Dalla parte di Swann (Alla ricerca del tempo perduto, vol. 1) – Marcel Proust

C’è una frase, nell’opera principale di Hrabal, che fin dalla prima lettura mi è sempre rimasta impressa, un po’ perché esprime in poche parole ciò che dovrebbe spingerci verso la lettura, al voler “sacrificare” giornalmente qualche ora del nostro tempo per qualche pagina scritta, un po’ perché è Hrabal, e a Hrabal gli si vuole sempre bene. Dicevo, Hrabal, in “Una solitudine troppo rumorosa“, scriveva, in quel suo classico turbinio di pensieri e azioni dalla rigorosa punteggiatura hrabaliana, questa frase qui: “[…] ma sorrido, perché in borsa porto libri dai quali mi aspetto che a sera da loro apprenderò su me stesso qualche cosa che ancora non so“.

Non starò qui a farvi una disanima sul significato di questa frase e “di quanto ci sia dietro la letteratura vista come unico mezzo per poter apprendere su se stessi ciò che la vita non ci può insegnare” e delle sue implicazioni nella cultura moderna e post-moderna (per altro disanima interessantissima, se non altro perché ve la farei io), ma solo del perché tale frase mi sia tornata in mente durante la lettura di questo primo Proust. Il signor Proust, che fin dal concepimento di questa monumentale opera e dell’idea che vi sarebbe stata dietro (un libro su un tipo che non sa scrivere un libro e che al termine sa di cosa parlerà in questo libro, ed è il libro stesso che ce lo racconta) dimostrava di essere un passo davanti a tutti, immerge questo suo componimento in una ricchezza lessicale che a noi, amanti della bella scrittura, già può bastare per ergere sul nostro personale piedistallo questo colossale libro.

Se amate la poesia – per inciso, io spero che non esista gente a cui non piaccia la poesia – dicevo, voi che non potete fare altro che amare la poesia come il sottoscritto, potete immaginarvi il signor Proust intento a scrivere “Alla ricerca del tempo perduto” prima in versi, quindi trasformarlo in prosa per darlo in regalo a noi comuni mortali. C’è una musicalità nelle frasi dell’opera proustiana, una ricerca del “lessicalmente bello”, che certi poeti se la sognano finanche nelle proprie opere più riuscite: il buon vecchio Marcel (che di cognome fa Proust, mentre il nome completo potete citarlo la prima volta che volete far colpo su qualcuno, vi basterà impararlo a memoria: Valentin Louis Georges Eugène Marcel Proust) intesse in questo primo libro tre storie, divise in altrettanti capitoli, il cui sunto potremmo far stare in non più di due paginette. Eppure Proust, che di mestiere fa lo scrittore e come passione ha lo studio delle anime di noi mortali, se ne esce con 300 pagine ricche di introspezioni da parte di tutti i (pochi) personaggi che abitano la sua opera, analizzando i sentimenti umani come pochi altri avrebbero potuto fare e insegnandocene certi aspetti che, è chiaro, ci mostrano come Proust non possa essere che un qualcosa di superiore a noi.

E cosa dunque importa se per metà del libro si parla unicamente della gelosia del signor Swann, della sua continua incertezza e passione, del suo perenne struggersi per amore tanto reale che, Dio mio, avrei voluto entrare nel libro per consolarlo io il signor Swann, ché certe cose è difficile risolversele da soli? E cosa importa se l’insicurezza e il ricordo sono gli unici temi di cui il Narratore, vero protagonista, ci tratta nella restante metà dell’opera, questo suo continuo riscoprire un passato oramai sepolto fatto di madeleine e di vacanze estive e di colpi di fulmine e di primi innamoramenti di gente che neppure si è mai vista e la scoperta della letteratura e della sua importanza e…? Sto divagando? Sto divagando.

In verità volevo parlarvi dell’associazione Hrabal-Proust, ma sarebbe piuttosto complesso e probabilmente a questo punto della recensione non c’è arrivato neanche nessuno, quindi potrei anche far finta di niente e dimenticarmene. Ma visto che ogni tanto vado a rileggermi le mie recensioni e di solito non mi auto-annoio così tanto da lasciarle a metà, me lo scrivo per me, così poi fra qualche anno capirò di non aver capito nulla di Proust e potrò dire che almeno ci avevo provato. [inizio parte noiosa della recensione] Nella prima sezione del libro di Proust, il narratore, che è anche protagonista, scopre l’importanza della letteratura, affrontando il tema hrabaliano dal punto di vista della “intensità”. Hrabal pone la lettura dei libri come mezzo per poter apprendere su se stessi ciò che, per vari motivi, non si è riusciti ad apprendere dagli altri: attraverso la letteratura il lettore attento riesce a comprendere i meccanismi dietro i comportamenti umani, ricavandone aspetti riconducibili alla sua vita, e permettendogli così di completare la sua esperienza con qualcosa che difficilmente da solo avrebbe potuto immaginarsi. Si instaura fra lettore e scrittore una sorta di dialogo come può essere fra due amici intimi: è l’autore a raccontare in questo caso, a offrirci il suo punto di vista, e io, lettore, che difficilmente da solo avrei potuto immaginarmi un punto di vista dissimile dal mio, sono costretto a rimettere in discussione le mie idee, a confrontarle, ad apprenderle, e infine a crescere. Proust pone l’accento su qualcosa di molto simile, se vogliamo complementare: nella fase in cui il protagonista apprende l’importanza della letteratura, raccontata in una splendida serie di passaggi che noi lettori dovremmo studiarci a memoria, si arriva ad affermare quanto segue: “[…] ecco che egli (l’autore – ndr) scatena dentro di noi nello spazio di un’ora tutte le possibili gioie e sventure che, nella vita, impiegheremmo anni interi a conoscere in minima parte, e di cui le più intense non ci verrebbero mai rivelate giacché la lentezza con la quale producono ce ne impedisce la percezione“. Fermatevi e rileggete questa singola frase un paio di volte prima di proseguire, è bene che ne comprendiate davvero il significato. Se ci siete, proseguiamo. Dietro questa frase c’è la risposta a una serie infinita di domande: ponendo l’accento sulla intensità delle emozioni, Proust ci spiega innanzitutto perché certe opere letterarie riescano così tanto a colpire il nostro animo. Racchiudere nelle poche ore necessarie alla lettura di un libro così tanti sentimenti, così tante sensazioni (cosa che lo stesso Proust fa), produce nel lettore un senso di completezza difficilmente raggiungibile nella vita reale. Ma anche, l’importante differenza fra la realtà e la finzione narrativa: perché le storie d’amore nei libri ci sembrano raggiungere picchi di intensità indescrivibile, quando nella realtà, beh, nella realtà sembrano diluite da tanti momenti difficili? È sempre il concentrarsi di tanti avvenimenti in poche ore, un soprassedere ai momenti bui in favore di ciò che maggiormente ci colpisce durante la lettura, un pensare che cinquanta pagine dopo aver visto nascere il sentimento fra due persone esse siano già riuscite a coronare il loro sogno, anche attraverso difficoltà magari più incredibili di quelle che noi troveremmo nella realtà, ma che percepiamo più insormontabili perché reali. È il Tempo la chiave del tutto, e guarda caso il grande protagonista dell’opera proustiana è proprio il Tempo: nello scorrere reale, nei minuti che si accumulano in giorni che si accumulano in mesi che si accumulano in anni che si accumulano in una vita, il singolo minuto riesce a diluire tutto il resto, quando invece basterebbe prendere una intera vita e condensarla in 300 pagine per apprezzarne veramente l’intensità. [fine parte noiosa della recensione]

È un libro noioso. Dico che è un libro noioso perché più della metà di quelli che lo inizieranno vi dirà che non succede nulla, e la metà della metà di quelli che andranno avanti diranno che l’hanno fatto per non lasciare il libro a metà, e la metà della metà della metà farà finta di averlo letto tutto solo per poter dire alla propria ragazza che anche loro da giovani hanno letto “tutto quel libro lì, non mi ricordo il titolo, ma l’ha scritto Valentin Louis Georges Eugène Rodriguez Marcel Proust (occhiata di intesa alla partner oramai in brodo di giuggiole)”. Ecco, questi vi diranno tutti che il libro è noioso, o lo penseranno ma non ve lo diranno per darsi una certa importanza. Io invece vi dico che è uno dei libri più belli che abbia mai letto, perché è capace di insegnarvi talmente tante cose sul comportamento e sull’animo umano che difficilmente potreste trovare in qualunque altro libro. E sono felice, perché in biblioteca ho ancora gli altri sei libri dai quali mi aspetto che a giorni, da loro, apprenderò su me stesso qualche cosa che ancora non so.

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4 pensieri su “Dalla parte di Swann (Alla ricerca del tempo perduto, vol. 1) – Marcel Proust

    1. Gabriele Autore articolo

      Ti ringrazio Alessandra :)
      Rileggendo poi questa recensione del settembre scorso mi vien da pensare che a breve inizierò il settimo volume di Proust, e poi sarà tutto finito, anche se mi rimarrà molto. Mai letto Proust?

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        1. Gabriele Autore articolo

          Magari finito il settimo farò un post riassuntivo. Ho evitato di parlare di ogni singolo volume, primo a parte, perché è un’opera che va presa in blocco tanto è perfetta.

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