Il re della pioggia – Saul Bellow

Un pomeriggio d’inverno incontrai Clara Spohr a Grand Central Station. Io avevo avuto le due sedute, con Spohr il dentista e con Haponyi il maestro di violino, ed ero scontento, e correvo per il marciapiede basso così in fretta che scarpe e pantaloni quasi non riuscivano a starmi dietro: mi affrettavo per il corridoio marrone scuro e basso, e le luci in deliquio e il suolo pestato da miliardi di scarpe, con pezzi di gomma spiaccicata che parevano tanti disegni di ameba. E vidi Clara Spohr che veniva da Oyster Bar, senza più l’albero maestro, aggrappata all’anima sua nel naufragio della propria bellezza. Ma pareva che andasse a fondo.

Quando le passai accanto mi afferrò per il braccio, quello non impegnato con il violino, ed insieme andammo nel vagone-salotto e cominciammo, anzi continuammo a bere. Proprio a quella medesima ora invernale Lily posava per suo marito, così ella disse: «Perché non viene con me, a riprendere sua moglie?» Ma intendeva dirmi: «Bimbo, perché tornare nel Connecticut? Saltiamo giù dal treno e tingiamo la città di rosso?» Ma il treno partì e subito fu in corsa per Long Island Sound, con la neve, col tramonto, e l’atmosfera che guastava la forma del sole calante, e le barche nere che dicevano: “Fuuu!” e spargevano il fumo sulle onde. E Clara bruciava e parlava e parlava e mi lavorava con gli occhi e col naso all’insù. Si vedeva il vecchio male all’opera, la sete di vivere che non voleva mollare. Mi raccontava di aver visitato, in gioventù, Samoa e Tonga e di aver fatto esperienza di amori appassionati sulle spiagge, sulle zattere, in mezzo ai fiori. Era come il sangue, il sudore, le lacrime di Churchill, quando blaterava che si combattesse sulle spiagge e così via. In qualche misura non potevo fare a meno di comprenderla. Ma io penso che se uno si vuol sfasciare dinanzi a te, non sta a te rimetterlo in piedi. Devi lasciare che sia lui a rimettere assieme i propri pezzi. Vi ho già raccontato quello che provo quando le donne piangono. Ero anche furibondo. Uscimmo con la neve, ed io la sostenni, e trovammo un tassì.

Quando entrammo in casa sua, io cercai di toglierle le galosce, ma con un grido lei si alzò fino all’altezza del mio viso e cominciò a baciarmi. E a questo punto, come uno sciocco, anziché respingerla, le restituivo i baci. Con in bocca il ponte nuovo, allora. Certo, era un momento singolarissimo. Con le galosce le eran venute via anche le scarpe. Ci abbracciammo nell’ingresso surriscaldato e illuminato, pieno di ricordi di Samoa e dei Mari del Sud, e ci baciammo come se un attimo dopo dovesse dividerci l’urto della morte. Non ho mai capito questa sciocca situazione, perché non restai passivo. Vi dico, le restituivo i baci.

Oh, oh, signor Henderson. Cosa? Dolore? Lussuria? Baciare una ex-bellezza? Sbornia? In lacrime? Pazzo come una mosca cavallina sul vetro della finestra?

Non solo: Lily e Klaus Spohr videro tutto. La porta dello studio era aperta. C’era fuoco di carbone nel caminetto.

«Perché vi baciate in quel modo?» chiese Lily.

Klaus Spohr invece non disse una parola. Qualunque cosa decidesse di fare Clara, per lui andava bene.

[Saul Bellow, Il re della pioggia, Euroclub, pp. 146-148]

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...