Le ultime pagine degli atlanti

«Il posto che stiamo sorvolando ora non figura nell’atlante, vero?» sogghignò il pilota.
«Ha maledettamente ragione! Non c’è proprio, nell’atlante! Stiamo volando oltre l’ultima pagina!» […]
Il Capo dell’Aviazione voltò pagina; come in tutti gli atlanti, le due ultime pagine erano bianche.
«In questo momento dobbiamo trovarci qui, da qualche parte» disse il generale puntando il dito sul foglio vuoto.
«E cioè?» chiese il Capo dell’Esercito.
«È per questo che ci sono sempre due pagine bianche in fondo agli atlanti» intervenne il pilota senza abbandonare il suo largo sorriso: «è per i paesi nuovi, così ci si può disegnare la mappa da soli!»

[Roald Dahl, Il GGG, Salani]

Il Delawood Hotel

Il Delawood Hotel venne costruito negli anni ’40 da Franklin Gamble, un ricco banchiere che con l’età — aveva raggiunto oramai i sessant’anni — aveva deciso di diversificare i suoi investimenti in costruzioni e terreni. In particolare l’hotel, costruito in una zona panoramica che comprendeva da un lato il lago di Walenstadt e dall’altra la cima dell’Hinterrugg, era frutto della decisione di andare a vivere lontano da tutto e da tutti. Era rimasto pertanto sorpreso quando, a una settimana dall’apertura, alcuni clienti si erano presentati per chiedere una camera in quello che considerava il suo hotel privato. Per anni Franklin Gamble fu così costretto a dividere il suo spazio con ospiti che non solo avevano trovato ottimo il Delawood Hotel, ma di anno in anno prenotavano le stesse stanze per lo stesso periodo, preferendolo ai tanti hotel simili della zona: niente risultava più folkloristico del trovare l’accigliato e borbottante signor Gamble, seduto sulla sua poltrona consunta al centro della sala comune, intento a maledire con incomprensibili parole quelle persone che osavano alloggiare nel suo hotel. Questo fino ai terribili fatti dell’inverno del ’52.

In tondo

E avendo sentito dire, o più probabilmente letto da qualche parte […] che nella foresta, credendo di andare dritti davanti a sé, in realtà non si fa altro che girare in tondo, facevo del mio meglio per girare in tondo, sperando così di andare dritto davanti a me. Perché ogni volta che mi ci sforzavo smettevo di essere tonto e diventavo furbo. E avevo conservato tutti gli insegnamenti che potevano essermi utili nella vita. E se non andavo rigorosamente in linea retta, a forza di girare in tondo, almeno non giravo in tondo, e questo era già qualcosa. E così facendo, giorno dopo giorno, notte dopo notte, confidavo di uscire dalla foresta, un giorno.

[Samuel Beckett, Molloy, in Trilogia: Molloy, Malone muore, L’innominabile, Club degli Editori, pp.91-92]

La metropolitana di Praga

Agli inizi del ‘900 tutta Praga attendeva con impazienza i lavori per la nuova metropolitana, un sistema che avrebbe collegato il Castello fino alla Città Vecchia passando, non si sapeva ancora bene come, sotto il ponte Carlo. Un architetto di Plzeň aveva avuto il compito di disegnare gli ingressi principali delle stazioni: l’idea della comunità era difatti di costruire, più che un’anonima metropolitana, un monumento sotterraneo che ricalcasse la grandiosità della cittadina soprastante. L’architetto di Plzeň, dopo anni di studi, aveva infine presentato il suo progetto, ma a causa della situazione politica (era infatti oramai prossimo il ’39) si decise di rimandare i lavori a un momento più tranquillo. L’architetto, da parte sua, non aveva gradito tale rifiuto e si era ritirato dall’esercizio, divenendo da subito irrintracciabile. Quando nel 1945 la città aveva ripreso lentamente la sua tranquillità, si era scoperto, un po’ per caso e un po’ no, che l’intera pavimentazione praghese aveva iniziato a mostrare buche e avvallamenti, come se qualcuno avesse scavato decine e decine di cunicoli nel sottosuolo. Una commissione aveva infine rintracciato e tirato fuori a forza, da quei cunicoli malmessi, l’architetto di Plzeň, il quale per sei anni aveva scavato avanti e indietro per tutta Praga per dar forma al suo progetto. Davanti al tribunale predisposto a valutare i danni, l’architetto di Plzeň non si era tirato indietro davanti alle sue colpe, scusandosi in particolare per quei cunicoli venuti un po’ storti a causaa suo dire, del dover consultare le mappe in un ambiente piuttosto oscuro.

Una spedizione per lo studio dei Paesi confinanti

Uno Stato solitamente restio a permettere ai propri cittadini l’uscita dai confini e che, ancor più, ne vietava espressamente l’allontanamento senza un visto ottenuto dopo un lungo e intricato processo burocratico, aveva deciso di inviare per la prima volta un ristrettissimo gruppo di rappresentanti scelti nei Paesi vicini con il compito di illustrare a questi Paesi la grandezza dello Stato da cui provenivano e, al tempo stesso, accertarsi che verso quest’ultimo non si nutrissero sentimenti ostili. Ogni rappresentante era stato inoltre incaricato, in gran segreto, di tenere d’occhio gli altri rappresentanti, per assicurarsi che non tramassero contro lo Stato e che non ne mettessero in luce ciò che, inconfutabilmente, non doveva essere messo in luce. La spedizione, durata meno di due settimane, si rivelò un autentico successo: i rappresentanti avevano stilato all’incirca 632 segnalazioni di atti sospetti compiuti dagli stessi rappresentanti del gruppo, 1344 dichiarazioni preventive di non colpevolezza, 2341 indicazioni su possibili calunniatori abitanti nei Paesi visitati, 42mila e 1 proposte per migliorare la visione dello Stato nei Paesi confinanti. Al suo rientro il gruppo di rappresentanti venne direttamente confinato in qualche zona sconosciuta dello Stato, mentre lo Stato stesso dichiarò guerra simultaneamente a tutti i Paesi visitati dal gruppo di rappresentanti, perdendo altrettanto simultaneamente tutte quante le guerre. Dello Stato in questione si persero così le tracce su tutte le mappe del mondo, nonostante qualcuno ne confermi l’avvistamento, di tanto in tanto, in alcune zone ai confini della civiltà organizzata.

Tutto il mondo parlava in dialetto

I nati a Santarcangelo nei primi anni Venti, almeno molti di loro, quando a un anno, a due anni, hanno cominciato a parlare, hanno nominato le cose in dialetto. La loro prima lingua è stata il dialetto. Ed era inevitabile. Tutti, intorno a loro, parlavano in dialetto, il babbo e la mamma, il nonno e la nonna, lo zio e la zia, i compagni di giochi. Le cose. Tutto il mondo parlava in dialetto.

[Raffaello Baldini, Due tre cose su Nino e il dialetto, in Nino Pedretti, Al vòusi e altre poesie in dialetto romagnolo, Einaudi, p.223]

Un villino in vendita

Un signore di Łódź aveva per anni cercato di vendere la propria casa, un villino unifamiliare in un quartiere piuttosto malridotto, con se stesso dentro. La clausola, ben espressa nel contratto, riportava che i nuovi proprietari non avrebbero potuto mandar via il vecchio inquilino fino alla morte di questi, mentre per il resto avrebbero potuto fare ciò che volevano del villino, compreso ristrutturarlo interamente: il vecchio proprietario si sarebbe adeguato. Per anni la casa era stata visitata da coppie e da famiglie, ma davanti a quella inconsueta clausola si erano tutti tirati indietro, chi sdegnatamente chi adducendo altre scuse, sebbene fosse chiaro che nessuno avrebbe voluto tenere in casa un completo estraneo che avrebbe occupato il divano durante le serate e il bagno la mattina presto, partecipato ai barbecue nel giardino sul retro e votato nelle riunioni di famiglia. L’agenzia immobiliare aveva cercato in tutti i modi di mostrare i vantaggi di una casa con già un inquilino all’interno capace di dare una mano con i lavori domestici e a conoscenza di tutto ciò che poteva servire nel villino, ma alla fine aveva dovuto arrendersi all’impresa. Murato vivo nel seminterrato il proprietario, la casa era stata messa in vendita con l’esplicita indicazione di come fosse infestata dai fantasmi, attirando così una mole di richieste da appassionati del genere. Il villino venne in breve venduto, e ancora oggi il vecchio proprietario si aggira nel seminterrato trascinando pesanti catene.

Una immagine

Una volta nella Galleria Borghese, a Roma, ho firmato uno specchio. L’ho fatto in uno dei bagni delle signore, con un rossetto. Quella che stavo firmando era un’immagine di me stessa, naturalmente. Ad ogni modo, se qualcuno avesse guardato, avrebbe visto la mia firma sotto la sua, di immagine. Indubbiamente non l’avrei firmato, ci fosse stato qualcun altro a guardare. Anche se, a dire il vero, il nome che ho scritto era quello di Giotto.

[David Markson, L’amante di Wittgenstein, Edizioni Clichy, pp.79-80]

Un esploratore

Tornato alla sua cittadina natale dopo una lontananza durata quasi dodici anni, un esploratore olandese aveva a lungo intrattenuto l’anziana madre con i racconti delle avventure che aveva avuto da quando, dodici anni prima, aveva lasciato Lemelerveld per girare tutto il mondo. Nel giro di qualche giorno i suoi racconti avevano attirato così tanto l’interesse non solo della madre ma di tutta la popolazione di Lemelerveld che l’esploratore si era trovato a raccontare le sue avventure davanti a un pubblico sempre più numeroso, e alla fine, vista la grande richiesta, gli era stato assegnato al Circolo Sociale di Lemelerveld un giorno fisso a settimana in cui poter riportare quelle sue avventure che tanto, nei giovani quanto negli anziani, suscitavano le più grandi emozioni: per lungo tempo proprio quelle serate erano state la vera attrazione della cittadina. Quando all’età di appena 43 anni, dopo una breve malattia, l’esploratore era venuto a mancare, tutti furono dunque concordi nell’affiggere nel Circolo Sociale una piccola targa riportante il suo nome e, subito sotto, il titolo onorifico di “Grande Esploratore di Lemelerveld”, a ricordo di tutte quelle avventure che lo vedevano protagonista. Si era poi scoperto, ma questo solo diversi anni più tardi, che l’esploratore non era mai andato oltre il paesino di Lierderholthuis, a quindici chilometri circa da quella cittadina, dove aveva intrattenuto una relazione adulterina con la figlia di un capraio, prima di sentire la necessità di tornare alla sua Lemelerveld per rivedere l’anziana madre. La targa era stata nottetempo cambiata e al posto di “Grande Esploratore” si poteva ora leggere “Grande Narratore di Lemelerveld”, e se i più affermavano di non aver mai creduto a tutte quelle storie, nessuno si era mai detto dispiaciuto di averle ascoltate.

Giuanni Benforte che a cinquecento diede la morte

C’era una volta a Roma un tagliamacchie* che si chiamava Giuanni. Un giorno mentre tagliava un ramo di quercia, il ramo gli cascò addosso, gli ruppe uno stinco e lo mandò per tre mesi all’ospedale. Quando non ne poté più di stare all’ospedale, scappò e venne quaggiù in Marca. Un giorno stava seduto e si sfasciò la gamba che aveva la piaga; e sulla piaga si posavano le mosche. Lui tutte le mosche che gli si posavano dava una manata e le stendeva morte. Quando non ne vennero più le contò in terra: erano cinquecento. Fece un cartello e se l’attaccò al collo: Giuanni Benforte che a cinquecento diede la morte.

[Italo Calvino, Giuanni Benforte che a cinquecento diede la morte, da Le più belle fiabe italiane, Einaudi scuola, p.141]

*tagliamacchie: boscaiolo