La vie d’Adèle

Nella scena finale c’è questa ragazza, di spalle, che si allontana lungo una via dove non sta camminando nessun altro. Ha appena lasciato una festa, dove conosce diversa gente, ma sta tornando da sola: con questo suo vestito blu, impossibile da non notare, la vediamo allontanarsi dalla macchina da presa e soprattutto da noi spettatori, lì in attesa che succeda qualcosa, che il ragazzo con cui ha appena parlato la raggiunga o che qualcuno noti la sua assenza, ma non succede nulla.

Riavvolgiamo la pellicola, circa un’ora prima. La stessa ragazza è al tavolo di un bar, sempre da sola. Sta aspettando che arrivi qualcuno, e questo qualcuno è da diversi mesi (forse anni) che non lo vede, e questo qualcuno non è uno qualsiasi, è qualcuno con cui ha avuto una relazione di una certa importanza nella sua vita. Finalmente questa persona arriva e c’è il solito scambio di frasi, come se fossero due amiche qualsiasi che non si vedono da diverso tempo. Poi l’ultima arrivata le chiede come sta andando la sua vita, e quella che abbiamo visto camminare di spalle nella prima scena inizia dicendole che va tutto bene, è felice, sta facendo quello per cui ha studiato e non si può quindi lamentare – ma qualcosa che vada davvero bene in verità non esiste, e pian piano la vediamo cedere, fare fatica a parlare, fino ad arrivare a dirle fra le lacrime che in verità no, non va per niente bene, non ce la fa, che è lei che le manca e che si sente completamente sola.

Ripartiamo dalla prima scena descritta: lei che si allontana, noi che la vediamo di spalle. Alla fine di qualsiasi relazione c’è sempre uno dei due che si allontana e l’altro che rimane lì, a guardarlo di spalle, cercando di capacitarsi del fatto che sarà l’ultima volta che lo vede e sperando fino all’ultimo che almeno si giri, anche un attimo, per fargli capire che magari, ecco, c’è una qualche possibilità che in futuro le cose si sistemino. Quello che rimane indietro sente per un attimo un senso di completa solitudine: io che ho cercato in qualsiasi momento di avere la tua compagnia, ad un tratto me ne trovo completamente privato. Lo spettatore, in quella scena iniziale, non vede Adèle girarsi. Sembra un addio definitivo, anzi è un addio definitivo: Adèle ha preso la sua strada, non si aspetta più che qualcuno la segua e non si aspetta che ci sia ancora qualcosa per lei da quello che si è lasciata alle spalle. Una rassegnazione completa.

E’ su quell’essere sola che “La vie d’Adèle” sembra ruotare attorno: mettendo da parte il fatto che ad essere protagoniste siano due donne (sarebbe cambiato qualcosa se fossero stati due uomini o un uomo e una donna?), l’intera pellicola esprime un continuo senso di solitudine della protagonista, una ricerca della propria identità che affida a chi le sta intorno, da cui cerca di prendere spunto, fino a legarsi completamente a questa persona con cui cerca di costruire una relazione.

Ma Adèle è sempre sola: è sola quando si confronta con gli amici di scuola, è sola quando scrive (e vuole che quello che scrive rimanga a sua volta solo, non pubblicabile né leggibile da altri), è sola quando decide di tradire la sua compagna (o tradisce perché è sola), è sola anche quando cerca di relazionarsi con gli altri, è sola nella prima scena del film e finisce completamente sola nella scena descritta all’inizio. Il senso di rassegnazione che alla fine costituisce la figura di Adèle è un senso di rassegnazione verso tutti quelli che la circondano, quelli in cui ha prima cercato un rifugio, un modo per capire se stessa, e in cui ha trovato alla fine solo una profonda confusione di sentimenti, di obiettivi, di scelte di vita.

È per questa rappresentazione a tratti cruda e mai indulgente di una storia, d’amore o di vita (è uguale, le due cose difficilmente sono separabili), che “La vie d’Adèle” dovrebbe essere visto nella sua intensità, nel suo saperci rappresentare nella maniera migliore certi sentimenti, a partire dalla debolezza di chi ama e della solitudine che si può provare dopo (ma anche durante) una relazione. È principalmente un film di formazione, “incidentalmente” di argomento lesbico – trattato comunque in degna maniera in tutte le sue sfumature, non ultima quella prettamente erotica, facendo etichettare ingiustamente il film per qualcosa che non è e distogliendo l’attenzione di molti dai veri argomenti trattati -, un film che nella sua lunghissima durata racconta una moltitudine di argomenti che meritavano di essere trattati, rendendo queste tre ore tutt’altro che inconcludenti.

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