Il generale dell’armata morta – Ismail Kadare

No, non è un romanzo dell’orrore e neanche uno di quei fantasy che vanno ora tanto di moda. Anche se di orrore, in queste pagine di Ismail Kadare, ce n’è, così come è sempre quando si parla di guerra. Lo scrittore albanese, uno dei più noti del suo Paese (ma certo distante, per quanto geograficamente vicino, alle letture solite della nostra penisola), pubblica nel 1963 questo libro, a circa vent’anni da quella seconda guerra mondiale che fa da sfondo alle vicende narrate nel libro stesso.

La seconda guerra mondiale vista un ventennio dopo dagli occhi di un generale e di un prete italiani, inviati in Albania per recuperare i corpi dei tanti compatrioti caduti, una ricerca fra montagne e pianure delle tombe scavate, spesso con mezzi di fortuna, a seguito gli scontri armati. Per il generale, principale protagonista del libro, è l’occasione di affrontare un popolo a lui estraneo, un popolo con cui vent’anni prima era in guerra e con cui ora si ritrova a dover lavorare fianco a fianco nella ricerca delle tombe dei suoi compagni, occasione che da una diffidenza iniziale si trasforma in un profondo astio, fino allo scontro aperto, in una serie di eventi che porteranno la figura austera del generale a una profonda crisi di coscienza e di (voluto) distacco dalla realtà e dalle sue responsabilità.

Kadare, che pur essendo al suo primo romanzo già sorprende per le proprie capacità narrative, imprime fin dalle pagine iniziali la pesante atmosfera dell’intera opera: se ne “Il palazzo dei sogni“, altro splendido libro dello scrittore, le atmosfere kafkiane prenderanno il sopravvento in un turbinio di vicende e personaggi imprevedibili, ne “Il generale dell’armata morta” lo scrittore si avvicina a quelle de “Il deserto dei Tartari“. Il nostro Buzzati è ricordato tanto per i protagonisti quanto per la vicenda in sé, un eterno rincorrere un qualcosa che, una volta raggiunto, non è più ciò che stavamo aspettando, ma anche nell’allontanarsi del protagonista dalla sua vita precedente, un allontanarsi che renderà sempre più difficile il ritorno alla sua famiglia. Ma il maggior pregio di Kadare – così come pregio di tutti gli intellettuali e letterati impegnati socialmente, quale lo scrittore albanese è – è il non essere accondiscendente verso il suo stesso popolo, ritratto per tutto il libro con toni forti, soprattutto verso le proprie tradizioni e la propria inclinazione alla guerra. Kadare non guarda così alle figure del generale e del prete italiani come a degli invasori ritornati sul campo di guerra, così come non vede nel suo popolo l’unico colpevole dei tanti morti cercati dai due, ma di entrambi ci mostra i diversi aspetti: fra le pagine dei diari degli italiani troviamo così anche quelle dei disertori che si sono riappacificati con gli albanesi, così come quelle degli invasori incapaci di fermarsi anche davanti a giovani ragazze, ma anche negli albanesi stessi, capaci ora di accogliere lo straniero senza serbargli rancore per il passato, ma dall’altro di rinfacciargli alla prima occasione la propria ripugnanza.

È anche il finale, che non è un vero finale, a lasciare un bel segno di questo libro: il generale, dopo anni di ricerche, è oramai pronto a ritornare in patria senza aver concluso interamente il suo lavoro, e nelle ultime pagine del libro lo ritroviamo in una situazione a cui le precedenti 200 pagine già ci avevano preparato, ovvero completamente ubriaco. Ma è una ubriachezza che egli cerca volutamente, necessaria per lasciarsi tutti quegli orrori alle spalle, quel prolungamento della guerra durato vent’anni che, se nella parte iniziale del libro è il leitmotiv e al tempo stesso il voler riparare alla sua assenza sul campo di quella guerra, viene infine vista in tutta la sua tragedia, dalla separazione di due popoli affacciati sullo stesso mare fino a quei soldati dispersi, a cui è rimasta addosso solamente una medaglietta come unico segno di riconoscimento e che ora portano una nuova uniforme, questa volta completamente in nylon azzurro.

Il generale sentiva che l’alcool gli dava alla testa. «Adesso ho ai miei ordini un’intera armata morta», pensava. «Solo che per uniforme hanno tutti un sacco di nylon. Un sacco azzurro sbarrato da due righe bianche e bordato di nero, fabbricazione speciale della ditta Olympia. Al principio c’erano solo alcuni plotoni di bare, poi, a poco a poco, si sono formati compagnie e battaglioni e ora stiamo completando reggimenti e divisioni. Un intero esercito avvolto nel nylon.»

(Avrei voluto inserire anche un paragrafo su quanto siano importanti le differenze culturali fra i popoli per le letteratura, ma avrei allungato il tutto con un discorso che potrei farvi in un qualsiasi libro del genere, quindi lo rimanderò ai tempi felici, cioè fra un bel po’)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...