Un parallelepipedo di cielo

Mentre attraversava la strada, diretto verso la farmacia all’angolo, girò involontariamente la testa (un bagliore gli aveva colpito di rimbalzo la tempia) e vide — col rapido sorriso con cui salutiamo un arcobaleno o una rosa — che dal furgone stavano scaricando un parallelepipedo di cielo di un bianco accecante, un armadio a specchi su cui, come su uno schermo cinematografico, scorreva il riflesso impeccabilmente nitido dei rami, scivolando e oscillando in modo tutt’altro che ligneo: era un vacillare umano, condizionato dalla natura di chi portava quel cielo, quei rami, quella sdrucciolante facciata.

[Vladimir Nabokov, Il dono, Adelphi, pp.18-19]

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