Rumore bianco – Don DeLillo

– E se la morte non fosse altro che suono?
– Rumore elettrico.
– Lo si sente per sempre. Suono ovunque. Che cosa tremenda!
– Uniforme, bianco.
– A volte mi invade, – disse lei. – A volte mi si insinua nella mente, a poco a poco. Io cerco di parlarle. «Non adesso, morte».
– Io sto sdraiato al buio, a guardare l’orologio. Sempre numeri dispari. Una e trentasette di notte. Tre e cinquantanove di notte.
– La morte è dispari. Me l’ha detto il sikh. Il santone di Iron City.

DeLillo. C’è questo autore americano che ciclicamente, a gennaio, riprendo in mano, perché è sempre bene partire in maniera giusta le letture dell’anno nuovo. L’anno scorso è stato il turno di “Underworld”, quest’anno quello di “Rumore bianco“, scelto un po’ casualmente (e un po’ per fortuna) dalla non breve bibliografia dell’autore.

Di cosa parla. Arriviamo subito al punto: come in ogni suo libro, anche in “Rumore bianco” DeLillo esplora tanti di quegli argomenti che volerne tracciare i contorni diventa piuttosto difficile, non certo come in “Underworld”, che per chi non lo conoscesse è un librone di 800 pagine, ma comunque difficile. Ma noi siam qui per provarci, no? In prima battuta parla della famiglia, e la famiglia in questione è quella di Jack Gladney, professore universitario impegnato nello studio della figura di Hitler, e della sua quarta moglie, Babette, con relativi figli nati dai precedenti matrimoni di entrambi e i classici problemi di convivenza e di rapporti. Subentrano quindi la società moderna e il consumismo sempre più dilagante, l’inquinamento e il terrorismo, le paranoie e le tesi complottiste, il rapporto dei cittadini con qualcosa di indefinitamente più grande di loro che sembra deciderne le sorti, parla di dipendenze e di medicine viste come unici rimedi ai terrori e alle malattie, reali o autoindotte che siano. Ma soprattutto parla di morte, “Rumore bianco”, soprattutto di morte.

Se il libro, diviso in tre parti, affronta nella prima l’aspetto più “leggero”, quello della famiglia, nel secondo lo troviamo di colpo “contaminato” da un incidente tossico che costringe i Gladney a scappare dalla propria casa, e, infine, c’è tutto il terrore della morte della terza parte, un terrore che per i due protagonisti, Jack e Babette, assume un’importanza centrale nella propria vita. È la paura della morte su cui DeLillo concentra il suo libro: su tutto ciò che i protagonisti pensano e fanno c’è lo spettro della morte, richiamata ora nei discorsi privati dei due, ora nelle situazioni quotidiane in cui si trovano a dover far fronte, una paura che ne condiziona i comportamenti fino ai limiti estremi, con una Babette capace di qualsiasi cosa pur di scappare dal terrore e un Jack che nel suo ruolo di capofamiglia riesce a porre solo un tardivo freno a tutta la situazione.

Il libro, pubblicato originariamente nel 1985, mostra dall’altra una lungimiranza dell’autore quasi incredibile: famiglie “allargate”, terrorismo, tesi complottiste, consumismo, sono tutti argomenti che troviamo attualmente amplificati e al centro della vita a stelle e strisce. DeLillo negli anni ’80 aveva già visto i limiti di una società moderna, una società che da lì al nuovo millennio non avrebbe visto finalmente coronarsi il proprio american dream ma sarebbe stata semplicemente vittima dell’invivibilità, un’America contaminata non solo concretamente da rifiuti, inquinamento e medicinali, ma nel suo credo stesso. Lo riscontriamo anche nelle figure di contorno di “Rumore bianco”, fra cui un ruolo importante lo giocano le ex-mogli di Jack, donne misteriose che sembrano essere parte di un disegno di spionaggio più grande di loro, o del docente universitario suo amico, Murray, prototipo del single oramai destinato ad una vita solitaria e attratto irrimediabilmente dallo studio di tutto ciò che lo circonda, a partire dalla televisione, un mondo ancora inesplorato e dall’incredibile potenziale.

Se con “Underworld”, il suo capolavoro, DeLillo era riuscito a mostrarci le varie facce di un’intera comunità mai completamente amalgamata, un melting pot che per la prima volta prendeva vita tanto lucidamente su carta, con “Rumore bianco” si concentra in uno spazio ristretto, la famiglia, per poi esplodere nell’immensità che la circonda e che ne decide le sorti; e fra incidenti chimici, bombardamenti mediatici, una società sempre più in bilico, DeLillo ne fuoriesce con un libro profondo dove, senza mascherare nessun orrore, riflette sulla morte e sulle sue implicazioni, un rumore che per quanto “bianco” risulta fin troppo assordante.

– Tu sei la mia forza, la mia energia vitale. Come posso convincerti che è un tremendo errore? Ti ho visto fare il bagnetto a Wilder, stirarmi la toga. Piaceri profondi e semplici che ora per me sono perduti. Non vedi l’enormità di ciò che hai fatto?
– A volte mi colpisce come un pugno, – continuò lei. – Ha quasi un impatto fisico su di me.
– È per questo che ho sposato Babette? Perché potesse nascondermi la verità, nascondermi degli oggetti, partecipare a una congiura sessuale ai miei danni? Tutti gli intrighi muovono in un’unica direzione, – replicai in tono cupo.
Ci tenemmo stretti per un lungo istante, i nostri corpi allacciati in un abbraccio che comprendeva in sé elementi di amore, dolore, tenerezza, sesso e lotta. Quanto sottilmente evitavamo emozioni, scoprivamo sfumature, usando i più ristretti movimenti delle braccia, dei lombi, la minima inspirazione, per raggiungere un accordo sulla nostra paura, per proseguire nella nostra contesa, per affermare i nostri desideri fondamentali contro il caos che avevamo nell’anima.
Benzina normale. Senza piombo. Super.
Dopo l’amore giacemmo lì nudi, umidi e lustri. Tirai le coltri a coprirci. Per un po’ conversammo in mormorii sonnolenti. La radio si accese.

(e non so voi, ma quando leggo certe descrizioni così forti, così ben scritte, con un uso perfetto delle parole per quanto esse siano tanto comuni, con certi dialoghi splendidi ma tanto reali, quando leggo tutto questo mi vengono un po’ gli occhi lucidi a pensare quanto è bravo DeLillo a scrivere, tanto che se dovessi scegliere uno scrittore contemporaneo americano, uno solo, da cui apprendere in blocco lo stile di scrittura – parlo di stile, per le trame è un discorso differente -, penso proprio che DeLillo sarebbe fra i primi della lista)

[Don DeLillo, Rumore bianco, Einaudi, 2005]

Annunci

4 pensieri su “Rumore bianco – Don DeLillo

  1. Melusina

    Rumore bianco l’ho interrotto qualche settimana fa per gettarmi su Underworld, a sua volta interrotto due o tre sere fa per scoprire Pastoralia, di Saunders. Stasera finisco quest’ultimo, domani o dopodomani finisco Underworld e dopo torno su Rumore bianco. Di DeLillo ho amato moltissimo Cosmopolis (ho trovato ottimo anche il film) e un po’ meno (ma poco poco) La stella di Ratter.
    Ti ringrazio di parlare di autori che amo. Ma lo sai che è difficile farli piacere alla maggior parte degli utenti della mia biblioteca?

    Mi piace

    Rispondi
    1. Gabriele Autore articolo

      Pensavo fosse più facile con questi autori contemporanei. Ma forse i lettori forti vanno più sui classici, che fanno sempre “persona colta” (…), mentre quelli non forti vanno su tutt’altro genere. Peccato, perché il postmodernismo o comunque il contemporaneo ci sta regalando certa gente che sa davvero come si tiene in mano una penna (DeLillo, Roth, DFW, Barth, Pynchon, Vonnegut, Auster (Auster ogni tanto), e questo giusto per rimanere in America).

      Di “Cosmopolis” dico solo: bello. Ho fatto l’enorme errore di leggerlo subito dopo (tipo un paio di settimane) da “Underworld”, quindi non ha retto minimamente il confronto. “Underworld” è un capolavoro moderno, “Cosmopolis” in confronto mi è sembrato un divertissement. A leggerlo come primo oggi ne avrei tutt’altra considerazione, ma è andata così.

      Mi piace

      Rispondi
  2. Alessandra

    Pensavo proprio di iniziare a conoscere questo autore con Cosmopolis, poi magari continuare con Rumore bianco… gli altri suoi libri mi frenano per le 800 e passa pagine. Ma se poi scopro che mi piace, anche la mole non è più un problema ;-)

    Mi piace

    Rispondi
    1. Gabriele Autore articolo

      Approvato: parti pure da “Cosmopolis” e “Rumore bianco”, vedrai che “Underworld” ti richiamerà a gran voce. 800 pagine, ma lo rileggerei volentieri come pochi altri mattoni :)

      Mi piace

      Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...