La soluzione a tutto

Il negozietto del signor Scholl aprì la mattina del 25 giugno e chiuse la sera stessa. Lo sappiamo per certo, perché in molti erano là quando aprì e altrettanti lo videro chiudere la sera. E poi, la mattina dopo, il negozio del signor Scholl non c’era più, e non fu l’unica cosa a mancare quella mattina nella ventitreesima strada.

Il signor Scholl era arrivato che non era neanche un mese sulla ventitreesima e il negozietto, lasciato a prendere polvere da molti anni, era stato pian piano rimesso a nuovo. Incastrato fra due altre botteghe, con una vetrina piccola quanto la porta – porta da cui non poteva passare che una sola persona per volta, e non doveva neanche essere troppo larga di circonferenza -, il negozietto era scarsamente illuminato, tanto più per il fatto che, fin dal primo giorno, era stato affisso dietro la vetrina un cartello, grande quanto la vetrina stessa, recante la seguente scritta:

“QUI LA SOLUZIONE A TUTTO”

Avresti forse tu, mio lettore, resistito ad un cartello con una scritta del genere? Come avrebbero dunque potuto farlo, o almeno non provare una grandissima curiosità, gli abitanti della ventitreesima strada? In quel mese scarso in cui il signor Scholl fece avanti e indietro per riempire il suo negozio, con pacchi di cui non si capiva il contenuto e carabattole di cui non si concepiva l’utilità, tutti nella ventitreesima, almeno una volta al giorno, coglievano l’occasione per passare e lanciare un’occhiata oltre il cartello, alla ricerca di un indizio che li rendesse partecipi di qualche novità. I monelli scommettevano fra loro tappi di bottiglia, i signori si ritrovavano la sera a discuterne davanti ad una pinta di birra, le mogli puntavano gli occhi sulla figura del signor Scholl, le vecchie ne spettegolavano nelle ore di insonnia: per un mese la ventitreesima strada aveva un solo argomento, e quell’argomento era la ricerca della soluzione a quel cartello che si vantava di avere la soluzione a tutto.

Poi arrivò la mattina del 25 giugno e alle nove spaccate, mentre il primo rintocco della pendola municipale ancora non era cessato, il signor Scholl aprì la porta del suo negozio. La gente della ventitreesima strada girava a vuoto già da almeno un’ora davanti alla sua vetrina, facendo finta di essere capitata casualmente nei paraggi, e i signori si salutavano fra loro e chiacchieravano come se niente fosse, lanciando ad ogni minimo movimento inconsulto o al minimo suono inconsueto un’occhiata furtiva al negozio. Quando alle 9 dunque il signor Scholl aprì, in molti lasciarono velocemente quella malriuscita recita e si avvicinarono a passo rapido, quasi capaci di spintonarsi pur di accedere per primi in quell’angusta bottega che, riempita fino all’orlo, poteva contenere sì e no cinque persone contemporaneamente, proprietario incluso.

L’interno del negozio nessuno oggi potrebbe descriverlo bene, per il semplice fatto che nessuno di quei visitatori è qui per raccontarcelo. Ma per te, mio fidato lettore, farò finta che così non sia e ti descriverò sommariamente quello che era lì disposto. Entrati dall’angusto ingresso, lasciatisi sulla destra la vetrina con il cartello di cui abbiamo già detto, si trovava sullo stesso lato un grosso scaffale strabordante delle più inutili cianfrusaglie, mentre incombeva di fronte all’entrata il bancone dietro cui il signor Scholl sostava tutto il giorno, e infine, alle sue spalle, un secondo scaffale stipato dalle scorte. Nel resto del negozio era stato ammucchiato tutto il possibile, accatastato lungo i muri o impilato in colonne pronte a rovesciarsi sull’incauto visitatore, appeso al soffitto tramite ganci non dissimili da quelli di un macellaio o appoggiato su sbilenche mensole che uscivano irregolari dalle pareti ingiallite. Sul bancone solo una cosa attirava l’attenzione di chi si avventurava nel negozio: il grande registratore di cassa, un monolite nero recuperato chissà dove, dietro cui il signor Scholl accoglieva i suoi clienti.

Tutto qui?, si chiederà ora il mio lettore. Tutto qui, esattamente. E cosa vendeva dunque il signor Scholl nel suo negozio? Di tutto di più o, in altre parole, oggetti tanto comuni che avreste potuto trovarli anche in una bottega qualsiasi della ventitreesima strada. Ma la gente entrava incuriosita e usciva contenta, come se “la soluzione a tutto” fosse già nella propria tasca. Quale mistero si compiva allora in quel negozietto grande quanto la tua cameretta, lettore?

Ti dirò come si svolgevano più o meno le cose: arrivato il proprio turno, il cliente si avvicinava al bancone del signor Scholl, confabulava con lui a bassa voce per non farsi sentire dal resto della gente – gente che fingeva nel frattempo vero interesse per la mercanzia esposta -, quindi aspettava la soluzione del signor Scholl. La soluzione del signor Scholl era data in questi termini: un basso borbottio incomprensibile a tutti tranne che al diretto interessato, il pagamento da parte di quest’ultimo di un non ben precisato obolo, e infine quella che potremmo definire un’assoluzione.

Tutto qui? Tutto qui. Era dunque una specie di consigliere, il signor Scholl? Chi può dirlo. E cos’erano quelle parole che borbottava ai suoi clienti? Non posso saperlo, mio lettore: io non c’ero per origliare i discorsi del signor Scholl. E risolveva davvero qualsiasi problema? Ho paura di sì. E cos’è successo dunque al signor Scholl? Ora ci arriviamo, caro lettore, se mi darai il tempo di proseguire con la storia.

Dalle 9 del mattino alle 6 del pomeriggio il negozio del signor Scholl vide ripetersi incessantemente questa scena: decine e decine di clienti arrivavano e andavano neanche fosse stato il confessionale il giorno prima di Pasqua. Poi arrivò l’ora di chiusura e, mentre il sesto rintocco della pendola municipale iniziava ad esaurirsi, la porta del negozio venne serrata, il signor Scholl girò il cartello su “CHIUSO” e infine si avviò verso la sua abitazione.

Quello che successe la notte fra il 25 e il 26 giugno non posso raccontartelo, lettore, così come non posso raccontarti cosa accadde esattamente alla gente dopo quegli incontri. Ma quello che più ci interessa, lettore, è quello che trovammo nella ventitreesima strada la mattina dopo. Gente felice senza più alcun problema? Persone schiamazzanti pronte ad abbracciarsi? Un senso di felicità generale? Euforia? Contentezza? No, no e no. Non trovammo un bel nulla, lettore. La ventitreesima strada non c’era più.

Non c’era più il negozio del signor Scholl, non c’erano più i due negozi che lo tenevano ben stretto sulla ventitreesima, non c’era più la piazzetta davanti ai tre negozi, non c’era più il bar dove gli uomini si erano ritrovati a parlarne, non c’era più il municipio e non c’era più neanche la pendola che da un secolo scandiva la vita degli abitanti della ventitreesima. E dove erano andati tutti? Non si sa. E cosa c’era al loro posto? Niente. Hai presente il niente, lettore? Forse no, e probabilmente non hai mai visto un deserto, ma era proprio un deserto: al posto della ventitreesima non c’era più nulla a parte la strada, completamente vuota, e neanche un cammello a smuovere quella piattezza.

Qui terminano le notizie certe. Ora, mio lettore, se vuoi farti accompagnare per mano nell’incredibile, ti dirò che cosa successe quella notte fra il 25 e il 26 giugno così come mi è stata raccontata. Da dove venisse il signor Scholl nessuno lo poteva sapere, così come nessuno poteva sapere che genere di persona fosse. La mattina del 26 giugno, mentre ancora il sole non si era deciso a sorgere sulla ventitreesima strada, la fosca figura del signor Scholl uscì di soppiatto dalla sua abitazione, con tanto di valigie, pronto a fuggire da lì. E altro che valigie da viaggio: quelli che Scholl – permettetemi di non presentarvelo più con il termine di “signore”, perché di signore Scholl aveva ben poco – quelli che Scholl aveva con sé erano enormi valigioni tanto pieni da risultare quasi più grandi di lui. Scholl aveva infatti rinchiuso al loro interno tutte, e dico tutte, le confidenze della gente della ventitreesima strada.

Esatto, mio lettore: Scholl era un losco individuo, capace di rubare ad ogni persona le proprie confidenze e ficcarsele in tasca, pronto per portarsele via nel momento più impensabile. Che qualcuno fosse venuto per chiedere la soluzione ad una pancia dolorante o ad un figlio dissoluto, o come dividere un’eredità fra troppi eredi o calmare un’amante troppo irrequieta, un modo per recuperare un orologio al banco dei pegni o come fabbricare una splendida gabbia per uccelli del Norfolk, Scholl si era intascato tutti quei problemi e relativi segreti, e ora era pronto per portarseli tutti con sé, senza neanche pagare quegli sprovveduti che gliene avevano parlato e se ne erano voluti liberare tanto a cuor leggero.

Ma Scholl non aveva fatto i conti con la ventitreesima strada, perché così come aveva chiuso con difficoltà la seconda valigia, un lembo della ventitreesima vi era rimasto impigliato in mezzo. E mentre Scholl fuggiva, incespicando nelle sue stesse gambe, questo lembo iniziò a tirarsi sempre di più, fino a quando, con uno strappo non dissimile da quelli di certi lenzuoli oramai vecchi che le vostre madri strappano per farne stracci da casa, ecco, con uno strappo simile, l’intera ventitreesima venne strappata dal suolo, e Scholl si ritrovò a fuggire con tutta la ventitreesima dietro di sé, impigliata nella sua valigia. Su quel fantastico lenzuolo, che potremmo chiamare “realtà” o “lenzuolo-realtà”, su quel fantastico lenzuolo l’intera ventitreesima, con tutte le sue case, negozi, abitanti, perfino la pendola municipale che continuava non si sa bene come a pendolare, tutta la ventitreesima continuava a vivere, trascinata per chilometri da Scholl, ignaro che alle sue spalle un’intera comunità, per il momento ancora dormiente, ne seguisse ogni singolo passo della fuga.

Questo è quello che successe alla ventitreesima strada, mio lettore. Che tu ci creda o meno, i fatti non mentono: la mattina del 26 giugno la ventitreesima strada non c’era più, al suo posto il vuoto più completo. E che oggi la ventitreesima sia avvistata ora qui ora oltreoceano, ora su monti dispersi, ora su aerei di linea, ti dimostrerà che non mi sto prendendo gioco di te. Guardati sempre da chi ti si presenta come signor Scholl dunque, e soprattutto controlla sempre che in una delle sue valigie non si trovi impigliata la famosa ventitreesima strada.

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