Still Life

(Un giorno vi racconterò della bellezza di certi cinema d’essai in quel di Bologna, ma oggi preferisco parlarvi di)

John May ha un lavoro piuttosto particolare: funzionario del comune, ha il compito di ricercare i parenti di quelle persone che sono morte in completa solitudine. Abbandonate a se stesse, che siano nel fiore degli anni o oramai abituate a una vita solitaria in cui l’animale domestico è l’unica compagnia, il signor May è l’ultimo a interessarsi a loro nel momento in cui oramai hanno lasciato questa terra. Organizza il funerale, sceglie la musica, scrive finanche i discorsi di addio immaginandosi la vita attraverso i pochi oggetti rimasti nelle abitazioni di queste persone.

John May però non è triste: il lavoro è l’unica cosa che anima la sua vita, una vita non troppo distante da quelle persone abbandonate a se stesse di cui si occupa. La routine quotidiana è ciò che lo rassicura, la minuscola stanzetta che funge da ufficio l’unico posto che gli è familiare, così come un grande album fotografico blu, in cui conserva le foto di tutte quelle persone scomparse e di cui non ha trovato i familiari, è l’unico suo interesse nelle ore che precedono il sonno.

John May non ha famiglia, non ha amici e non ha neppure un animale da compagnia. Nella tristezza di una Londra grigia e dai luoghi sempre incredibilmente desolati, John May si trascina stancamente fra un funerale e l’altro, nella disperata ricerca di familiari e amici che possano almeno dare l’ultimo saluto ai loro defunti. La notizia del ridimensionamento del suo ufficio, con il conseguente licenziamento di John May, arriva inaspettata: in un attimo il funzionario perde non solo il suo impiego, ma tutti i motivi per cui continuare a vivere.

John May ha solo l’occasione di concludere l’ultimo caso: Billy Stroke, un vecchio alcolizzato dal passato irrequieto, che con la sua morte ha lasciato dietro di sé non poche persone. Tutte sembrano però non voler più far parte della vita di Stroke, neanche nel momento del suo funerale. Compagne abbandonate, figlie mai riconosciute, “grandi amici” a cui non ha fatto sapere più niente di sé, fino alla figlia, quell’unica figlia di cui Stroke conservava un album di fotografie fra le bottiglie vuote del suo appartamento, figlia che John May prova a cercare con grande fatica in una Londra che pian piano sembra animarsi di vita e di alternative.

Uberto Pasolini firma un film di grande spessore, che non cerca di commuovere ma tratta con grande semplicità temi tanto importanti, ed in particolare la solitudine, grande protagonista che circonda tutti i personaggi di questo film. La solitudine di Pasolini sembra riflettersi sulla stessa Londra, dove scenari inizialmente grigi pian piano assumono nuova luce e nuovi aspetti tanto semplici quanto importanti (i colori di una vetrata, il discorso fra due innamorati alla fermata del treno, l’attesa della visita da parte di un anziano in un ospizio), giusto nel momento in cui il protagonista scopre che c’è ancora vita* oltre al suo lavoro ventennale e alla sua solitudine autoimposta. Un sorriso di John May, tanto all’inizio del film quanto soprattutto nel finale (tutt’altro che lieto per un film che non vuole essere troppo indulgente), è la migliore risposta a ciò che lo circonda e segno del suo essere felice nel momento in cui si trova a fare qualcosa per gli altri. Se in una battuta del film asserisce che è solamente il suo lavoro, per John May quello non è chiaramente solo un impiego: è un percorso di introspezione, un’autoanalisi che dopo vent’anni sembra arrivare finalmente a una svolta.

* still life in inglese viene usato generalmente per indicare una natura morta, ma può anche essere tradotto come “ancora una vita”, traduzioni che per quanto diverse calzano entrambe con il significato del film.

Letture consigliate post-visione: “Una solitudine troppo rumorosa” (B. Hrabal), “Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?” (J. Harstad)

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