Un signore vuole rimanere solo

Un signore vuole rimanere solo. (Del resto, non c’è nessun altro nella stanza.) Allora chiama il suo maggiordomo e, non appena questi varca la soglia, gli intima: «Fuori!» Ora è finalmente solo.

[Peter Handke, Il peso del mondo, Guanda]

Aspettare

E dal momento che in questi giorni sto scrivendo — era un anno e qualche mese che non scrivevo racconti, e ora ho scritto in una settimana qualcosa come 18 pezzi brevi, ed è stata come una liberazione, che non so bene neanche io a cosa mi sarà servito scrivere 18 pezzi brevi, forse andranno a far parte di un progetto più grande, o forse no, comunque per ora stanno lì ad aspettare —, e mi è sembrato, per qualche attimo, che sono anni che sono in attesa, e non so più neanche di cosa, esattamente: un’attesa neanche beckettiana, un’attesa proprio ingiustificata.

Un aneddoto

E il Sociologo raccontò l’aneddoto dell’uomo che gridava: “Vanitoso imbecille!” e venne arrestato per offesa al Direttore Capo, sebbene egli sostenesse di avere in mente un collega. Gli fu detto di piantarla di prendere in giro con la storia del suo collega, giacché tutti sapevano chi era il vanitoso imbecille.

[Aleksandr Zinov’ev, Cime abissali, Adelphi, p.67]

Un filosofo sperimentale

Tutti conoscono un altro filosofo sperimentale secondo la cui straordinaria teoria un cavallo poteva sopravvivere senza essere nutrito; egli la dimostrò così bene che riuscì a ridurre la razione del suo cavallo a un solo filo di fieno al giorno, e, incontestabilmente, sarebbe riuscito a farne un animale molto focoso e sfrenato se il cavallo non fosse morto esattamente ventiquattr’ore prima del pasto consistente in una piacevole boccata d’aria pura.

[Charles Dickens, Le avventure di Oliver Twist, Mondadori, p.7]

Una comoda soluzione

Un orologiaio di Innsbruck aveva inaspettatamente avuto successo nel momento in cui, ascoltando le lamentele dei suoi più assidui clienti, era riuscito a proporre a quanti lo chiedessero una comoda soluzione per aggiustare autonomamente l’orario del proprio orologio da polso. Prima che infatti fossero costruiti come li conosciamo oggi, dotati dunque di una corona che permettesse di regolarne all’occorrenza l’orario, tali clienti erano obbligati a presentarsi dall’orologiaio per mettere avanti o indietro le lancette ogni qual volta si trovavano ad essere in ritardo o in anticipo per i propri appuntamenti. Avendo l’orologiaio infine inventato quel piccolo ma prezioso gingillo ferreo noto come “corona”, capace di portare avanti e indietro l’orario del proprio orologio, ora tutti gli abitanti di Innsbruck non erano mai in anticipo né in ritardo, ma tutti nel loro perfetto orario, aggiustato a puntino. Si erano in effetti creati, dall’oggi al domani, all’incirca 26mila fusi orari differenti, uno per ogni abitante di Innsbruck, ma nessuno sembrava lamentarsene più di tanto.

Un bugiardino

“Deve evitare di bere succo di pompelmo quando assume Targin.”

[MundiPharma, Bugiardino per Targin 5mg/2,5mg, p.1]

(Mi pare bellissimo che, in un bugiardino, sia segnato di evitare il succo di pompelmo)

Il vecchietto che resse il palo durante la fine del mondo

(un racconto breve)

La fine del mondo era stata fissata per le 21:36, cosicché tutti si sarebbero fatti trovare pronti e non ci sarebbero stati i soliti ritardatari in fila dal fruttivendolo o impegnati in visite ai parenti. Si era infatti votato in tutto il quartiere per fare a quell’ora lì di quel giorno lì: la mattina si era troppo addormentati per la fine del mondo, di saltare il pasto non se ne parlava proprio, quanto al pomeriggio, gli uomini erano ancora in fabbrica e le mogli non avrebbero potuto affrontarla senza qualcuno a cui darne la colpa. La sera era l’unico momento giusto: per alzata di mano – quattordici voti contro undici – era stato infine deciso per le 21:36, quindi per quell’ora tutti erano pronti, chiusi a doppia mandata nelle rispettive case, le finestre sbarrate, seduti in cucina o nella sala, in attesa della fine di tutto.

Solo il vecchio Jakub aveva fatto tardi e arrancava, con passo spedito e aiutato dal suo bastone di palissandro, lungo la via principale. Faticava parecchio, l’ottuagenario, e sbuffando cercava di raggiungere la casuccia dove la sua Anežka lo stava sicuramente attendendo piena d’ansia. La giornata era d’altra parte iniziata già male dal mattino, quando il gallo non si era sentito e si era alzato da letto con mezz’ora di ritardo, facendo così tardi al mercato, spostando l’ora di pranzo di mezz’ora, il riposo pomeridiano di un’altra mezz’ora e infine la passeggiata digestiva del dopo cena di un’altra mezz’ora ancora. Ma Jakub non aveva voluto dare ascolto alla sua Anežka e, con cappello e bastone, era uscito mentre già le altre case venivano sprangate per l’arrivo del finimondo.

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Un parallelepipedo di cielo

Mentre attraversava la strada, diretto verso la farmacia all’angolo, girò involontariamente la testa (un bagliore gli aveva colpito di rimbalzo la tempia) e vide — col rapido sorriso con cui salutiamo un arcobaleno o una rosa — che dal furgone stavano scaricando un parallelepipedo di cielo di un bianco accecante, un armadio a specchi su cui, come su uno schermo cinematografico, scorreva il riflesso impeccabilmente nitido dei rami, scivolando e oscillando in modo tutt’altro che ligneo: era un vacillare umano, condizionato dalla natura di chi portava quel cielo, quei rami, quella sdrucciolante facciata.

[Vladimir Nabokov, Il dono, Adelphi, pp.18-19]

Sklovskij

E c’è stato un momento, mentre la Vitale raccontava del suo ultimo libro, “Il defunto odiava i pettegolezzi“, che è saltato fuori Sklovskij, e che con Sklovskij la Vitale aveva fatto una chiacchierata che era poi diventata un’intervista, o un’intervista che era poi diventata una chiacchierata, e per un attimo, per un lunghissimo attimo, ho sentito una grandissima infelicità nel pensare che io, con Sklovskij, non potrò mai avere una chiacchierata — e per questioni di tempo, che Sklovskij è scomparso prima ancora che io nascessi, e per questioni di lingua, che né il russo né il tedesco rientrano fra le mie conoscenze.

E in quell’attimo lì, la Vitale ci raccontava che Sklovskij aveva in casa solamente due foto appese, una in una stanza, una nell’altra, e una era di Mandel’stam, il poeta russo, e l’altra era di Majakovskij, poeta russo anche lui, e mi sono immaginato la vita di Sklovskij, del suo vagare quotidianamente in esilio in quelle stanzette con le due foto dei poeti della sua patria, e di come proprio fra le cose che più gli mancassero, lì in Germania, ci fossero anche e soprattutto quei due grandi poeti russi.

E per un attimo ho sentito tutto il peso di “Zoo o lettere non d’amore“, quel suo piccolo libretto in cui da esule piange la sua Eloisa, o la sua Russia, o forse entrambe, e per un attimo, per un attimo lunghissimo che sarà durato qualcosa come pochi secondi, mi sono quasi commosso al pensiero di Sklovskij, che se c’è una cosa, nella lista delle cose per cui commuoversi, il pensiero di uno scrittore che si commuove per altri scrittori è forse uno dei primi punti, e anche se io non sono uno scrittore, il commuovermi davanti al pensiero di altri scrittori è una delle poche cose che continuo a trascinarmi da qualche anno a questa parte.

L’esame di Sottospazi Invariabili

Il dottor Blind (pronunciato “Blend”), di circa novant’anni, aveva tenuto, negli ultimi cinquanta, un corso di lezioni dal titolo “Sottospazi Invariabili”: noto per la sua monotonia e la quasi assoluta incomprensibilità, oltre al fatto che l’esame finale consisteva, a memoria d’uomo, nella stessa unica domanda a cui rispondere sì o no. La domanda era lunga tre pagine, ma la risposta era sempre sì. Questo era tutto ciò che si doveva sapere per superare l’esame di Sottospazi Invariabili.

[Donna Tartt,  Dio di illusioni, RL Libri, p.51]