Il senso di una fine – Julian Barnes

Ci ho dovuto riflettere sopra qualche giorno su questo libro di Barnes. Mesi che ne rimandavo la lettura nonostante l’enorme curiosità, soprattutto dopo il tanto parlarne sia in rete che sui vari quotidiani dove lo raccontavano nei modi più disparati. Chi lo dipingeva come un capolavoro, chi lo bocciava disgustato, chi ne analizzava le trame più inaspettate, chi si chiedeva quale fosse il vero finale… Il tutto non ha fatto che accrescere la mia voglia di leggerlo, ché il mio parere personale, almeno per il momento, è quello che più mi interessa.

Il problema è che, in breve, ecco, io mica l’ho capito se questo libro mi è piaciuto.

Andiamo con ordine. Ho letto – e leggo soprattutto qui su aNobii – che molti sono rimasti delusi perché in questo libro “non succede sostanzialmente nulla”, è un racconto “immobile”, con una trama troppo semplice, quasi svogliata. Questo non mi è sembrato un problema, nel senso che io adoro anche i libri dove non succede nulla, quelli dove si parla per pagine e pagine di cose astratte, dove i personaggi – e non le loro azioni – sono al centro di tutto. Non ho bisogno di azione, di chissà quali storie mirabolanti, e chi le cerca in questo libro sbaglia (non dico in partenza, ma dopo questa mia recensione non potete dire di non essere stati avvertiti). “Il senso di una fine” è un po’ così, c’è una storia semplice semplice, che un buon scrittore potrebbe condensare in un racconto breve di 50 pagine a stare larghi, e poi c’è tutto il resto. Ci sono tutti i pensieri del protagonista, tutte le sue questioni filosofiche, tutto il suo rimuginare su una vita passata, tante digressioni, e la storia è messa lì quasi fosse un pretesto per poter parlare di certi argomenti, e il tutto è molto bello. Cioè, a me è piaciuto.

I problemi di questo libro però mi sono sembrati altri, e ne presento solo due per non annoiarvi: da una parte l’estrema leggerezza con cui alcune questioni sono affrontate, dall’altra un po’ di confusione nell’esporre il tutto. La prima ho paura sia da ricercare nella voglia dell’autore di venire incontro ad un pubblico abbastanza vasto: parliamoci chiaro, se qui scendeva nel più filosofico o semplicemente avesse maggiormente approfondito certi aspetti in molti il libro l’avrebbero scartato prima di metà (io compreso forse, ché non sono certo una cima, ecco). Questo venire incontro al pubblico da alcuni è stato apprezzato, da altri è stato tacciato di banalità (!), ma su questo ci mettiamo un “amen” – nel senso che ognuno creda quello che vuole: al giorno d’oggi tre quarti degli scrittori sono considerati banali, senza differenze fra l’amico scribacchino e il premio nobel del decennio scorso. La seconda, questa “confusione” a cui accennavo, è figlia dello stesso motivo, ma meglio specificare: Barnes mette in campo tantissimi argomenti nel libro, ma li affronta in maniera disordinata, spezzando i pensieri in questi mini-capitoli (ideali, visto che sono uno di seguito all’altro) che ti fanno continuamente perdere il senso. Un attimo prima si sta raccontando del suo incontro a cena con l’ex-moglie, in quello dopo parte con qualche digressione profonda sulla sua vita, subito dopo riprende dalla mail che sta scrivendo alla sua vecchia fiamma di gioventù, il tutto senza una vera continuità. Non ti lascia certo spiazzato, ma un senso di incompletezza quello sì, te lo lascia. Se aggiungiamo un finale che, raccontato completamente e stringatamente nelle due ultime pagine, lascia tantissimi dubbi sugli avvenimenti della storia principale, si ha un quadro abbastanza completo sul mio spiazzamento e il relativo doverci riflettere sopra per qualche giorno.

In breve: lo consiglierei? Sì, se non altro è un libro che va letto per farcisi un’idea propria sopra. C’è chi lo considera un capolavoro, chi un libro inutile, ma difficilmente lascia indifferenti. Non è un capolavoro (il fatto che abbia vinto il Man Booker Prize ha certamente lasciato tutti un po’ dubbiosi), ma c’è ben di peggio in giro, molto peggio. E poi lo stile di scrittura di Barnes personalmente mi è piaciuto, non è né troppo semplice né troppo ricercato (e anche qui ci sta un “amen”). In definitiva il mio voto è un 4 su 5, ma solo perché 3 mi sembra poco e 5 mi sembra troppo, ma sinceramente non so neanche io quanto mi sia piaciuto… ci penserò sopra qualche altro giorno.

Nota a margine: per chi vuole approfondire consiglio un bell’articolo pubblicato su Minima & Moralia riguardante la parte filosofica di questo romanzo www.minimaetmoralia.it/?p=9622

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