Qualcuno con cui parlare

Mi è sempre stato difficile trovare qualcuno con cui parlare. Che cosa si dicono gli uomini? Certi giorni vado per la strada e vedo gente al caffè che parla, gente per la strada che parla muovendo le mani e le parole dell’uno si accavallano a quelle dell’altro, e poi in macchina, un uomo al volante parla con quello che gli sta vicino, anche in bicicletta, voglio dire da una bicicletta all’altra gli uomini riescono a parlare. Ma che cosa si dicono? Che cosa hanno da dirsi? […] Ma dove si trovano gli uomini per parlarci insieme? Ho provato a andare al caffè, ma ho parlato soltanto con il cameriere, mi dia un caffè e poi mi dia un altro caffè.

[Luigi Malerba, Il serpente, Oscar Mondadori]

La macchina delle sentenze

Completata che ebbe la sua macchina elettromeccanica, un geniale avvocato di una cittadina del Massachusetts presentò al Tribunale di quella cittadina la sua invenzione rivoluzionaria, ovverosia una macchina capace di decidere l’innocenza o la colpevolezza di un imputato a colpo sicuro. Ricevute tutte le indicazioni sul caso, la macchina era capace di formulare tutte le accuse e tutte le difese, di comparare il caso a tutti i casi archiviati nei tribunali del Massachusetts negli ultimi cento anni, di suggerire nuove necessarie investigazioni o di ascoltare ignari testimoni che neanche sapevano di essere testimoni, fino a formulare un giudizio esatto praticamente nel 99.9% dei casi, il tutto in un tempo decisamente più breve rispetto alle classiche sentenze. Il Tribunale della cittadina del Massachusetts studiò a lungo la macchina proposta dal geniale avvocato e per un certo periodo, senza riferirlo né all’imputato né al pubblico, la mise anche alla prova per confrontare i suoi risultati con quelli a cui giuria e giudice erano arrivati, e la cosa andò talmente bene che si decise di distruggere seduta stante la macchina in questione. Nessuno degli avvocati, né alcuno del Tribunale, voleva infatti avere la certezza delle proprie sentenze: era proprio quell’incertezza che rendeva il loro lavoro sopportabile. Distrutta la sua invenzione, il geniale avvocato venne con un pretesto allontanato dall’ordine e si riciclò nel settore dei tagliaerba, settore che rivoluzionò non poco grazie alle sue trovate geniali: il tagliaerba capace di commentare tutte le sentenze giuridiche è ancora oggi uno dei modelli più acquistati dai giardinieri di mezzo mondo, i quali adorano, mentre sono impegnati a tagliare i prati, ascoltare e commentare sentenze che un tempo neanche avrebbero pensato di poter capire.

Impossibile

Un autore di teatro le cui opere sono state rappresentate su tutti i grandi palcoscenici si era fatto un punto d’onore di non assistere a nessuna di queste rappresentazioni e per molti anni, mentre il suo successo cresceva di anno in anno, era riuscito a tener fede a questo principio. […] Un giorno aveva fatto uno strappo a questo principio ed era partito per Düsseldorf, dove nel teatro locale […] aveva assistito alla rappresentazione del suo ultimo lavoro, logicamente non alla prima, ma alla terza o alla quarta replica. Dopo aver visto quello che gli attori di Düsseldorf avevano fatto del suo testo, aveva presentato al competente tribunale di Düsseldorf una querela che ancor prima di essere discussa in aula lo portò dritto nel famoso manicomio di Bethel situato vicino a Bielefeld. Aveva citato in giudizio il direttore del teatro di Düsseldorf chiedendo la restituzione del suo lavoro, il che significava niente di meno che egli pretendeva che tutti coloro i quali avevano partecipato in qualsiasi modo allo spettacolo dovevano riconsegnare e restituire tutto ciò che li aveva messi anche solo minimamente in rapporto col suo testo. Naturalmente aveva chiesto altresì che i quasi cinquemila spettatori che nel frattempo avevano assistito al suo lavoro gli restituissero ciò che avevano visto.

[Thomas Bernhard, Impossibile, in L’imitatore di voci, Adelphi, pp.107-108]

Il guardiano

Un anziano guardiano aveva prestato servizio presso un capannone industriale vicino Riga ininterrottamente per quarant’anni, e anche nel momento in cui, durante il secondo conflitto mondiale, la fabbrica era stata momentaneamente chiusa. Il guardiano si era in effetti ritrovato a sorvegliare un capannone oramai in disuso ma costantemente preso di mira dai cercatori di pezzi di ferro, i quali tentavano a più riprese di introdurvisi per impadronirsi di macchine e utensili. Indispettito da questi tentativi, il ligio guardiano, che oramai non veniva più pagato ma che aveva fatto della sua professione unico motivo di vita, aveva una volta per tutte trovato il modo per rimediare alla cosa. Con una carriola aveva trasferito pian piano tutto il materiale del capannone dentro la sua guardiola, chiudendocisi infine dentro e rimanendoci per più di un anno in completo isolamento. Quando la guerra era finita e il figlio di uno dei padroni si era presentato per riprendere possesso dell’attività, il guardiano aveva personalmente riportato tutto nel capannone: neppure un bullone mancava all’appello. Tutto il paesino lettone si era domandato come avesse fatto a stipare in quella minuscola guardiola tutto il materiale del capannone, e anche il guardiano era rimasto piuttosto sorpreso dalla capacità di quel gabbiotto di tre metri per due.

In allegrezza

V. Petit, di Marizy-Sainte-Geneviève, nell’Aisne, voleva morire, ma in allegrezza. Così si è scolato due litri di vino e uno di acquavite, e in effetti è morto.

[Félix Fénéon, Romanzi in tre righe, Adelphi]

Lo sfratto

Sfrattato da quella che era stata per quasi settant’anni la sua casa e prima ancora dei suoi genitori, un anziano contadino era stato costretto a spostarsi nella vicina Salisburgo dove, con il misero guadagno che la società ferroviaria gli aveva dato in cambio del suo appezzamento, era riuscito a comprarsi un minuscolo monolocale in un palazzone di sette piani. Per la prima volta nella sua vita l’anziano contadino era stato costretto a vivere a stretto contatto con persone che non conosceva e che neanche voleva conoscere, finché, indispettito dai rumori che durante tutto il giorno e spesso anche la notte era costretto a sopportare, era tornato dalla società ferroviaria per chiedere la restituzione della sua abitazione. La società ferroviaria, che già aveva iniziato i lavori per la nuova rete che avrebbe dovuto collegare con un treno rapidissimo Salisburgo a Vienna, treno che avrebbe garantito tempi di percorrenza dimezzati a chi doveva raggiungere Salisburgo partendo da Vienna o a chi partendo da Salisburgo voleva raggiungere Vienna, aveva respinto la richiesta dell’anziano contadino, invitandolo a non ostacolare quelle moderne tecnologie che avrebbero semplificato la vita di chi ogni giorno era costretto ad andare a Vienna o a Salisburgo partendo da Salisburgo o da Vienna. L’anziano contadino si era impiccato due settimane più tardi, nel suo rumoroso appartamento a Salisburgo, lasciando una nota in cui asseriva di averlo fatto per non intralciare ulteriormente quelle moderne tecnologie.

Onoreficenze

E [Sostakovic] ricevette l’Ordine di Lenin a regolare cadenza decennale: nel 1946, nel 1956 e nel 1966. Nuotava nelle onorificenze come un gamberetto nella salsa aurora. E si augurava di arrivare morto all’appuntamento con il 1976.

[Julian Barnes, Il rumore del tempo, Einaudi]

Un adeguamento necessario

Intervistata da un giornale universitario, una poetessa era rimasta sconvolta da come le sue risposte fossero state completamente travisate dalla giovane giornalista, la quale aveva riportato erroneamente più di uno dei concetti espressi durante l’intervista. Indignata dalla situazione, aveva inviato una comunque pacata lettera in cui chiedeva la pubblicazione, nel successivo numero del giornale, di una nota correttiva da lei stessa preparata. La redazione aveva prontamente pubblicato la nota, ma, a causa del poco spazio disponibile, aveva dovuto accorciarne drammaticamente i contenuti, stravolgendone in maniera ancor peggiore i concetti. Davanti alla nuova pubblicazione, la poetessa aveva cercato un colloquio con il capo redattore per risolvere una volta per tutte la questione, ma per un inatteso taglio dei fondi e la concomitante chiusura dell’anno scolastico il giornale aveva terminato le pubblicazioni proprio dopo quel numero. Alla poetessa non era rimasto che adeguarsi alla situazione: da un giorno all’altro aveva cambiato completamente le sue idee per rispecchiare quelle espresse nell’intervista mal riuscita, ottenendo proprio per quelle idee, alcuni anni più tardi, un inaspettato nobel.

I libri secondo Saul Pegreffi

Assiduo lettore dall’età di appena sei anni, un signore di Amsterdam dalle origini italiane, tale Saul Pegreffi, aveva con gli anni accumulato talmente tanto disappunto verso certi libri che aveva letto e che non aveva apprezzato che, giunto all’età di ottant’anni, aveva deciso che era arrivato il momento per lui di lasciar perdere la lettura e di dedicarsi alla scrittura. Ciò che all’ottantenne interessava più di tutto non era però scrivere nuovi romanzi o inediti racconti, quanto piuttosto riscrivere quei libri che, durante i suoi quasi ottant’anni di letture, lo avevano ingannato con titoli poco adatti alle trame che vi erano contenute. Non era fatto insolito per il signore di Amsterdam, così come non lo è per i più assidui lettori, quello di trovarsi davanti a libri di cui, solo leggendo il titolo, si era già immaginato una certa storia, per poi essere clamorosamente smentito dallo scrittore di turno, incapace di costruire la trama giusta a partire dal titolo scelto. Così, quando alcuni anni dopo il signore di Amsterdam dalle origini italiane venne ritrovato riverso sulla sua macchina da scrivere a causa di un infarto, la sua libreria personale era stipata non più dai libri raccolti in una vita di letture, ma da decine e decine di manoscritti: fra gli altri si potevano trovare Guerra e pace di Tolstoj secondo Saul Pegreffi, o I miserabili di Victor Hugo secondo Saul Pegreffi, o anche La ricerca del tempo perduto di Proust, sempre secondo Saul Pegreffi, fino a una copia de La Bibbia secondo Saul Pegreffi, purtroppo limitata al solo vecchio testamento, dal momento che il nuovo era ancora in fase di battitura. E alcuni mesi più tardi uno studio di Harvard, condotto su un campione di mille intervistati, aveva mostrato come 875 lettori e mezzo avessero incontestabilmente preferito i libri nella versione di Saul Pegreffi rispetto a quelli originali, tanto che la Openbare Bibliotheek, dove sono attualmente conservati quei manoscritti, viene quotidianamente visitata da centinaia di persone speranzose di poter prendere in prestito uno di quei libri, sicure, almeno per una volta, di ritrovare in quei manoscritti esattamente ciò che il titolo gli preannuncia.

Ci siamo presi il lusso

I nostri incontri eran sessioni
di sguardi sorridenti
che si staccavan solo
per controllare l’ora
e tanto era fra noi lo struggimento
che spesso ci siamo presi il lusso
di non baciarci

[Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawk, Einaudi, p.50]