Qualcuno con cui correre – David Grossman

Tragedia in quattro atti

ATTO I
(Scena completamente vuota ad eccezione di un tavolo e di una sedia. Sul tavolo una piccola lampada, unica illuminazione. Entra e si siede, appoggia i gomiti sul tavolo e raccoglie la testa fra le mani, evidentemente disperato. Un sospiro, poi prende a parlare fra sé e sé)
Orsù, cosa debbo fare di voi, Grossman? Siamo al secondo libro ed è la seconda delusione. Va bene, il primo forse non vi rappresentava, era una sotto-specie di libro in prosa poetica, ma allora? Che occorre legger di vostro per rimaner soddisfatti, se neppure un tomo di 400 pagine lascia qualcosa nel mio essere? C’è questo ragazzo qui che corre dietro ad un cane per trovarne la proprietaria, e tu mi spiattelli una nascente storia d’amore che, per carità, fa sempre bene vedere quanto amore c’è in questo triste, triste mondo, ma è talmente piatto, banale e irreale che mi sono sentito tutto un sottosopra nello stomaco che, per carità, passiamo ad altro. Ci metti dentro la storia dei fratelli con tanti problemi familiari e di droga, ci metti l’organizzazione illegale, ci metti le figure strampalate che non servono a nulla se non ad allungare la trama, e poi magari pensi di aver fatto pure un romanzo innovativo. Passiamo ad altro.

ATTO II
(Interno di una biblioteca abbastanza moderna, poco illuminata, fra due scaffali carichi di libri)
…che poi, a ben rifletterci, anche Cappucetto Rosso è sì una favola per bambini, ma ha un suo senso, una sua morale. E Grossman ce lo vogliono far passare per questo, per un autore che scrive libri “facili” e con una scrittura “semplice”, ma con un senso sulla sfondo che vorrebbe essere molto più ampio. Ma io, che l’infanzia l’ho passata da giusto un paio di anni, se voglio leggere qualcosa che formi la mia persona, non vado a leggere Cappuccetto Rosso perché ha una morale, ma mi rivolgo magari a chi, oltre a quella, ci inserisce qualcosa di più profondo, magari con uno stile di scrittura che mi soddisfi anche su quel piano. E voi, Grossman, pensate francamente di darmi qualcosa più che un semplice passatempo? O forse cercate di far leva sui facili sentimenti in questo triste, triste mondo? Passiamo ad altro.

ATTO III
(Nuovamente sulla scena del primo atto, non più seduto ma intento a girare in tondo sul palco, continuando a parlare fra sé e sé, a volte inudibile al pubblico)
[..] Che poi, certe frasi: “[il ragazzo] galoppava come un tornado, con le orecchie al vento”, “[È] come se mi mancasse quella parte d’anima che si incastra negli altri, come nei Lego” e altre che non ricordo neanche perché, per carità, sembrano quelle dei bambini alle elementari! Grossman, orsù! Si può costruire un libro con tali mancanze? A chi vuoi darla a bere? [..borbottio inudibile che sale e scende di tono..] Sei uno scrittore o un narratore? [..borbottii..] È uno stile che non soddisfa, per niente, è piatto come una tavola, quindi tu cerchi di inserirci qualche elemento più poetico ma è tipo, non so, – BAM! – una tavola con impiantati dei chiodi storti. [..borbottii..]
(Esce dal palco come se niente fosse, fa per rientrare, ci ripensa e gli cala definitivamente il sipario quasi addosso)

ATTO IV
(Irrompe sul palco completamente spoglio (il palco, s’intende), con un monologo senza pause)
…chepoiallafinenonèchesiaunlibropropriodabuttare,èsolochestoriedelgenerepotrebbescriverlechiunque,ealloraperchèincensarespudoratamenteunoscrittorealpostodiunaltro,prendereunlibroeassegnarglicerteetichette,quandositrattadiunlibrosenzainfamiaesenzalode?Chenellasecondapartepoimiglioraanche,maseoccorretuttaquestafaticapertirartifuoriqualcosa,mioGrossman,iorinuncioepassoall’infinitàdiscrittorichepiùditemeritanolamiaattenzione.

FINE.

Cala bruscamente il sipario.
Silenzio completo in sala.
Timide occhiate fra gli spettatori.
Qualche applauso isolato.

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