Termini

Io non credo in termini come “tristezza”, “gioia” o “rimpianto”. Sono proprio le eccessive semplificazioni che dimostrano le caratteristiche patriarcali della lingua. Mi piacerebbe disporre di complesse emozioni ibride, costruzioni di tipo germanico come: “la felicità che accompagna il disastro”. Oppure: “il disappunto di dormire con la propria fantasia”. Mi piacerebbe dimostrare che gli “annunci di mortalità portati da un membro della famiglia che invecchia” si collegano all'”odio per gli specchi che comincia nella mezza età”. Mi piacerebbe avere una parola per definire “la tristezza ispirata dai ristoranti destinati al fallimento” come per “l’eccitazione che ti dà una stanza con il minibar”. Non ho mai trovato le parole giuste per descrivere la vita e adesso che mi sono immerso nel racconto della mia storia personale ne ho più bisogno che mai. Non posso starmene a guardare da lontano. D’ora in poi tutto quello che racconterò sarà colorato dall’esperienza soggettiva, dal fatto di aver preso parte agli eventi in prima persona.

[Jeffrey Eugenides, Middlesex, Mondadori, p. 253]

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