Il commesso – Bernard Malamud

…fatto sta che io tale Bernard Malamud non l’avevo ancora incrociato sulla mia impervia strada di lettore che, per carità, qualche libro l’ho letto anche io dello sterminato panorama americano del ‘900 (gente, leggete Steinbeck! Leggete Barth! Leggete Carver! E Yates! Leggete Roth-DeLillo-e tutto il resto!), ma lui proprio non l’avevo neanche sentito. E quando un autore neppure l’ho sentito nominare, mi è naturale storcere un po’ il naso davanti alle acclamazioni di giubilo e di capolavoro, un senso di diffidenza che penso (e ogni tanto ci spero, ma forse non è così) non sia solo mio.

Fortuna vuole che, ad un passo dal centenario della sua nascita, la Minimum Fax ha rispolverato quello che è considerato il capolavoro di tale Malamud, ovvero “Il commesso“, facendomelo così saltare subito all’orecchio. Il tempo di metterlo in wishlist sull’accoppiata aNobii-Goodreads, uscire di casa, 2 minuti a piedi per raggiungere la biblioteca qui davanti e mi ritrovo con già in mano il libro. Naturalmente edizione antidiluviana del 1962, i famosi Nuovi Coralli della Einaudi, quelli che dopo 50 anni nei magazzini della mia amata biblioteca oramai non è che sono vissuti, praticamente sono costituiti al 98% di polvere e il restante 2% di cellulosa, senza dimenticare gli scarabocchi del marmocchio di turno ad impreziosire le pagine interne di questo capolavoro. Sto divagando? Sto divagando.

La storia, in breve, è quella di Morris Bober, commerciante ebreo di origini russe oramai in là con gli anni e sempre più impossibilitato, fisicamente ed economicamente, a portare avanti il proprio negozio di alimentari. Ad aiutarlo si presenta inaspettatamente Frank Alpine, giovane di origini italiane, ladruncolo e imbroglione (senza tanta fortuna) alla disperata ricerca di un posto onesto per guadagnarsi da vivere, anche a costo di fingersi commesso. E poi c’è la famiglia di Morris Bober, la moglie e soprattutto la figlia, Helen, determinata a costruirsi un avvenire, che non può che fare breccia nel cuore del giovane e sfortunato Frank…

Perché “Il commesso” è un piccolo capolavoro? (Non so se avete notato, ho saltato in tronco la parte in cui disquisisco di argomenti futili tipo l’apertura della prima pagina, il mio rimanere a bocca aperta, il divorare il libro in meno di due giorni, e forse è meglio che mi fermo qui altrimenti non è vero che l’ho saltata in tronco, no?) È un piccolo capolavoro perché c’è dentro TUTTO quello che l’America del periodo post-bellico ci può dare. C’è il sogno americano, la voglia di riscatto del singolo, l’integrazione culturale e al tempo stesso la voglia di staccarsi da certi “cliché culturali”, c’è la fine del proibizionismo, ci sono le prime avvisaglie dell’industrializzazione e della spietata concorrenza in campo lavorativo, ci sono le ambizioni della persona che si deve costruire un futuro completamente con le sue mani, ci sono i sentimenti (quanti sentimenti in meno di 300 pagine!). Lo stile asciutto e mai dispersivo di Malamud scorre per 271 pagine con toni pacati, fra il malinconico e il tragicomico, mai indulgente con i personaggi né pronto a giudicarli: è tutta qui la semplicità di Malamud, una semplicità che rende il libro un racconto se vogliamo “semplice” dal punto di vista narrativo, ma talmente semplice da risultare più vero. Abbiamo poi bisogno di storie inventate, noi lettori?

Un’ultimo appunto da parte di uno (parlo di me) che ha il blog (ho un blog, sembra una malattia) intitolato “L’inverno del nostro scontento“, che è chiaramente riferito all’omonimo romanzo di Steinbeck. Ecco, “Il commesso” e “L’inverno…” hanno in comune praticamente tutta l’ambientazione e anche alcuni dei temi trattati, cosa che non deve meravigliare visto che la pubblicazione dei due libri avviene nello stesso identico periodo (1957 per Malamud, 1961 per Steinbeck) e sono ambientati nella stessa zona geografica (Manhattan e Long Island). Quindi, consiglio personale a chi non mastica la letteratura americana: andate in libreria o in biblioteca, prendeteli entrambi in blocco e passate un paio di giorni a leggere questi due libri e a trarne le vostre conclusioni.

P.S.: la versione della Einaudi è identica per traduzione alla recentissima ristampa Minimum Fax. Inedita è però l’introduzione che, assente nella versione einaudiana, ci viene proposta in quella della Minimum da parte di Marco Missiroli, introduzione che potete leggere qui: link.

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