Pantaloncini

(Il giorno dopo poi ero andato a cercare un pantaloncino di jeans: faceva eccezionalmente caldo, in quei giorni lì, mi ero così autoconvinto che lo facevo a causa del caldo, non per il caldo, ma a causa del caldo: doveva avermi dato alla testa, tutto quel caldo lì.)

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Pantaloncini

Erano i pantaloncini di jeans, una cosa che io, passavano gli anni, ma non riuscivo ancora ad accettare, una cosa che per me era la cosa più antiestetica del mondo, e così continuavo a girare con i jeans lunghi anche d’estate, come forma di protesta proprio, e mi ero ricordato di Baldini, Raffaello Baldini, quando anche lui ce l’aveva con le camicie a maniche corte, che a lui gli ricordavano tutt’altro che delle camicie, lo scriveva qui:

Un solo esempio. Le camicie con le maniche corte. Milioni di persone le portano. Io non le sopporto. Le camicie con le maniche corte. Ma che camicie? sono mutande. Non è una battuta. Prendete uno in mutande e con una camicia con le maniche corte. Sono due paia di mutande, uno sotto e uno sopra. Dice: ma quand’è caldo. Cioè, quand’è caldo vai in giro in mutande? E poi cosa c’entra il caldo? ti rimbocchi le maniche, quand’è caldo.

[Raffaello Baldini, In fondo a destra, in Carta canta, Zitti tutti!, In fondo a destra, Einaudi, p. 125]

Cabine

Poi ogni tanto, casualmente, ne rincontravo una, di quelle cabine telefoniche, erano nei posti più disparati, forse ancora in funzione, anche se chissà se qualcuno ancora le usava — e così a volte mi immaginavo anche l’ultima volta che qualcuno poteva averle usate, e l’ultima conversazione che potevano aver ascoltato, quelle tristi cabine telefoniche, forse era passato già qualche mese o addirittura oramai anni da quell’ultima conversazione, e le cabine telefoniche, sicuramente, ne conservavano ancora malinconicamente il ricordo.

Coincidenze

Il poeta Ernesto soleva comporre le sue poesie estraendo a sorte le parole; estraendole, si dice, proprio e materialmente a sorte da una grand’urna con manovella che s’era fatta appositamente costruire, simile a quelle in uso per le lotterie o a quei cilindri entro cui si tostava il caffè in tempi non sospetti, o ancora a un frullone di buona memoria. […] Ora avvenne un bel giorno che dall’urna Ernesto estraesse le seguenti parole nell’ordine: 1) Sempre, 2) Caro, 3) Ermo, 4) Colle. E qui il nostro poeta si fermò, parendogli che quattro parole fossero più che sufficienti per il verso iniziale; si trattava adesso di farle stare insieme.

[Tommaso Landolfi, La dea cieca o veggente, in In società, Adelphi, pp.110-112]

Librottini

Avevo impiegato quasi un’ora per scegliere due librottini da portare in regalo alla piccola Rachele e all’ancor più piccolo Lorenzo, un’ora a sfogliare tutti i libri, i librini e i librottini presenti nell’area bambini 0-3 anni della libreria, tanto che mi ero fatto una tale cultura che oramai conoscevo più gli scaffali 0-3 anni che quelli che di solito frequentavo io, e alla fine mi ero risolto per un librottino di Pinocchio per la piccola Rachele e uno della Pimpa per l’ancor più piccolo Lorenzo, e la cosa più bella di tutte è che, quando poi glieli avevo portati la sera prima che partissero per il mare, ecco che la piccola Rachele aveva voluto quello della Pimpa e Lorenzo quello di Pinocchio, confermando in pieno i miei gusti completamente sbilenchi anche sui librotti per bambini 0-3 anni.

Turista

Avevo così fatto finta di essere un turista: era la sera prima della partenza per le ferie, e io avevo preso fuori la mia bicicletta ed ero corso fino a Bologna lungo la solita strada, solo che ora impersonavo un turista, e come un turista mi guardavo attorno meravigliato, alla ricerca di misteriose stradine e malcelati monumenti, di passanti autoctoni e di autoctoni vecchietti, un portapizze a cui non si avviava più il motorino e una bambina su un passeggino con in braccio un coniglio vero, un senzatetto che gridava ai passanti e un altro, sotto un diverso porticato, chino a scrivere qualcosa sopra un taccuino — avrei quasi voluto fermarmi per chiedergli di che cosa stesse scrivendo: magari era proprio come me, si appuntava di tutti i passanti particolari che gli passavano sotto il naso, e magari anche di me, un finto-turista autoctono che girava a tarda sera in bicicletta alla ricerca di cose curiose lì in quella città con ben due torri pendenti.

Samovar

L’uomo, fratello mio, è tal quale un samovar. Non se ne sta sempre al fresco su uno scaffale, ma, talvolta, lo riempiono di carboni ardenti: e soffia… psc! Questo paragone non sta in piedi, ma non mi è venuto in mente nulla di più intelligente… (Sospira).

[Anton Čechov, Ivanov, in Teatro, Garzanti, p.215]

Cocco

E tornata dal mare, la prima cosa che la piccola Rachele aveva raccontato, di quella sua avventura, era stato del signore che in spiaggia urlava “Cocco, cocco bello!”.

Coppie

Un appunto da una cosa che sto scrivendo, ma che non includerò nella cosa che sto scrivendo: “C’erano poi anche le coppie, che ridevano da sole per strada, e voi mi direte: ma non era un prontuario di gente che ride da sola per strada?, dimenticando che non si è mai così soli come quando uno ride da solo mentre non è da solo, o qualcosa del genere, così le coppie dove uno rideva e l’altro no erano un po’ più difficili da osservare, ma sicuramente più interessanti, certo più appaganti di quelle coppie che vedevi camminare mano nella mano, e poi entrambi, con le mani libere, erano impegnati a scrollare chilometri sul loro smartphone”.

Dinosauro

Quand’ecco che passando per i giardini avevo adocchiato un bambino, non avrà avuto più di quattro anni, in sella alla sua bici e in testa uno splendido casco a forma di testa di dinosauro: non vedevo l’ora di scoprire dove l’avesse trovato, quel casco a forma di dinosauro, non tanto per me, non potevo certo girare in bici con un casco a forma di dinosauro, quanto piuttosto per il piccolo Lorenzo, che già ora camminava spedito dall’alto dei suoi quindici mesi e che a breve, dotato di bici, avrebbe senz’altro avuto bisogno di un casco a forma di dinosauro.