Terre desolate

Tempo di lettura: 15 minuti

I sat upon the shore
Fishing, with the arid plain behind me
Shall I at least set my lands in order?
London Bridge is falling down falling down falling down
T.S. Eliot – The Waste Land

Nell’estate del 1954 io e Socrate eravamo impegnati nello svuotamento del canale della Manica. Attrezzati con una pala, una pentola e tutto quello che i nostri zaini, oramai consumati dal lungo viaggio, potevano contenere, eravamo arrivati a Dover in una mattinata di quella gelida estate. Accampati sotto le scogliere, ci eravamo riposati dopo una nottata passata fra varie disavventure, non ultima quella di essere stati lasciati a piedi da chi ci aveva concesso un passaggio per Dover, città che non avrei visto se non dopo quei primi dieci giorni passati sulla scogliera. Fermi ad alcuni chilometri dalla città, sotto una scogliera bianca da far male agli occhi nelle ore di punta, io e Socrate rimanemmo ad osservare il Mare del Nord, alla nostra sinistra, e l’oceano Atlantico, alla nostra destra, uniche informazioni sicure che possedevamo su quella zona geografica a noi nuova.

Sarà bene raccontare, prima di procedere con lo svuotamento della Manica, del perché io e Socrate ci trovavamo lì, in quel luogo che difficilmente avrei pensato di visitare all’indomani di quanto mi era accaduto nei mesi precedenti. Ero partito da Gainsborough nell’aprile di quell’anno senza sapere esattamente la mia meta: mi ero spostato verso ovest per raggiungere Sheffield e qui, viaggiando più facilmente con i treni, ero sceso fino a Leicester, quindi era stata la volta di Oxford, avevo deviato verso sud-est evitando accuratamente Londra e infine avevo toccato la costa all’altezza di Brighton. Tutto questo viaggio mi aveva occupato oltre due mesi e l’incontro con Socrate era ancora di là da venire. Quando a metà luglio ripresi il mio viaggio, lasciandomi Brighton alle spalle con l’idea di vedere lì dove il Tamigi incontra il Mare del Nord, ebbi non poche difficoltà a trovare dei passaggi. Tutto quel tempo passato in viaggio aveva influito non poco sul mio aspetto: abiti e scarpe, per quanto cercassi di tenerli in ordine, erano oramai consumati, e la barba, che per la prima volta in vita mia mi stavo facendo crescere, completava un aspetto non esattamente trasandato, ma sicuramente non quello della persona referenziata che ero stata solo pochi mesi prima.

Mi accontentai così di qualche sporadico passaggio, mentre avanzando a piedi e spostandomi un po’ troppo a ovest rispetto alla mia meta ebbi modo di passare nuovamente da alcune piccole cittadine che avevo visitato all’andata, finendo così per contare sulle poche conoscenze già fatte e sui posti dove potermi fermare la notte già noti. La mattina in cui mi preparai a lasciare Horsham, doveva essere una domenica vista l’assoluta quiete delle prime ore, mi imbattei nella figura di Socrate. Non mi disse mai il suo nome, e in quel mese che viaggiammo insieme non ebbi mai modo di scoprirlo, ma neanche necessità di usarlo. Presi a chiamarlo così qualche giorno dopo, mentre seduti sulla sponda di un carro ci lasciavamo trasportare verso est, la sua grossa figura ripiegata su se stessa e quel barbone grigio a completare una testa enorme e oramai calva. Doveva essermi venuta in mente qualche vecchia raffigurazione del filosofo greco, forse qualche busto visto in foto, in ogni caso da quel momento il mio compagno di viaggio divenne la personificazione di Socrate e, se in quel primo momento il nome fu solamente lo scherzo silenzioso del mio pensare, nelle settimane a seguire capii che quel nome rappresentava molto di più del mio compagno.

Arrivammo quindi a Dover: dopo una settimana di viaggio che ci aveva riservato non poche sorprese e tantissima fatica, ultima quella dell’essere scaricati a tarda notte in un luogo imprecisato più a nord di Dover, eravamo giunti ad una sosta forzata del nostro viaggio. Né io né Socrate avevamo voglia di incamminarci e raggiungere la città più vicina per trovare un posto per dormire, ci risolvemmo quindi per accamparci a qualche metro dalla strada, dove un terrapieno ci avrebbe riparato dall’essere notati dalle macchine di passaggio e offerto un po’ di riparo dai venti. Tuttavia quella notte né io né il mio compagno riuscimmo a chiudere occhio, tanto che alle prime luci dell’alba abbandonammo quella posizione e ci spingemmo verso la scogliera.

Non avevo mai visto le bianche scogliere di Dover, e penso che neanche Socrate fosse mai passato in quel luogo: durante quelle due settimane non mi raccontò alcunché di Dover, mentre dai suoi altri viaggi spesso traeva aneddoti e brevi descrizioni di questo o quell’altro posto per le nostre conversazioni. Fermi sul limitare della scogliera, a picco sul mare per oltre una quarantina di metri di altezza, osservammo estasiati lo spettacolo che si apriva davanti a noi. La giornata limpida ci permetteva di vedere fino all’altra sponda in territorio francese e Socrate iniziò a raccontarmi di un certo suo viaggio nelle terre al di là dal mare, uno dei tanti del suo imprecisato passato. In quei giorni, nelle poche conversazioni che avevo avuto con il mio compagno, avevo imparato a non fare troppe domande, così come a non chiedere mai i motivi che lo avessero spinto a una vita del genere. D’altra parte io stesso non avevo accennato a quello che mi era accaduto nei mesi precedenti e Socrate non mi aveva fatto domande, nonostante si capisse a prima vista che non ero, a differenza sua, un povero girovago senza un posto dove stare. Mentre mi raccontava, come sua abitudine intervallando con lunghi silenzi e riprendendo il discorso da un punto completamente differente, ci incamminammo lungo il limitare, diretti in una zona, a non più di un’ora di cammino, dove con enormi gradoni bianchi la scogliera si abbassava a toccare la riva, punto ideale dove avvicinarsi il più possibile al mare. Faticammo non poco però per raggiungerlo, la scogliera si rivelò più ripida di quanto avessimo pensato, ma Socrate non si fermò neppure un attimo a riflettere e iniziò la sua discesa. Quando raggiungemmo infine la riva erano passate già alcune ore dalla nostra sveglia, ma seduti a riposarci avevamo davanti a noi uno dei luoghi più incantevoli del nostro viaggio. Socrate aveva finito di raccontarmi della sua Francia, e anche volendo la discesa ci aveva lasciato senza fiato, ci godemmo quindi quelle prime ore del giorno nell’assoluto silenzio della scogliera, lo stesso silenzio che ci avrebbe accompagnato per buona parte del tempo che passammo in quel luogo.

Fu nella quarta giornata passata sotto le scogliere di Dover che Socrate ebbe il suo primo crollo. Quando mi svegliai quella mattina, sempre alle prime luci dell’alba così intense in quella zona aperta, scorsi la sua figura ferma sulla riva, a piedi scalzi e torso nudo, a non più di cinque minuti dal nostro accampamento. Era già strano di per sé, Socrate difficilmente si alzava dal suo giaciglio prima di aver mangiato qualcosa, compito di cui mi ero preso volentieri io il compito. Vedendolo lì fermo, intento a scrutare l’orizzonte per minuti interni, decisi di alzarmi e raggiungerlo. Quando finalmente fui a pochi passi da lui, senza neppure voltarsi verso di me, mi indicò con un cenno il mare. Mi fermai al suo fianco e guardai, cercando di capire cosa mi volesse indicare, ma davanti a noi c’era lo stesso scenario che in quattro giorni avevamo imparato a conoscere. Alla fine arrivò la sua spiegazione, ma più che una spiegazione fu una domanda: mi chiese se secondo me sarebbe stato possibile svuotare il canale della Manica, in modo da passare direttamente al di là, in territorio francese. Rimasi in silenzio. Non capivo se quella di Socrate fosse una battuta o l’incipit ideale per raccontarmi di uno dei suoi ultimi ragionamenti. Esclusi la prima, in quelle settimane Socrate non aveva mai mostrato una predisposizione per lo scherzo, eravamo troppo impegnati a vivere per badare allo spirito. La presi quindi come una delle sue domande filosofiche e cercai di capirne il senso, vedere dove mi avrebbe portato il ragionamento, che cosa potesse rappresentare per lui quel canale d’acqua che largo poco meno di 40 chilometri separava la terra inglese da quella francese. Ma Socrate non stava scherzando, né tanto meno vedeva la cosa come un mezzo, un qualcosa di astratto per affrontare argomenti più alti. Lo capii da come guardava la riva opposta, da come il suo sguardo si muovesse da quelle terre lontane alla spiaggia sotto i nostri piedi, da come febbrilmente chiudeva e riapriva le mani come per prepararsi ad un lavoro che avrebbe richiesto tutto il suo impegno. Non ero dell’umore adatto per pensare ad un’assurdità del genere, mi girai e feci ritorno al nostro accampamento. Quando mezz’ora dopo Socrate raggiunse il basso fuoco che avevo acceso per la colazione, sembrava essere tornato quello di sempre, e per i successivi due giorni dello svuotare il canale della Manica non fece più alcuna menzione.

Arrivati a questo punto non posso più temporeggiare sul racconto del mio passato, da esso dipende infatti molto di quello che seguirà. Nell’inverno del 1953, anno precedente al mio incontro con Socrate, mi ritrovai in pessime condizioni economiche. A dieci anni dalla fine della guerra il contraccolpo sulle mie attività, già pesante all’indomani del ’45, non si era ancora riassorbito, e se per otto anni, senza considerare la durata del conflitto, ero riuscito a sfamare la mia famiglia, era stato solo per gli ingenti lasciti di mio suocero. Grazie alla disponibilità di mia moglie, avevo investito i soldi nella mia attività, alla ricerca di una spinta in una zona che stentava a riprendersi. L’apporto economico non fu però sufficiente, e se di giorno dovevo confrontarmi nei miei uffici con un personale sempre più demoralizzato e incapace di migliorare la situazione, la sera, davanti agli occhi di mia moglie e delle mie due figlie, dovevo affrontare una famiglia prossima alla misera più completa. Alla chiusura in grave perdita del ’53 si aggiunse nei primi mesi del ’54 la malattia della più piccola delle mie figlie, che diede così fondo ai nostri ultimi risparmi e mi portò al periodo più nero dei miei 54 anni di vita (sì, ero nato esattamente nel 1900, ma questo non fu di nessun buon auspicio, né il dono in vista del nuovo secolo a cui mia madre aveva tanto voluto credere). Licenziato il poco personale rimasto e venduto in gran fretta, e per una misera somma, il locale usato per i miei uffici, promisi a mia moglie di fare il possibile per risollevarci: mi sarei presentato personalmente a Leeds, dove speravo di poter contare sulla vecchia attività di mio suocero per avere un posto, anche al gradino più basso, nella sua vecchia società.

Non partii mai per Leeds. Salutata mia moglie e le mie due figlie, la piccola ancora convalescente, e raggiunta la stazione dei treni, tutta la gravità della situazione si abbatté sulla mia persona ed ebbi un crollo completo. Non so neanche perché mi infilai in un treno per Sheffield, in quel momento ero completamente spaesato e l’unica voce che sentivo nella mia testa mi diceva di fuggire da tutto, la mia presenza né lì né a Leeds sarebbe servita a qualcosa. Le diedi ascolto, non so dire se inconsciamente o meno, fatto sta che ero su un treno diretto in un’altra città e stavo fuggendo con gli ultimi soldi della mia famiglia. Non sarebbe giusto dire che per tutti quei mesi per strada non ebbi mai un momento di lucidità, né che non mi fossi fermato un attimo a interrogarmi su quello che stavo facendo, così come sul fatto che avevo abbandonato nella completa miseria una moglie devota e due fanciulle neanche adolescenti. Il problema è che pur sapendolo non riuscivo a convincermi a tornare indietro, e questo né il giorno dopo né il mese seguente. Mi sentivo completamente inutile e la cosa più semplice da fare era solamente una: lasciarmi andare completamente alla deriva. Non avrei mai pensato di poter arrivare ad una situazione del genere, ma chi davanti a una vicenda così inattesa può permettersi di ragionare lucidamente?

Ho detto che per i successivi due giorni Socrate non tornò più a parlare dello svuotamento della Manica. Questo perché la sera del sesto giorno, mentre tornava dalla ricerca di fascine per il fuoco, trascinava con sé una pala decisamente malandata. Era uno dei tanti tesori che, forse portati dalla corrente, forse caduti dalla scogliera e mai recuperati, si accumulavano sotto quella cornice bianca. Socrate conficcò la pala a pochi metri dal nostro giaciglio, quindi si sistemò vicino al fuoco per la cena, cena che consumammo come sempre in rispettoso silenzio mentre la luce del giorno andava ad abbassarsi. Quella sera però Socrate aveva voglia di parlare, e terminata la cena e sistematici vicino ai nostri giacigli, iniziò a raccontarmi di alcune sue passate vicende. Lo ascoltavo attentamente, anche se oggi non ricordo quali furono nello specifico gli argomenti portanti del racconto di quella sera, ma ricordo bene di come Socrate fosse un abile oratore, di come riuscisse a raccontare nella maniera più semplice possibile tutti i suoi pensieri. I suoi racconti, per quanto autobiografici o presunti tali, non riguardavano solo lui: venivano a mischiarsi elementi presi da libri o scene rubate da quadri o riferimenti ai grandi compositori dei secoli precedenti, ma per come Socrate li affrontava, da un punto di vista personale e mai da studioso indottrinato, sembrava di ascoltare un discorso dei più semplici e comuni. Socrate non aveva bisogno di pensare a cosa dire, per lui era naturale parlare del tempo sulla scogliera di Dover così come di una fuga di Bach, di cosa mangiare per cena così come dell’opera proustiana, prendeva scene del Tintoretto o di Manet e le collocava nei suoi discorsi e li usava a sostegno delle proprie tesi o accuse. E discuteva fra sé, ponendosi domande e dandosi risoluzioni, come se intorno al fuoco non ci fosse che lui, Socrate, e intorno un pubblico pronto a chiedere spiegazioni o ad accusarlo, rievocando in me quell’opera greca in cui il filosofo a lui omonimo si difendeva dalle accuse della sua Atene. Era così come se Socrate, anziché parlare a me, si stesse rivolgendo a qualcun altro, a una indistinta terza persona seduta lì con noi, e si vedesse costretto a difendersi proprio come se combattesse con delle ombre, a confutare senza che alcuno gli rispondesse.

Se ricordo bene quella sera è dunque solo per ciò che ad un certo punto inserì nel suo discorso, quando indicando la pala che si era trascinato dietro, ancora conficcata nella sabbia a pochi metri da noi, Socrate se ne uscì nuovamente con l’idea del passare al di là del canale della Manica in qualche maniera. Non volendo interrompere quel suo monologo non lo fermai immediatamente, e mentre Socrate continuava ad esporre, a me e al suo pubblico silenzioso, del come poter affrontare una cosa del genere e dei suoi vantaggi, si alzò improvvisamente dal suo giaciglio e afferrata la pala si avviò verso la costa. Mi alzai dietro di lui e riuscii a fermarlo afferrandolo per un braccio e, davanti ai suoi occhi completamente persi nel vuoto, lo convinsi a lasciare la pala e a tornare vicino al nostro accampamento, suggerendogli che sarebbe stato meglio iniziare con la luce del mattino piuttosto che a così tarda sera. L’indomani mattina, quando mi svegliai, Socrate era già al lavoro.

Da quel momento in avanti con Socrate non ci fu più lo stesso rapporto dei giorni precedenti, ma non perché Socrate smise di raccontarmi dei suoi viaggi o dei suoi pensieri. Per quanto riguarda ciò, Socrate continuò a manifestare la continua voglia di parlare, ma non parlava più con me, ma sempre al suo pubblico invisibile, con le ombre del suo passato in terra francese. Immerso fino alle ginocchia nell’acqua, con la sua pala sollevava faticosamente la sabbia del fondale e la deponeva al suo fianco, cercando di continuare quel suo istmo artificiale che ogni notte veniva lentamente lambito e poi eroso dal mare del Nord. Socrate sembrava non accorgersi, o forse non voleva accorgersi, dell’assurdità della situazione, del suo continuo lavoro che non procedeva mai. I primi giorni cercai di distrarlo dal suo compito, di tenerlo impegnato con questa o quell’altra occupazione, di spingerlo a raggiungere con me la città di Dover per visitarla, ma Socrate continuava a tornare al suo lavoro e ai suoi discorsi. Parlava della Francia, un continuo e confuso ricordare il suo passato, di persone che si era lasciato alle spalle, di occasioni perdute, di vicende inconcluse. Mi parlò di amanti e di amici, di luoghi in cui era stato con persone i cui nomi non mi dicevano nulla, mi parlava, anche se non parlava mai direttamente a me, di questo suo passato remoto e di come, una volta raggiunta nuovamente la Francia, avrebbe potuto riprendere quanto era stato come se non fosse accaduto nulla durante tutti quegli anni. Ma parlava anche di altro, mi citava Schopenhauer e Hegel, dell’opera di Beethoven, si perdeva nei dipinti dei Maestri italiani e poi tornava sui filosofi tedeschi e da lì passava a Novalis e a Rilke: per quanto frammentaria fosse la sua cultura, Socrate era capace di parlare per delle ore senza mai rimanere privo di spunti.

Quando dopo tre giorni capii che sarebbe stato impossibile sottrarre Socrate a quell’assurda opera a cui si stava dedicando, cercai di dargli una mano. Non fraintendetemi, non ero impazzito fino a quel punto anche io: pensai semplicemente che aiutandolo nell’impresa, facendomi vedere al suo fianco nel continuare il lavoro, Socrate mi avrebbe alla fine fatto parlare e ascoltato, arrivando così a capire che non era quello il modo per raggiungere l’altra riva. Mi armai con l’unico contenitore che mi avrebbe potuto dare una mano, ovvero una pentola inutilizzata, e iniziai al suo fianco a prendere la sabbia ghiaiosa del fondale e ad accumularla su quella striscia di sabbia che dalla spiaggia si sarebbe dovuta prolungare fino alla sponda opposta. Chi in quel momento fosse passato sulla scogliera, sopra le nostre teste, e non escludo che qualcuno sia passato durante quei giorni, avrebbe visto una delle scene più assurde mai capitate a Dover: io e Socrate costruivamo il nostro ponte per la Francia, un pugno di sabbia alla volta, al mattino e al pomeriggio, mentre la notte ci pensavano le onde a cancellare il nostro lavoro. Anche il mio cercare di spiegare a Socrate della follia della cosa veniva puntualmente cancellato dal passare delle ore: sempre immerso nei suoi pensieri, il mio compagno mi ignorava sempre più, spesso iniziando a parlare mentre io stesso gli stavo parlando. Dopo un paio di giornate così, abbandonai del tutto l’impresa e mi rintanai nel nostro accampamento.

Quei mesi passati sulla strada, passando da una città all’altra, avevano riacceso la mia passione per la letteratura. Gli anni di lavoro, e soprattutto i concitati anni della grande guerra e del catastrofico periodo post-bellico, mi avevano ridotto a un uomo non solo impossibilitato ai piaceri dati dai libri, ma al completo disinteresse verso ogni aspetto della cultura. Libri, musica, teatro, musei: tutto scomparso nella frenesia della guerra prima, della sopravvivenza poi. Il viaggio mi aveva concesso una tregua e l’avevo accolta fin dai primi istanti nel migliore dei modi: già sul treno di Sheffield ad accompagnarmi trovai Conrad e il suo Marlow, una lettura che nella mia concitata fuga da Gainsborough sembrava, complice l’allucinazione del momento, rappresentarmi le avventure e l’ignoto che mi avrebbero accolto da lì a breve. Durante il resto del viaggio ero riuscito a procurarmi, spesso barattando qualcosa di inutile contenuto nel mio zaino, libri di tutti i tipi, da autori famosi ad altri mai conosciuti, da pessimi volumi che avevo scambiato nuovamente alla prima occasione a libri che avevo via via annotato e che ora conservavo gelosamente nel mio zaino. Avevo ora la copia di un’opera di Shakespeare, una dell’Ulisse di Joyce di cui avevo letto solo alcune parti sparse consigliatemi da Socrate, una prima parte della Commedia dantesca, due romanzi di altrettanti autori francesi e altri tre o quattro libretti di poesia, fra cui una raccolta di Rilke e una di T.S. Eliot, oltre che L’apologia di Socrate, testo da cui probabilmente avevo preso ispirazione per il nome del mio compagno. Non era molto, ma per me quei libri erano diventati i pochi tesori che mi portavo dietro nel mio viaggio senza meta. Quanto all’incontro con Socrate, fu anche per merito di uno di questi libri che feci la sua conoscenza, e affrontando con lui la strada ebbi modo di conoscere molti autori su cui un giorno avrei potuto metter mano.

Abbandonato il mio compagno alla sua impossibile impresa, nel mio giaciglio ripresi a leggere uno di quei libri, ma al tempo stesso a riflettere sulla mia situazione. Erano passati oramai quasi quattro mesi dalla mia partenza, quattro mesi dall’abbandono della mia famiglia, e ciò che ero riuscito a costruirmi ero poco o nulla. Accampato in quel luogo remoto, con un compagno di viaggio oramai perso in allucinazioni che da un giorno all’altro potevano diventare anche mie, l’unico mezzo di distrazione erano quei libri che mi ero procurato e da cui stavo cercando, lettura dopo lettura, di capire di più su ciò che mi era capitato. Nei racconti di quei grandi scrittori riuscivo a trovare parti del mio essere, comportamenti che avevo sempre pensato fossero soltanto miei: mi ritrovai a riguardare al mio passato come se fosse il passato di uno di quei personaggi, distante da me ma al tempo stesso così simile al mio. Trovai conforto e spiegazioni, concessioni e rimproveri per le mie azioni, trovai personaggi di cui condividere gli ideali e altri che mi rappresentavano ciò per cui avevo lottato in quei 54 anni di vita, così come compagni con cui avrei volentieri condiviso il mio cammino. Ogni lettura, e tanto più ogni rilettura, mi permettevano di scendere ancora più a fondo nella mia persona, e un po’ rimpiangevo di aver passato così tanti anni, oltre metà della mia vita, senza mai sentire il bisogno di prendere un libro in mano.

Seduto sotto le scogliere di Dover, mi ripetevo a bassa voce i versi finali della Terra Desolata. Fermo sulla spiaggia ghiaiosa, la schiena poggiata alla scogliera, mi chiedevo cosa mi fossi lasciato alle spalle. Sarei stato capace di ricostruirmi una vita dopo ciò che avevo fatto? Cosa mi era rimasto di quelle rovine che costituivano il mio passato? Abbassai il mio libro sgualcito e guardai davanti a me, verso il Mare del Nord. Fermo sulla spiaggia ghiaiosa, la schiena poggiata alla scogliera, guardai Socrate scomparire nelle acque del canale della Manica.

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