Un cercatore di trilobiti (I)

Un gruppo di turisti australiani aveva incontrato, ai confini della Foresta Nera, un cercatore di trilobiti, il quale si era fermato con loro per riposarsi dalla dura ricerca giornaliera. Il cercatore di trilobiti aveva raccontato di come facesse parte della quarta generazione di cercatori di trilobiti, attività in cui tutta la sua famiglia aveva eccelso per oltre un secolo in quella zona della Foresta Nera. Nonostante le difficoltà, aveva detto il cercatore di trilobiti, i musei paleontologici pagavano enormemente quei piccoli reperti, e un’attività che poteva sembrare infruttifera per buona parte dell’anno poteva essere facilmente riscattata anche con un singolo ritrovamento. Il gruppo di turisti australiani aveva cercato di carpire più informazioni dall’irrequieto cercatore di trilobiti, ma questi poco aveva aggiunto oltre a queste informazioni, sottolineando solo come da intere generazioni quella ricerca fosse una vera specialità della sua famiglia e che, se solo un giorno fosse riuscito finalmente a trovare un trilobite, avrebbe facilmente riscattato all’incirca 128 anni di ricerche infruttuose. La mattina dopo il cercatore di trilobiti era già lontano dall’accampamento, impegnato nella ricerca di trilobiti in una zona che di trilobiti pareva decisamente sprovvista.

Un tenore dalle numerose qualità

Un tenore italiano, conosciuto come uno dei massimi esponenti dell’arte canora, aveva di colpo perso la voce, e proprio alla vigilia di un’importante esibizione che ne avrebbe consacrato la carriera. Contrario al non esibirsi, aveva nascosto la cosa fino alla sua salita sul palco, dove aveva sorpreso tutti con un’esibizione da ventriloquo. Da quel momento il tenore era stato ingaggiato al doppio del suo onorario, esibendosi in performance che lo mostravano alle prese con brani a due voci.

Un fervore eccessivo

400 ecclesiastici si sono recati alla stazione di Moulins per dare il benvenuto al nuovo vescovo, monsignor Lobbedey. Cinque di loro, rei di avere ecceduto in fervore religioso, sono stati arrestati.

[Félix Fénéon, Romanzi in tre righe, Adelphi]

Una biografia

Uno scrittore, la cui persona non era né tenuta in grande considerazione né malvista dal Grande Padrone, aveva deciso di realizzare la biografia di un innocuo Generale dell’Armata, il quale si era contraddistinto un ventennio prima per alcune vittorie fondamentali per lo Stato. Dopo un lungo lavoro di documentazione e di stesura, lo scrittore aveva presentato alla censura quella biografia, ma la censura l’aveva rimandata indietro, consigliando l’inclusione di alcune modifiche che avrebbero messo in maggior risalto l’immagine del Grande Padrone. Lo scrittore, sapendo che senza tali modifiche il suo lungo lavoro sarebbe non solo finito in un nulla di fatto, ma gli avrebbe pure procurato alcuni guai con il Grande Padrone, aveva apportato tutte le aggiunte richieste e anche qualcuna in più, per ripresentare quindi la biografia alla censura. Ma la censura aveva nuovamente respinto il libro, chiedendo che la figura del Grande Padrone non fosse messa solamente come contorno alle vicende del Generale, ma che divenisse in qualche modo anche protagonista di alcuni dei capitoli di quella biografia. Nuovamente lo scrittore aveva piegato la schiena sul suo libro e vi aveva apportato le correzioni richieste, ma, alla presentazione della nuova versione della biografia, non si era sorpreso di un nuovo respingimento da parte della censura. Quando infine, dopo sette anni di riscritture, il libro era stato pubblicato, del Generale si parlava sì e no in tre o quattro pagine di contorno e la biografia su cui a lungo lo scrittore aveva lavorato si era rivelata una dettagliata biografia del Grande Padrone.

Hašek

Nel gennaio 1921 [Hašek] pronunziò alla «Červená sedma» uno sproloquio «sugli usi e sui costumi cinesi e mongolici»: fingendo di cercare vocaboli in un dizionario, che era invece l’orario delle ferrovie, asseriva con serietà baccelliera che in mòngolo «čo» vuol dire «cavallo», un paio di cavalli è «čočo», e «čočočočočočo» tutto un branco. Siamo in pieno dadaismo.

[Angelo Maria Ripellino, Praga magica, Einaudi, p.284]

Il segno del successo

Uno scrittore portoghese, notata la fama che solitamente gli scrittori assumono una volta morti e in particolare se morti per mano propria, aveva deciso, al termine della stesura di un libro che gli era costato anni e anni di lavoro, di lanciarsi dal balcone della sua abitazione, sperando così di lasciare un segno indelebile nella letteratura mondiale. Lo scrittore aveva visto bene nella qualità del suo libro: dopo aver consegnato il manoscritto a un suo conoscente ed essersi buttato dal balcone, tale conoscente aveva sì pubblicato il libro, ma a suo nome, ricavandone un pieno successo che lo aveva reso lo scrittore portoghese vivente più famoso del periodo. Quanto al vero scrittore, l’unico segno rimasto era sul marciapiede sotto la sua abitazione, dove una chiazza più scura ricordava il suo tragico inseguimento di un successo postumo.

Le ultime pagine degli atlanti

«Il posto che stiamo sorvolando ora non figura nell’atlante, vero?» sogghignò il pilota.
«Ha maledettamente ragione! Non c’è proprio, nell’atlante! Stiamo volando oltre l’ultima pagina!» […]
Il Capo dell’Aviazione voltò pagina; come in tutti gli atlanti, le due ultime pagine erano bianche.
«In questo momento dobbiamo trovarci qui, da qualche parte» disse il generale puntando il dito sul foglio vuoto.
«E cioè?» chiese il Capo dell’Esercito.
«È per questo che ci sono sempre due pagine bianche in fondo agli atlanti» intervenne il pilota senza abbandonare il suo largo sorriso: «è per i paesi nuovi, così ci si può disegnare la mappa da soli!»

[Roald Dahl, Il GGG, Salani]

Il Delawood Hotel

Il Delawood Hotel venne costruito negli anni ’40 da Franklin Gamble, un ricco banchiere che con l’età — aveva raggiunto oramai i sessant’anni — aveva deciso di diversificare i suoi investimenti in costruzioni e terreni. In particolare l’hotel, costruito in una zona panoramica che comprendeva da un lato il lago di Walenstadt e dall’altra la cima dell’Hinterrugg, era frutto della decisione di andare a vivere lontano da tutto e da tutti. Era rimasto pertanto sorpreso quando, a una settimana dall’apertura, alcuni clienti si erano presentati per chiedere una camera in quello che considerava il suo hotel privato. Per anni Franklin Gamble fu così costretto a dividere il suo spazio con ospiti che non solo avevano trovato ottimo il Delawood Hotel, ma di anno in anno prenotavano le stesse stanze per lo stesso periodo, preferendolo ai tanti hotel simili della zona: niente risultava più folkloristico del trovare l’accigliato e borbottante signor Gamble, seduto sulla sua poltrona consunta al centro della sala comune, intento a maledire con incomprensibili parole quelle persone che osavano alloggiare nel suo hotel. Questo fino ai terribili fatti dell’inverno del ’52.

In tondo

E avendo sentito dire, o più probabilmente letto da qualche parte […] che nella foresta, credendo di andare dritti davanti a sé, in realtà non si fa altro che girare in tondo, facevo del mio meglio per girare in tondo, sperando così di andare dritto davanti a me. Perché ogni volta che mi ci sforzavo smettevo di essere tonto e diventavo furbo. E avevo conservato tutti gli insegnamenti che potevano essermi utili nella vita. E se non andavo rigorosamente in linea retta, a forza di girare in tondo, almeno non giravo in tondo, e questo era già qualcosa. E così facendo, giorno dopo giorno, notte dopo notte, confidavo di uscire dalla foresta, un giorno.

[Samuel Beckett, Molloy, in Trilogia: Molloy, Malone muore, L’innominabile, Club degli Editori, pp.91-92]

La metropolitana di Praga

Agli inizi del ‘900 tutta Praga attendeva con impazienza i lavori per la nuova metropolitana, un sistema che avrebbe collegato il Castello fino alla Città Vecchia passando, non si sapeva ancora bene come, sotto il ponte Carlo. Un architetto di Plzeň aveva avuto il compito di disegnare gli ingressi principali delle stazioni: l’idea della comunità era difatti di costruire, più che un’anonima metropolitana, un monumento sotterraneo che ricalcasse la grandiosità della cittadina soprastante. L’architetto di Plzeň, dopo anni di studi, aveva infine presentato il suo progetto, ma a causa della situazione politica (era infatti oramai prossimo il ’39) si decise di rimandare i lavori a un momento più tranquillo. L’architetto, da parte sua, non aveva gradito tale rifiuto e si era ritirato dall’esercizio, divenendo da subito irrintracciabile. Quando nel 1945 la città aveva ripreso lentamente la sua tranquillità, si era scoperto, un po’ per caso e un po’ no, che l’intera pavimentazione praghese aveva iniziato a mostrare buche e avvallamenti, come se qualcuno avesse scavato decine e decine di cunicoli nel sottosuolo. Una commissione aveva infine rintracciato e tirato fuori a forza, da quei cunicoli malmessi, l’architetto di Plzeň, il quale per sei anni aveva scavato avanti e indietro per tutta Praga per dar forma al suo progetto. Davanti al tribunale predisposto a valutare i danni, l’architetto di Plzeň non si era tirato indietro davanti alle sue colpe, scusandosi in particolare per quei cunicoli venuti un po’ storti a causaa suo dire, del dover consultare le mappe in un ambiente piuttosto oscuro.