Madrid

Che poi, sto leggendo questo libretto della Cvetaeva, quella russa, e c’è una parte, che dopo vi metto, che mi ha fatto ricordare quella volta lì, che si era a Madrid, che si era in Plaza de Oriente, che quella sera si era capitati in una sera in cui avevano messo il palco, con sopra tutta un’orchestra, a fare musica classica, che era un po’ la serata migliore di tutta l’estate, che questa orchestra aveva richiamato una gran gente, che c’era tutto il giardino intorno assiepato di gente, che era lì ad ascoltare l’orchestra suonare, che lei è scomparsa un po’ per fare le foto ai violoncellisti, era scomparsa sull’altro lato che io non la vedevo neanche più, che però poi è ricomparsa, anche se era già buio, che aveva tutte le foto dei violoncellisti, che pensavo che si sarebbe persa, e invece poi è ricomparsa, che era anche felice, delle foto ai violoncellisti.

Questa invece è la Cvetaeva:

Usciamo. Andiamo per il viale Prečistenskij verso la Moscova. Ci soffermiamo su un lungofiume (tutto è come un sogno) – guardiamo la corrente… E adesso, mentre scrivo, sento contro le costole la pietra della balaustra, oltre la quale entrambi, chissà perché, ci sporgevamo stranamente per avvistare non so se il passato, il futuro o il presente che si stava formando dentro di noi. Quella fu una notte di parapetti, di ringhiere, di ponti. Continuamente avvistavamo qualcosa e – dopo averlo scorto in un punto – passavamo al lungofiume successivo, al ponte successivo, quasi che ci dovesse essere un posto particolare, da dove – improvvisamente tutto sarebbe per noi divenuto chiaro fino agli estremi del mondo…. O forse – insieme – a tutto questo – alla Moscova, ai ponti, ai posti, alle croci – dicevamo addio? […] (In quella notte di Pasqua nel 1919 tutta Mosca era desta e tutta, più o meno, negli stessi luoghi, dalle parti del Cremlino.)

E forse ci stavamo dicendo addio l’una all’altro? Le parole di quella notte, lunga, lunga, di molte ore e di molti posti – eravamo usciti all’una, e rientrammo già nella piena luce di un’alba di primavera – le parole di quella notte – io non le ricordo. Tutta quella notte era stata – un gesto: di lui verso di me. Un atto – di lui verso di me.

In quella notte, in uno di quei posti, a uno di quei parapetti, stretto spalla a spalla con me, si era manifestata in lui e si era rafforzata con una durezza maggiore della pietra, la decisione che a lui sarebbe costata la vita. E a me tutta una eternità – di amicizia, per quell’ora che, secondo le parole di Aksakov, avrei dato in cambio del resto dei giorni che si spegnevano…

[Marina Cvetaeva, Il racconto di Sonečka, La Tartaruga edizioni, pp. 120-121]

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