicletta, ma unicamente la bicicletta senza ruote né sellino, certo un peso considerevolmente più leggero.

Cacciatori e filosofi

Di questa balena poco si sa oltre il nome. L’ho veduta in distanza, al largo del Capo Horn. Di natura riservata, essa elude cacciatori e filosofi. Sebbene non sia vile, non ha mai mostrato di sé altro che la schiena, la quale si aderge come una lunga lama affilata. Vada pure. So poco altro di lei, e nessuno ne sa di più.

[Herman Melville, Moby Dick, Adelphi, p.170]

Righe

Un bambino di 8 o 9 anni, la maglia a righe bianche e nere orizzontali, impegnato a spingere forsennatamente il suo skateboard, e la madre al suo fianco che non fa nulla per rendergli noto che sono in una strada leggermente in salita.

Differenziata

E una cosa che mi ricordo della mia infanzia, è quando mia madre mi mandava a buttare le bottiglie di vetro nella campana del vetro e quelle di plastica nel cassonetto della plastica, e io tutte le volte ci andavo, ma ci andavo sbuffando, e ora che quei cassonetti non esistevano più, ora che la raccolta differenziata veniva fatta porta a porta, io mi chiedevo, quei ragazzini di dieci anni, contro chi sbuffavano al giorno d’oggi, senza neanche più la campana del vetro e quella della plastica? Erano rimasti senza un’occasione in più per sbuffare contro i propri genitori?

Il Festival del Cinema Muto

Nato dall’idea di un grande appassionato di cinema, il Festival del Cinema Muto organizzato in un paesino alle porte di Nantes aveva attirato di anno in anno sempre più spettatori e critici cinematografici, i quali non mancavano di lodare l’assoluta originalità e competenza del piccolo festival in questione e di coloro che vi partecipavano. L’aspetto principale del Festival del Cinema Muto non era però la proiezione di film e cortometraggi, talvolta rarissimi e appositamente restaurati in collaborazione con laboratori cinematografici sparsi per tutta Europa, quanto i lunghissimi dibattiti, le ardite conferenze, gli intriganti scambi di opinioni che precedevano e seguivano ognuna delle proiezioni — dibattiti, conferenze e scambi di opinioni che, per volere di quel grande appassionato del cinema muto che aveva fondato il festival, dovevano assolutamente svolgersi nel più rigoroso silenzio. Con in sottofondo un’orchestrina come accompagnamento, dibattiti, conferenze e scambi d’opinione avvenivano così nel più completo mutismo generale, coronati di tanto in tanto da un crescendo di violini o da un pianoforte più spavaldo nel sottolineare i momenti più critici, nonché da qualche sporadica didascalia descrittiva a riassumere il pensiero dei presenti per i meno pratici del cinema muto.

Preghiere

Pregava sempre Dio, il quale non vedeva l’ora che morisse per rosolarlo a fuoco lento.

[Charles Simic, Il mostro ama il suo labirinto, Adelphi, p.48]