Uffici

Ero poi andato in posta, dovevo ritirare un pacco che avevo spedito e che mi era tornato indietro, e anche se ci ero andato sbuffando, dato che mi toccava anche pagare la spedizione per il viaggio di ritorno del pacco, mi era successa una cosa decisamente avvincente: avevo scoperto che il posto dove questi pacchi rispediti al mittente finivano si chiamava con un nome interessantissimo, e quel nome era Ufficio Inesitati, e sul mio pacco avevano anche attaccato un grosso adesivo con scritto, per ben quattro volte, Ufficio Inesitati. Avevo allora pagato un po’ più contento quella spedizione di ritorno: ci avevo guadagnato un adesivo dell’Ufficio Inesitati, un posto misteriosissimo che pareva uscito da un racconto nabokoviano.

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Luci

E mentre tornavo da Bologna, ero passato da una stradina: c’erano ancora le luci di Natale da un lato all’altro della strada, e mi ero ricordato che due mesi prima, sempre in quella stradina, ero passato mentre le stavano montando: due elettricisti, con la scala, uno su un lato della strada e uno sull’altro, che tendevano questo filo di luci ad altezza testa, e noi in bicicletta, eravamo tre passanti tutti con la bici, ci eravamo dovuti fermare all’ultimo: questo filo di luci ad altezza testa poteva essere perfetto per decapitarci tutti e tre, e finire decapitato da un filo di luci natalizie era l’ultimo dei miei piani per il 2017.

Un generale senso di orgoglio

Quando lasciai la panetteria, le campane dell’orologio del tribunale battevano le otto, il che significava che erano le sette e mezzo. Quell’orologio era sempre in anticipo di mezz’ora. Una volta si era chiamato un esperto perché lo riparasse; al termine di quasi una settimana di lavoro, egli aveva raccomandato, come unico rimedio, un tubetto di dinamite; il consiglio municipale aveva deliberato che egli fosse pagato fino all’ultimo centesimo, perché il fatto che l’orologio si fosse mostrato tanto incorreggibile era stato motivo di un generale senso di orgoglio.

[Truman Capote, L’arpa d’erba, Garzanti]

Scrivania

Avevo pensato a dove mi sarebbe piaciuto lavorare, come posto proprio, io che lavoravo un po’ fuori città in una zona un po’ isolata, e al centro di Bologna non mi sarebbe dispiaciuto, devo dire: una scrivania direttamente in Piazza Maggiore, sotto il Nettuno, pensavo l’altro giorno.

Sulle spalle del padre

Un’altra scena che avevo visto, per due mattine di seguito, era quella di un padre che portava sulle spalle il figlio, e il figlio che a sua volta portava in braccio un orsacchiotto di peluche, e questa cosa del padre che porta il figlio sulle spalle che porta in braccio un orsacchiotto di peluche mi era sembrata decisamente interessante: chissà se il padre sapeva di quel secondo incomodo sulle sue spalle o se, a sua completa insaputa, si era caricato anche del peso di un orsacchiotto di peluche.

Accordare le corde del mondo

Quella mattina mi ero svegliato in modo strano e la prima cosa che avevo pensato, mentre nel dormiveglia mi preparavo la colazione, era stata che qualcuno, non so bene chi, si sarebbe dovuto prendere il compito di “accordare le corde del mondo” — avevo segnato solo questo nei miei appunti, poi avevo ripreso a fare colazione, sempre senza rivolgermi parola.

Corrispondenza

Mi era infine arrivato il pacchetto da parte della Puntinista, e sull’esterno di questo pacchetto c’erano attaccate quattro pagine fotocopiate di un racconto di Michele Mari, «Per il postino», mi aveva detto la Puntinista, «i postini amano Michele Mari», e io non avevo potuto far altro che annuire: tutti i postini amano Michele Mari, e intrattenere i postini con racconti di Michele Mari attaccati sui pacchetti in viaggio mi sembrava una cosa giusta e doverosa.

A poco prezzo

(l’oculista
affermava che, con il tempo, io mi ero costruito una mia rappresentazione arbitraria
della realtà, adesso destinata, con le lenti, a sfasciarsi di colpo):
(e ho potuto
sperare, per un attimo, di potermi rifare, a poco prezzo, una vita e una vista):

[Edoardo Sanguineti, Scartabello. 21, in Segnalibro. Poesie 1951-1981, Feltrinelli, p.303]

Lavagnette

Poi, in un piccolo caffè di Trastevere, una cameriera mi aveva chiesto se ero italiano, ché, impegnata a scrivere su una di quelle lavagnette che si espongono in vetrina per i turisti, non era molto sicura di una certa parola, lei che italiana non era. E io gliel’avevo suggerita, poi avevo guardato la lavagnetta, c’erano scritte diverse altre cose in un italiano piuttosto sgrammaticato, ma avevo sorriso e non avevo detto niente — un bar che espone lavagnette con parole mezze inventate avrebbe sicuramente attirato gente come me, e un bar con gente come me poteva diventare un bar decisamente interessante.

Svitol

La sera della vigilia di Natale avevo poi incrociato sull’ingresso del condominio il vecchietto del primo piano: erano le 20:45 circa e lui era lì, con lo Svitol in mano, impegnato a oliare i cardini del portoncino condominiale. E mi era sembrata una scena bellissima, quella del vecchietto fuggito dalla cena della vigilia di Natale, la cena con moglie e parenti, per poter spruzzare lo Svitol sul portoncino condominiale. Io avevo aspettato che finisse di spruzzare, neanche mi aveva visto che ero sceso dalle scale, e poi ero uscito, diretto alla mia cena della vigilia, non prima di averli salutati molto calorosamente, lui e il suo fidato Svitol.