Leggere i russi

«Leggere i russi» è una esperienza che molti fanno nell’adolescenza, più o meno al tempo delle sigarette e dei primi, sani desideri di scappare di casa e andare a fare il mozzo. Di questi desideri i «russi» sono i più tenaci, e se poche sono le possibilità che ci si dedichi a correre lungo i moli in cerca di un brigantino, assai minori sono quelle di liberarsi di un Dostoevskij una volta che vi è entrato nel sangue. Ma non è solo lui; non esistono disintossicanti per Gogol, ed è molto più facile dimenticare il numero del telefono del primo amore, che la prima lettura della Sonata a Kreutzer di Tolstoj, o della Steppa di Cechov. Così accade che, periodicamente, nella vita, veniamo accolti da un attacco di «leggere i russi»; può essere la cagione più risibile, risibile come la mostra di Tolstoj qui a Roma in questi giorni; o magari una Grammatica russa in libreria; o la lettura di un libro ignoto di un autore ignoto, un russo morto da trent’anni, come in questo caso è accaduto, a me […]

[Giorgio Manganelli, Leggere i russi, in Antologia privata, Quodlibet, pp.211-212]

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