Da grande

E nel giorno del suo quarto compleanno, interrogata su cosa avrebbe voluto fare da grande, la piccola Rachele ci aveva pensato un po’ su e aveva detto che lei, da grande, avrebbe fatto la regina, e già mi sembrava avesse un certo contegno, devo dire.

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E

E quella volta, a Parma, le avevo portato da leggere una cosa che avevo scritto, ci eravamo così chiusi nella biblioteca Guanda, iniziava a fare un po’ freddo in quel periodo lì, sarà stato ottobre o novembre, e quella cosa che avevo scritto, che le avevo portata stampata su fogli bianchi A4 ripiegati a libro, quella cosa lei aveva iniziato a leggerla e aveva subito sollevato la testa ridendo, mi aveva detto Ma comincia con una “E”!, ed era proprio così, iniziava con una E quella cosa che avevo scritto, con la congiunzione proprio, e le si era illuminato il volto davanti a quella mia E, ed era quella una cosa che mi aveva reso particolarmente felice sul momento, tanto che mi era rimasto così impresso quel volto illuminato davanti al mio uso di una E per iniziare quella cosa che avevo scritto che ancora oggi, ogni tanto, ci ripensavo sorridendo fra me e me, quasi con nostalgia.

Roth

Poi, alle porte di Bologna, un vecchietto incredibilmente somigliante a Philip Roth, impegnato a portare un sacchetto di carta marrone della spesa, e io, in quel momento lì, avevo pensato che ecco, per un attimo, noi si era tutti a Newark, con tanto di Philip Roth impegnato a fare la sua spesa settimanale.

Mercato

E nei cinque anni delle superiori, io la mattina allungavo sempre un po’ il tragitto fra la fermata dell’autobus e la mia scuola, sempre alla ricerca di nuove stradine e di nuovi palazzi, ed era così, proprio così, che avevo scoperto per caso che in una piazzetta, il mercoledì mattina, ecco che facevano il mercato di quartiere, non più di una decina di baracche con frutta e formaggi e scarpe e vestiti, e passare il mercoledì mattina, mentre andavo a scuola, in mezzo a quelle baracche che a quell’ora iniziavano un po’ a riempirsi di gente, era per me uno dei momenti più interessanti della settimana, mi sentivo quasi l’esploratore di un mondo nuovo popolato di baracche del mercato e di signori in pensione e di signore casalinghe che si aggiravano lì attorno con fare ancora un po’ assonnato.

Esami

Gino si iscrisse poi in ingegneria; e quando tornava a casa dopo un esame, e diceva che aveva preso un trenta, mio padre chiedeva: — Com’è che hai preso trenta? Com’è che non hai preso trenta e lode?
E se aveva preso trenta e lode, mio padre diceva: — Uh, ma era un esame facile.

[Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, p.6]

Negozietto

Ero ripassato per caso lungo quella via e con la coda dell’occhio avevo visto che il negozietto non c’era più: triste, polverosa, era rimasta solo la vetrina, senza più vecchi quadri né locandine di film dispersi, manichini smontati, crocifissi o vestiti di Heidi, racchette da tennis né carrelli della spesa, di Mastroianni: neanche un indizio, e il signore con la pipa e cappello: anche lui disperso, una scena che mostrava una vera e propria desolazione sintetizzata in due cartelli appesi in quella vetrina un tempo azzurrina e ora, improvvisamente, di un giallo sbiadito: AFFITTASI.

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Foglie

Lungo il marciapiede poi un vecchietto impegnato a togliere, una ad una, le foglie secche cadute dagli alberi sopra le aiuole costeggianti il marciapiede, ed era un piacere guardarlo, questo vecchietto, mentre passo dopo passo, sorretto dal suo bastone, allungava la mano per togliere un’altra foglia secca, così da mantenere perfettamente in ordine quelle basse aiuole decorative.

Particolarmente

O quelle volte che, passando di fianco a un posto mai visto, come un ristorante o un negozio particolare o un museo nascosto o chissà cos’altro, subito ti veniva da pensare Ecco, qui ci vorrei venire con quella persona lì, ed era in quel momento lì che capivi che, a quella persona, ci tenevi particolarmente.

Indicazioni

Quella domenica mattina era tutto un fiorire di richieste di informazioni, e se le prime due coppie di turisti, una dopo l’altra, mi avevano chiesto indicazioni per Piazza Maggiore, sempre dritti per di qua, la terza signora mi aveva un po’ spiazzato, dal momento che mi aveva inseguito, io in bici lei a piedi, fino al semaforo rosso, solo per chiedermi dove trovare un negozio di quelli cinesi con le cose a un euro, ma lì non avevo saputo rispondere, mi aveva colto completamente alla sprovvista, e a lungo mi ero poi chiesto quale bisogno impellente avesse spinto quella signora, alle nove di una domenica mattina, a uscire fuori di casa alla ricerca di un negozietto cinese con tutto a un euro.

Troppo sensibile alle emozioni violente

Anche la macchina da cucire di mia madre era scomparsa per sempre nel turbine della guerra, s’era per perduta come un’orfana: troppo sensibile alle emozioni violente, era fuggita. Fu un brutto colpo per tutti e specialmente per mia madre. Non ebbe sorte migliore l’altra scatola sonora di cui un tempo la nostra casa si faceva bella e andava orgogliosa: il nostro vecchio sofà color visciola marcia si sfasciò in una stazioncina tra Pest e Kanjiža, mantenendosi fino all’ultimo istante all’altezza della sua fama: i testimoni potrebbero confermare che anche nel rantolo dell’agonia conservava intatta la sua sonorità.

[Danilo Kiš, Giardino, cenere, Adelphi, pp.181-182]