Un meccanismo più grande di lui

Su Vladivostok incombevano già da qualche ora borbottanti nuvoloni grigi e sotto questi nuvoloni il sonatore d’organetto, sbucando dal viale principale, si avvicinò con passo impacciato alla panchina di Grigorij V. intonando un canone a più voci. Il giornalista, socchiudendo gli occhi, un gomito poggiato alla spalliera della panchina e la mano a sorreggere il pesante capo, pareva essersi abbandonato al mondo che lo circondava, un mondo in cui Vladivostok rappresentava tutta la realtà e la Novaya Gazeta la sua massima espressione. (Quanto al sonatore d’organetto, faceva parte della maldestra colonna sonora). Quel mondo pareva ora essersi ripiegato su se stesso, accartocciato, ridispiegato e accartocciato nuovamente, spremuto di tutto il suo senso e messo a soqquadro da improbabili loschi figuri, nascosto abilmente e maldestramente mostrato. Grigorij V. si sentiva preso in mezzo da un meccanismo più grande di lui, e per meccanismo intendeva proprio una ruota dentata che, afferratolo per il bavero del lungo cappotto, lo stesse pian piano trascinando sempre più verso l’immancabile stritolamento, e per stritolamento intendeva proprio un gigantesco rullo da macchina da scrivere pronto a lasciare la corporea impronta del giornalista su un bianco foglio da lettere. Per quanto Grigorij V. cercasse di aggrapparsi agli sfuggevoli tasti di quella gigantesca macchina da scrivere, la ruota dentata proseguiva a strattonarlo e ad avvicinarlo al rullo, sbuffi di inchiostro gli macchiavano l’impeccabile cappotto nero e sferraglianti leve ne solleticavano ogni appendice possibile.

[Da Quelle oscure e sbilenche profondità, un racconto lungo, in download gratuito]

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