Il gioco preferito – Leonard Cohen

Breavman era furibondo. Non voleva spostare il letto. Voleva stendersi lì sopra, abbracciarla e addormentarsi.
Avevano guidato tutto il giorno. Non sapeva dove si trovassero, probabilmente in Virginia, e non conosceva il nome di quell’alberghetto.
Il rivestimento di legno era marrone e forse la vistosa carta da parati scollata nascondeva sinistri insettini. Era troppo stanco per farci caso. Durante le ultime cento miglia lei aveva dormito con la testa posata sulla sua spalla e lui era vagamente risentito perché si era sottratta al cimento della strada.
«Che importa dov’è quel maledetto letto? Saremo fuori di qui per le otto di domattina».
«Lo sposterò da sola».
«Shell, non essere stupida».
«Svegliandoci potremo vedere gli alberi».
«Non voglio vedere gli alberi quando ci svegliamo. Voglio guardare il soffitto sporco e ricevere negli occhi pezzetti di stucco sporco caduti dal soffitto».
Il brutto letto di ottone oppose resistenza agli sforzi di Shell. Per generazioni di dormienti non aveva cambiato posizione. Lui immaginò la grigia e spessa nuvola di polvere sotto. Con un sospiro, si avvicinò all’altra estremità.
«Mi sono offerta di guidare», gli disse per giustificare la sua energia.
Ma lui non sopportava di farsi trasportare nella notte, di restare inerme al fianco della persona che guidava veloce. Se doveva trovarsi catapultato lungo un’autostrada, con le insegne al neon dei motel e degli hamburger che catturavano la sua attenzione in modo assurdo come quelle immagini incerte che gli lampeggiavano sempre nella mente, voleva essere lui a dirigere il caos.
«Inoltre, c’è un che di irriverente nello spostare questo aggeggio».
Lei spinse forte, con le nocche bianche sulle sbarre di ottone.
Breavman ebbe l’impressione che fossero le mani di una monaca, sbiancate e arrossate dai lavori del convento; le aveva sempre considerate delicate. Anche il suo corpo era così. A prima vista poteva essere scambiata per una modella di Vogue: alta, con i seni piccoli, spigolosa e fragile. Ma poi le cosce tornite e le spalle larghe modificavano l’impressione e, facendo l’amore, si rendeva conto di cavalcare una grande morbidezza. Le narici si dilatavano quel tanto da distruggere la prima impressione di squisita armonia e cedere il posto alla passione.
La sua grazia notevole era composta di un qualcosa di duraturo, disciplinato e atletico, come succede spesso con le donne che non pensano di essere belle.
Sì, pensò Breavman, lo avrebbe spostato con o senza di me. Lei è la Carry Nation delle stanze malfamate e piene di chintz e io sono il sudicio ubriacone che ammicca davanti alla sua pila di souvenir delle cascate del Niagara. Lei ha imparato a brandire l’ascia trecento anni fa, disboscando un campo del New England per seminarlo.
Adesso il letto era sotto la finestra. Breavman si sedette e la chiamò tendendo le mani. Si abbracciarono dolcemente e con una specie di pazienza, come se aspettassero entrambi che i demoni nati nel silenzio del lungo viaggio evaporassero.
Alla fine lei si alzò, un po’ troppo presto, pensò lui.
«Devo fare il letto».
«Fare il letto? Il letto è perfettamente in ordine».
«Intendo dire dall’altro verso. Non riusciremo a vedere niente».
«Lo fai apposta?»
Fu sorpreso dell’odio nella propria voce. Non era evaporato niente.
Lei volse lo sguardo verso di lui, cercando di farlo ragionare. Devo capire quello che vuole dirmi, amo tanto i suoi occhi, pensò in un lampo, ma la collera ebbe la meglio. Lui guardò il bagaglio per minacciarla.
«Lawrence, adesso siamo qui. Questa è la nostra stanza per questa notte. Dammi solo cinque minuti».
Lavorò in fretta, una specie di danza del raccolto da un lato all’altro del letto e le lenzuola volarono come se fossero una parte del suo abbigliamento. Breavman sapeva che solo lei riusciva a trasformare un lavoro domestico in un rituale.
Sprimacciò i cuscini dove avrebbero riposato le loro teste. Tolse una coperta e la drappeggiò su una poltrona orrenda, dandole una nuova forma con pochi rimbocchi e qualche piega. Trasportò nello sgabuzzino un tavolinetto cilindrico completo di centrini, vaso e una scatola magica rotta dalla quale un uccello con il becco spalancato doveva distribuire sigarette. Aprì il cesto di vimini che lui le aveva comprato e ne tirò fuori i loro libri che posò con noncuranza sul grande tavolo accanto alla porta.
«Che hai intenzione di fare con il lavabo? Ci sono delle crepe nella porcellana. Perché non tiri via un paio di tavole dal pavimento e lo nascondi sotto il tappeto?»
«Se mi aiuti».
Avrebbe voluto strapparlo dalla parete e farlo scomparire con un gesto da prestigiatore, una sigaretta scomparsa, un regalo per Shell. E avrebbe voluto strapparlo dalle sue luride radici e farlo dondolare come una mandibola, demolire completamente la stanza che lei aveva cominciato a rovinare.
Shell tirò fuori il nécessaire da barba di lui e il proprio astuccio segreto dei cosmetici che sapeva di limone. Aprì la finestra con una sfumatura di trionfo e Breavman udì le foglie muoversi nella notte primaverile.
Lei aveva cambiato la stanza. Adesso potevano distendervi i corpi. Era la loro, era abbastanza bella per amarsi e per parlare. Non che avesse allestito un palcoscenico sul quale potevano dormire mano nella mano, però aveva fatto in modo che la stanza rispondesse a quello che, secondo lei, il loro amore esigeva. Breavman sapeva che quella risposta non era la sua. Avrebbe voluto poter onorare quella sua capacità domestica e detestò la voglia che aveva di ferirla per questo.
Ma Shell non capiva che lui non voleva disturbare un posacenere, spostare una tenda?
Era accesa solo una piccola luce. In piedi nell’ombra lei si svestì e poi scivolò in fretta sotto le coperte, tirandosele fino al mento.
È una stanza migliore grazie a lei, pensò Breavman. Chiunque l’avrebbe ringraziata. Meritava un letto di piuma d’oca con le lenzuola ben rimboccate, oilà. Che io non posso darle perché non voglio che il castello lo copra, con il mio stemma scolpito sopra il camino.
«Vieni».
«Devo spegnere la luce?»
«Sì».
«Adesso è la stessa stanza per tutti e due».

[…]

(Alcuni mesi prima – ndr)
Chiuse gli occhi, ma sentiva ancora quello sguardo. Aveva la forza dell’ammirazione indifesa. Non la definiva bella, ma la invitava a deliziarsi della propria bellezza, il che è più comprensibile e umano, e lei si compiacque di contemplare il piacere che creava. Chi era quell’uomo che le faceva questo? Aprì gli occhi e gli sorrise la propria curiosità. Lui si alzò e si avvicinò.
«Vieni con me?»
«Va bene».
«È quasi buio».
Lasciarono la stanza in silenzio. Breavman chiuse accuratamente la porta. Si scambiarono i nomi sussurrando e risero nel ricordare che potevano anche parlare ad alta voce.
Passeggiarono avanti e indietro sulla spianata di cemento che si allarga davanti alla tomba di Grant. Quel punto possiede una certa formalità; di notte potrebbe essere il giardino privato di un amico illustre. Camminarono, tenendo il passo, sopra i grandi quadrati.
«I Grant sono ottimi padroni di casa», disse Shell.
«Si ritirano molto presto la sera», rispose Breavman.
«Non diresti che la loro casa è un tantino pretenziosa?», disse Shell.
«A dir poco. L’ingresso sembra un maledetto mausoleo!», esclamò Breavman. «E sento dire che lui beve».
«Anche lei».
Si presero per mano e corsero giù per la collina. Le foglie secche si frantumavano sotto i piedi e loro cercarono i mucchi per calpestarle. Poi guardarono il traffico passare veloce sulla strada sottostante, le luci di innumerevoli macchine. Sull’Hudson c’erano altre luci, la collana del ponte George Washington, le chiatte che si muovevano lente e l’insegna dell’Alcoa dall’altra parte dell’acqua. L’aria era trasparente, le stelle grandi. Restarono vicini ed ereditarono tutto.
«Adesso devo andare».
«Resta alzata tutta la notte con me! Andremo al mercato del pesce. Ci sono mostri grandi e nobili racchiusi nel ghiaccio. Ci sono delle tartarughe, tartarughe vive, per i ristoranti famosi. Ne salveremo una, scriveremo dei messaggi sul suo guscio e la metteremo in mare, Shell, come una conchiglia. Oppure andremo al mercato della verdura. Hanno delle reticelle rosse piene di cipolle che sembrano perle enormi. Oppure andremo nella Quarantaduesima Strada a vedere dieci film e compreremo un bollettino ciclostilato dei lavori che si possono trovare in Pakistan…»
«Domani lavoro».
«Questo non c’entra niente».
«Ma adesso è meglio che vada».
«So che in America questo è inaudito, ma ti accompagno a casa».
«Abito nella Ventitreesima Strada».
«Proprio quello che speravo. Sono più di cento isolati».
Shell gli prese il braccio, lui strinse a sé la mano di lei con il gomito e divennero parte di un unico movimento, una specie di dolce animale siamese che poteva percorrere diecimila isolati. Dopo un po’ lei tolse il braccio e lui si sentì vuoto.
«Qualcosa non va?»
«Credo di essere stanca. C’è un taxi».
«Parlami per un momento, prima di salire in macchina».
Shell pensò che era troppo difficile da spiegare. Lui l’avrebbe considerata una perfetta stupida, una femmina possessiva, se glielo avesse detto. Non voleva camminare così vicino a una persona, casualmente. E un uomo era forse tenuto a dichiararsi dopo averla frequentata per mezza serata? E lei non conosceva nemmeno i propri desideri; lui era un estraneo. Di una cosa sola era certa. Non poteva concedersi per caso.
«Sono sposata», fu tutto quello che disse.
Lui studiò il suo viso. Era una tentazione non collegare la sua bellezza a prosaici problemi umani. Tutte le sue espressioni erano bellissime, che importava cosa fosse a provocarle? Le sue labbra non erano perfette quando tremavano? Poi rammentò la sofferenza che aveva intuito in lei, mentre era seduta davanti alla finestra. Scosse la testa e le rispose.
«No, no, non ci credo».
Fece segno a un taxi e prima che riuscisse a toccare la maniglia della porta l’autista si sporse e l’aprì. Times Square fu un’invasione improvvisa di luce. Vene azzurrine trasparivano sotto la pelle dei loro visi e delle mani e sulla testa calva dell’autista. Accolsero con piacere la relativa oscurità della Settima Avenue. Non erano ancora abbastanza intimi per godere della bruttezza.
Breavman disse al taxi di aspettare e l’accompagnò all’ascensore.
«Non ti chiedo di salire», disse Shell senza civetteria.
«Lo so. Abbiamo tempo».
«Grazie per aver detto questo. La nostra passeggiata mi è piaciuta moltissimo».
Lui congedò il taxi e fece a piedi i cento isolati. La sua prova si limitò a cercare di non calpestare le fessure del marciapiede. Si era adagiato nella pace, il che significa fare quello che si sa di poter fare.
Shell si preparò rapidamente per andare a letto. Quando fu distesa al buio si rese improvvisamente conto di non essersi spazzolata i capelli.

[Leonard Cohen, Il gioco preferito, Fazi]

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