Il mondo alla rovescia

Un architetto turco era divenuto celebre in tarda età a causa di quello che era stato in un primo momento considerato un errore, ma che in seguito era divenuto il segno distintivo delle sue opere. Chiamato a progettare un comune palazzo a tre piani, l’architetto aveva sbadatamente lavorato sulle sue carte al contrario per alcuni giorni, disegnando le scale del palazzo completamente alla rovescia. Nessuno se ne era accorto sul momento, neppure i costruttori, e solo quando gli inquilini avevano preso possesso del palazzo si erano resi conto che quando volevano salire ai piani superiori si ritrovavano al piano terra, mentre quando volevano scendere al piano terra si ritrovavano sul tetto. Diversi architetti avevano studiato il problema e avevano convenuto su come il loro collega avesse fatto sì un errore, ma di quelli unici e irripetibili. L’architetto turco li aveva smentiti alcuni mesi più tardi quando, sbagliando non una ma ben due volte il senso delle carte, aveva progettato un nuovo palazzo in cui non solo le scale portavano giù quando si cercava di andare su e su quando invece si voleva andare giù, ma anche le stanze risultavano invertite: cercavi di entrare nella stanza da letto e ti trovavi nel bagno, entravi nel bagno e finivi in cucina, cercavi il balcone e spuntavi nel salotto. Acclamato per queste eccentricità che regalavano a ogni giornata un aspetto imprevedibile, l’architetto era stato in breve richiesto in tutta la città per progettare mirabolanti abitazioni, e la sua ultima realizzazione, una moschea completamente a testa in giù, era stata un successo strepitoso: già si progettava di radere al suolo l’intera Ankara per ricostruirla alla rovescia.

Consigli

E io pensavo alla cameriera dell’albergo che mi dava consigli per una felce: «Non la innaffi, metta un piatto pieno d’acqua sotto il vaso, così quando vuol bere, beve, e quando non vuole non beve…» E pensavamo a quella cosa incredibile che avevamo letto, che un pesce solo nella vaschetta diventa triste e allora basta mettergli uno specchio e il pesce ridiventa contento…

[Julio Cortázar, Il gioco del mondo — Rayuela, Einaudi, p.43]

Il corso per riconoscere le nuvole

Nato alla fine dell’800 e da subito distintosi per un’innata curiosità che toccava qualsiasi campo, un inventore e scienziato polacco aveva sperimentato in più direzioni, senza tuttavia avere alcuna di quelle intuizioni che avrebbero reso noto al mondo il suo nome. Fra i suoi studi più famosi viene oggi ricordato per quello sulle nuvole: a ridosso della prima guerra mondiale, l’inventore polacco avviò un corso per osservatori di nuvole con il preciso compito di riconoscere nelle forme di cumulonembi e cirri figure quotidiane, animali esotici e finanche parole astratte. Seppure il suo corso rimase qualcosa di stravagante in quegli anni, non furono in pochi a frequentarlo: ancora oggi una generazione di anziani polacchi detiene infatti il record nelle annuali gare di riconoscimenti nuvolosi, sbaragliando la concorrenza composta da francofoni ed egiziani.

Un ritus tutto suo

Il cappellano militare, il Feldkurat Otto Katz, era pur sempre una persona deliziosa. Le sue prediche erano straordinariamente avvincenti, divertenti, scacciavano la noia della guarnigione. Sapeva blaterare a meraviglia dell’infinita grazia di Dio, confortando prigionieri dissoluti e uomini senza onore. Sapeva insultare splendidamente dal pulpito e dall’altare. All’altare sapeva strillare un formidabile «Ite, missa est», sapeva condurre tutto il servizio divino in modo davvero originale, scombinando tutto l’ordine della santa messa; quando era molto ubriaco, era in grado di inventare preghiere completamente nuove, una santa messa inedita, un ritus tutto suo, una cosa mai vista prima.
E poi, che divertimento quando talvolta scivolava e cadeva con il calice, con il santissimo sacramento o con il messale, accusando ad alta voce il chierichetto scelto nel plotone dei detenuti di avergli intenzionalmente fatto lo sgambetto e affibbiandogli lì per lì, davanti al santissimo sacramento, la cella d’isolamento e i ceppi.

[Jaroslav Hašek, Le avventure del bravo soldato Svejk nella Grande Guerra, Mondadori]

Un consiglio

Un famoso scrittore si era lamentato, durante una cena con un suo caro amico, di come da diversi anni a quella parte, al termine di ogni presentazione di un suo libro, immancabilmente uno o due spettatori (ma a volte anche tre o quattro) si avvicinassero a lui per regalargli il manoscritto di un libro che avevano scribacchiato nel loro tempo libero, chiedendogli di leggerlo e di fargli sapere cosa ne pensasse, sobbarcando lo scrittore, il quale non riusciva mai a dire di no, di ulteriore lavoro. L’amico, un importante ricercatore di fama internazionale, aveva risposto che, sebbene molto più raramente, anche a lui succedeva qualcosa di simile: al termine delle sue conferenze, spesso qualche giovanotto poco più che laureato si avvicinava con questo o quell’altro studio personale in cui esprimeva questa o quell’altra teoria a suo dire rivoluzionaria. Il ricercatore aveva però aggiunto che non vedeva la cosa come una perdita di tempo: spesso aveva infatti usato quegli spunti per portare avanti i propri studi, e giusto nel momento in cui pensava di aver dato fondo a tutte le proprie conoscenze. Lo scrittore aveva fatto tesoro di quanto l’amico ricercatore gli aveva detto durante quella cena: tornato a casa aveva recuperato tutti i manoscritti accumulati in quegli anni e, cambiato qualche nome e qualche virgola, messo a posto qualche avverbio e aggiustato qualche tempo verbale, li aveva spediti al suo editore, affinché li pubblicasse uno all’anno per i prossimi trent’anni, divenendo di colpo l’autore più prolifico della propria generazione. Nessuno si accorse mai di come quei libri non fossero opera di quel famoso scrittore, men che meno i diretti autori, i quali erano nel frattempo impegnati a piazzare presso altri scrittori i loro immancabili manoscritti realizzati nel proprio tempo libero.

L’addetto alla pettinatura

Addetto alla pettinatura del Grande Padrone, un parrucchiere turco aveva passato la sua vita al fianco del dittatore, dalla sua impredicibile ascesa fino all’altrettanto impredicibile, ma ben più rocambolesca, discesa. Per anni aveva trattato la più importante chioma dello Stato con le più meticolose cure, ammaestrando i ciuffi ribelli e piegando quelle onde che facevano della testa del Grande Padrone una delle teste più ammirate dello Stato, tanto che il Comitato dell’Immagine non perdeva occasione per inserirne nei manifesti almeno la parte alta, dalla fronte in su. Dopo ogni seduta mattutina, il Grande Padrone congedava il pettinatore turco con una battuta sui suoi (del pettinatore turco) capelli, i quali da tempo avevano lasciato il loro posto a favore di una testa completamente calva, e il pettinatore turco, sorridendo a quella inattesa battuta, si ritirava con il suo set di pettini, curioso in cuor suo di contare quanti capelli quel giorno il Grande Padrone aveva perduto. Aveva infatti notato che nel suo pettine, di giorno in giorno, i capelli del Grande Padrone aumentavano di numero, e già si attendeva una completa rivincita sulla sua calvizie quando il Grande Padrone era rocambolescamente caduto dal suo posto. Il pettinatore turco, essendo membro del Comitato della Bellezza del Grande Padrone, era stato in breve fatto sparire insieme a un centinaio d’altri fra pedicuristi, pettinatori di baffi e detersori di sudore, e solo diversi mesi dopo, in quella che era stata la sua stanzetta, era stato ritrovato un parrucchino composto dai capelli persi dal Grande Padrone, accuratamente conservati dal pettinatore turco e ricomposti nella tipica chioma flessuosa. Ancora oggi quel parrucchino è esposto nel Museo della Propaganda di un Tempo Passato, il museo più visitato dello Stato dai nostalgici e non nostalgici scampati a quel periodo.

Sinossi

Avendo la testa montata all’indietro
non so cosa mi aspetta
ma quando cadrò nel vuoto
starò certamente ammirando
la sinossi di tutti i nostri incontri

[Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawk, Einaudi, p.99]

Un uomo predestinato

Nato alle ore 1:01 del primo gennaio del 1901, il signor Rossi era stato convinto fin dalla tenera età che, segnato dal destino, avrebbe compiuto grandi cose. Per 87 anni aveva aspettato con grande certezza il momento in cui la sua vita avrebbe svoltato, rifiutando ogni occasione per paura di rinunciare a qualcosa di migliore: in 87 anni non aveva così mai lavorato, né trovato moglie, né fatto viaggi, né avuto esperienze significative come ad esempio lanciare pietre ai lampioni o scalare alberi contorti, superare un tradimento coniugale o frodare una banca. Oramai in punto di morte, il signor Rossi aveva capito che era sì predestinato, ma a non avere proprio una vita, e la cosa lo aveva rincuorato non poco, mentre già immaginava i titoli dei quotidiani del giorno dopo: “Scomparso il primo uomo senza una vita”. Tutto sarebbe andato a buon fine, se solo il palazzo in cui la sua stanzuccia era collocata non fosse crollato per una fuga di gas. Rimasto sepolto sotto le macerie, nessuno si era ricordato di quell’uomo predestinato che in 87 anni non era mai uscito di casa: il corpo venne portato via insieme ai resti dell’edificio e destinato ad essere disperso un po’ da una parte, un po’ dall’altra.

Un cercatore di trilobiti (I)

Un gruppo di turisti australiani aveva incontrato, ai confini della Foresta Nera, un cercatore di trilobiti, il quale si era fermato con loro per riposarsi dalla dura ricerca giornaliera. Il cercatore di trilobiti aveva raccontato di come facesse parte della quarta generazione di cercatori di trilobiti, attività in cui tutta la sua famiglia aveva eccelso per oltre un secolo in quella zona della Foresta Nera. Nonostante le difficoltà, aveva detto il cercatore di trilobiti, i musei paleontologici pagavano enormemente quei piccoli reperti, e un’attività che poteva sembrare infruttifera per buona parte dell’anno poteva essere facilmente riscattata anche con un singolo ritrovamento. Il gruppo di turisti australiani aveva cercato di carpire più informazioni dall’irrequieto cercatore di trilobiti, ma questi poco aveva aggiunto oltre a queste informazioni, sottolineando solo come da intere generazioni quella ricerca fosse una vera specialità della sua famiglia e che, se solo un giorno fosse riuscito finalmente a trovare un trilobite, avrebbe facilmente riscattato all’incirca 128 anni di ricerche infruttuose. La mattina dopo il cercatore di trilobiti era già lontano dall’accampamento, impegnato nella ricerca di trilobiti in una zona che di trilobiti pareva decisamente sprovvista.

Un tenore dalle numerose qualità

Un tenore italiano, conosciuto come uno dei massimi esponenti dell’arte canora, aveva di colpo perso la voce, e proprio alla vigilia di un’importante esibizione che ne avrebbe consacrato la carriera. Contrario al non esibirsi, aveva nascosto la cosa fino alla sua salita sul palco, dove aveva sorpreso tutti con un’esibizione da ventriloquo. Da quel momento il tenore era stato ingaggiato al doppio del suo onorario, esibendosi in performance che lo mostravano alle prese con brani a due voci.