Igor Prokovic e la noia del sé

All’età di 32 anni Igor Prokovic si fermò e capì di essere noioso a se stesso.

Ne aveva d’altra parte avuto sentore già da diverso tempo, ovvero da quando la sua vita aveva avuto non una svolta, perché di svolte nella vita di Igor Prokovic non ve ne erano mai state, ma una battuta di arresto come mai ne aveva provate. Terminati gli studi del ginnasio, trovato lavoro nel commercio dei bottoni, accasatosi nel quartiere della Kotlovka, Igor Prokovic era arrivato ad avere tutto ciò che si era ripromesso nel suo primo quarto di vita. Ora, abbandonato nella sua abitazione di due stanze, davanti al samovar sempre acceso, Igor Prokovic provò un senso di sollievo, ma al tempo stesso di abbattimento, nel sapere che quel malessere che da tempo lo inibiva era dovuto semplicemente all’essere noioso a se stesso.

La prima cosa che fece, per rivalutare l’interesse nella sua persona e dunque annoiarsi meno, fu di rinunciare alle chiacchierate con se stesso. Si ripromise dunque, sopra ogni cosa, di parlare con sé solo quando avesse avuto qualcosa di importante da dirsi o da decidersi, rinunciando a tutte quelle chiacchierate personali che tanto lo avevano annoiato. Fermo davanti allo specchio ora Igor Prokovic non dialogava più con il personaggio che vi era riflesso, ma si guardava silenzioso e si redarguiva con qualche sporadico cenno esplicativo. E siccome davanti allo specchio vi si intratteneva ogni qual volta entrava ed usciva dalla sua abitazione, Igor Prokovic dovette fare uno sforzo non indifferente per tacere all’altro sé.

Le cose però non migliorarono: per quanto le chiacchiere del suo altro io ora non lo annoiassero più, Igor Prokovic già si infastidiva solo a vedere il suo riflesso ogni qual volta passava davanti allo specchio. Tentò un cambio di abbigliamento, risolvendosi su un abito blu leggermente più chiaro o uno verde leggermente più scuro, tentò un cambio di aspetto, accorciando leggermente i baffi neri e facendosi crescere un po’ di più i suoi sparuti capelli, ma le cose non cambiarono. Igor Prokovic, ad ogni passaggio, provava un irrefrenabile senso di noia verso di sé.

Quel che è ancora peggio è che, nei rari incontri con conoscenti e famigliari, Igor Prokovic iniziò a sbadigliare. E non sarebbe stato un grande problema se questo sbadigliare fosse stato confinato a certune situazioni, ad esempio l’ascoltare zio Egor ricordare ancora una volta delle sue vicende nella campagna di Russia, o il suo amico Pavel raccontare delle vendite di bottoni d’osso: il fatto è che Igor Prokovic iniziò a sbadigliare mentre lui stesso era impegnato a parlare. Non era dunque raro vederlo iniziare sicuro una conversazione e pian piano allentare il ritmo, fino all’immancabile sbadiglio che risultava, agli occhi dell’ascoltatore, qualcosa di inconcepibile. Igor Prokovic, da parte sua, non riusciva ad evitarlo: la noia verso ciò che raccontava, qualsiasi l’argomento fosse, alla fine aveva la meglio su tutto il suo impegno, e Igor Prokovic, da un istante all’altro, senza avere il tempo di mettere neanche una mano davanti alla bocca o simulare un colpo di tosse, sbadigliava grandemente davanti al suo interlocutore.

Igor Prokovic si risolse così di evitare il più possibile l’incontro con i suoi conoscenti. Chiuso fra le pareti di casa, Igor Prokovic ora girellava senza meta, cercando di non parlare con se stesso, di non guardarsi allo specchio e di non farsi sentire da eventuali visitatori venuti a bussare alla sua porta, e questo provocò in lui un senso di ancor più grande noia. Decise infine di riprendere gli studi, di modo che la sua giornata fosse occupata interamente, il giorno dal lavoro come commerciante, di notte dalla lettura di certi libroni sulle più disparate materie. Ma immancabilmente, che fosse una lezione di diritto o una di storia, a sopraffare Igor Prokovic era la noia, e non tanto degli argomenti studiati, quanto dell’idea del se stesso chino su quei libri. Igor Prokovic si vedeva, dall’alto della sua spalla destra, sperdere il suo tempo minuto dopo minuto su nozioni che non gli sarebbero mai servite e che al tempo stesso non l’avrebbero reso più interessante ai suoi occhi né, si immaginava, agli occhi degli altri. Dall’alto della sua spalla, Igor Prokovic sbadigliava al suo stesso io, un’immagine questa che in Igor Prokovic suscitava un senso di ancor più noia, in un infinito, interminabile, inesauribile senso di insofferenza autoindotto.

Si impegnò dunque con delle lunghe passeggiate distensive. Pur essendo già in movimento tutto il giorno per il suo lavoro, Igor Prokovic rientrava nel tardo pomeriggio nella sua abitazione solo per lasciarla subitamente, pronto a dirigersi ai giardini sulle sponde della Kotlovka, dove vagava senza meta per delle ore intere. Di tanto in tanto incrociava qualche passante, di giorno in giorno i passanti diventarono persone ben definite, di settimana in settimana prese a salutare qualche volto già noto. Igor Prokovic non si presentò mai a nessuno e nessuno si presentò mai a Igor Prokovic, tuttavia quel non conoscere le persone fu per lui una maniera, almeno momentanea, di sconfiggere la noia. Nell’immaginarsi la vita di quelle persone Igor Prokovic non pensava più a se stesso, né provava più alcuna insoddisfazione verso la sua posizione: poteva immaginarle, quelle persone, nelle situazioni più disparate, nei ruoli più diversi. Poteva farle incontrare fra loro, costruirgli attorno dei mondi differenti, intessere trame e costruire intrighi, riposizionarle nel corso della storia e fargli abitare paesi distanti.

Ma pian piano anche ciò gli venne a noia: la sua fantasia, che aveva sempre pensato infinita, si dimostrò ben più limitata di quanto si fosse immaginato. Gli sconosciuti della Kotlovka iniziarono ad assomigliarsi tutti, e man mano che si assomigliavano fra loro diventavano tutti degli Igor Prokovic in miniatura, finché nel giardino della Kotlovka non si videro altro che decine e decine di piccoli Igor Prokovic girellare stanchi e sbadiglianti a tutte le ore del giorno, in un profluvio di ometti annoiati dalla vista del sé replicato decine di volte.

E Igor Prokovic, che sempre avrebbe voluto essere il grande personaggio di uno di quei scrittori russi che tanto amava, di un Puškin o di un Gogol’ o di un Tolstoj o finanche di un Čechov, si vedeva ora come rinchiuso in un insipido personaggio di un insipido scrittore, magari neppure russo, magari uno scrittore che addirittura si fingeva russo. E Igor Prokovic pian piano si convinse di essere sempre meno importante, lì, esiliato sulle panchine della Kotlovka, circondato da decine di copie di sé, finché si vide non più dall’alto della sua spalla come quando studiava sui libri di diritto, ma da sempre più in alto, finché di Igor Prokovic non rimase più che un puntino sul quartiere della Kotlovka, e meno che un rimasuglio nel racconto di uno sconosciuto scrittore non russo.

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4 pensieri su “Igor Prokovic e la noia del sé

  1. Alessandra

    Mi è piaciuto veramente tanto questo racconto. Che inventiva! … questa immagine dell’annoiato che arriva al punto di osservarsi dall’alto della sua spalla per poi sbadigliare a se stesso, mi appare ironica e quasi surreale… Ma sbaglio o certi scrittori russi – quelli veri, ad esempio Gogol – ti ispirano molto?

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    1. Gabriele Autore articolo

      Ultimamente sì, complici anche le molte letture russe. Questo racconto è anche un po’ un omaggio a gente come Cechov o Gogol, con una vena surreale che non può mai mancare nei miei racconti. E grazie Alessandra per i complimenti :)

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