Il vecchietto che resse il palo durante la fine del mondo

(un racconto breve)

La fine del mondo era stata fissata per le 21:36, cosicché tutti si sarebbero fatti trovare pronti e non ci sarebbero stati i soliti ritardatari in fila dal fruttivendolo o impegnati in visite ai parenti. Si era infatti votato in tutto il quartiere per fare a quell’ora lì di quel giorno lì: la mattina si era troppo addormentati per la fine del mondo, di saltare il pasto non se ne parlava proprio, quanto al pomeriggio, gli uomini erano ancora in fabbrica e le mogli non avrebbero potuto affrontarla senza qualcuno a cui darne la colpa. La sera era l’unico momento giusto: per alzata di mano – quattordici voti contro undici – era stato infine deciso per le 21:36, quindi per quell’ora tutti erano pronti, chiusi a doppia mandata nelle rispettive case, le finestre sbarrate, seduti in cucina o nella sala, in attesa della fine di tutto.

Solo il vecchio Jakub aveva fatto tardi e arrancava, con passo spedito e aiutato dal suo bastone di palissandro, lungo la via principale. Faticava parecchio, l’ottuagenario, e sbuffando cercava di raggiungere la casuccia dove la sua Anežka lo stava sicuramente attendendo piena d’ansia. La giornata era d’altra parte iniziata già male dal mattino, quando il gallo non si era sentito e si era alzato da letto con mezz’ora di ritardo, facendo così tardi al mercato, spostando l’ora di pranzo di mezz’ora, il riposo pomeridiano di un’altra mezz’ora e infine la passeggiata digestiva del dopo cena di un’altra mezz’ora ancora. Ma Jakub non aveva voluto dare ascolto alla sua Anežka e, con cappello e bastone, era uscito mentre già le altre case venivano sprangate per l’arrivo del finimondo.

Per strada ora non si trovava più nessuno, pure i cani parevano essersi rintanati in qualche buco, per non parlare dei gatti, già fuggiti nel pomeriggio nelle fogne, solo qualche foglio di giornale svolazzava per le vie deserte come in ogni fine del mondo che si rispetti. Jakub arrancava solitario per la via, lottando contro i suddetti fogli di giornale che cercavano di aggrapparsi ai pantaloni di fustagno per essere salvati. Ogni tanto intravedeva la tendina di qualche casa scostarsi leggermente, ed era infatti qualcuno che cercava di capire chi fosse quel matto che ancora si attardava per le strade, ma Jakub non aveva il tempo per fermarsi e far segno di concedergli un riparo. Ci aveva già provato due volte, ma era stato ignorato: nessuno voleva correre il rischio di fare entrare la fine del mondo in casa per colpa di quel vecchio rimbambito. Jakub quindi proseguiva sulla sua via, allungando quanto più possibile il passo, poggiandosi di tanto in tanto ai muretti della via e concedendosi qualche secondo di pausa per riprendere il fiato.

Ma oramai l’ora si apprestava a scoccare e, ancora lontano da casa, Jakub si convinse che non ce l’avrebbe mai fatta. Arrivato ad un palo della luce, tremolante e prossimo a spegnersi del tutto, vi si appoggiò a fatica con la schiena e si sbarazzò del bastone in palissandro che l’aveva aiutato fin lì. Staccò quindi le vecchie bretelle dal pantalone liso e, imbragatosi contro il palo, il vecchio Jakub si preparò ad attendere così la fine del mondo.

Alle 21:36 in punto, non un secondo prima né uno dopo, finalmente iniziò tutto quello che doveva iniziare: vento, poi pioggia, poi grandine, poi un tornado tropicale, poi una serie di fulmini che colpirono tutte le antenne dei palazzi, qualche cavalletta di contorno, e poi da capo il vento e tutto il resto, in un marasma abbastanza disordinato. Nonostante l’ora fosse stata fissata con così largo anticipo, la fine del mondo si era rivelata piuttosto disorganizzata. Comunque, per quasi mezz’ora il finimondo si scatenò ben bene su tutto il quartiere e su tutta la città, portandosi via carretti e cisterne, strade e piazze, monumenti e palazzi, riadattandoli in maniera scomposta in nuove costruzioni dall’aspetto un po’ troppo modernista. Per strada non si riusciva a vedere nulla, tanta era la polvere e la pioggia, pareva di essere immersi in una nebbia sporca e lattiginosa, e anche dai palazzi più alti, dove solamente in pochi si arrischiavano a lanciare un’occhiata all’esterno, non si vedeva nulla di nulla. E la fine del mondo intanto continuava a imperversare, sradicando alberi e laghetti, smontando mattone per mattone i palazzi, mescolando le acque dei fiumi e di tanto in tanto fermandosi improvvisamente per poi ripartire con ancor più foga. Pareva di essere in un mare in burrasca, un mare trapiantato sul quartiere di Jakub e smosso da devastanti terremoti sottomarini, con tanto di aringhe volanti in uscita dalla pescheria del quartiere.

Quando dopo un’ora finalmente tutto parve essersi calmato, l’anziano Jakub sganciò le bretelle dal palo e si rassettò la camicia tutta spiegazzata. Era tutto inumidito dalle piogge e aveva perso il cappello, ma poteva sempre comprarsene un altro, si disse. Il bastone era sicuramente stato spedito chissà dove per colpa di tutta quella confusione e Jakub rimase vicino al palo, in attesa che qualcuno venisse a prenderlo a braccetto per aiutarlo a tornare a casa. Ma per quanto attendesse, nessuno pareva volersi far vivo.

Intanto la grande nebbia andava lentamente diradandosi, permettendo all’anziano di vedere sempre più in là. Beh, per quanto cercasse di sforzare i suoi vecchi occhi, Jakub dovette ammettere che il paesaggio era alquanto cambiato: intorno a lui, per miglia e miglia, non c’era più nulla. Né un palazzo, né un albero, né una panchina, neanche un mattone: sembrava di essere praticamente in un deserto. Lì dove una volta c’erano le fabbriche tessili ora si apriva un campo di sterpaglie, lì dove si trovavano i palazzoni a più piani un altro campo impolverato. Al posto dei giardinetti sul lungofiume c’era il fiume e al posto del fiume c’erano i giardinetti sul lungofiume ma senza erba, l’erba era stata ammucchiata lì dove una volta c’era la torre con orologio, mentre la lancetta dei minuti della torre dell’orologio si trovava riversa su di un fianco ad un centinaio di chilometri. Dei negozietti non rimaneva più nulla a parte qualche asse di legno sparsa, mentre gli abitanti parevano essersi trasferiti in massa in qualche altro posto senza lasciar traccia.

Jakub annuì lentamente: gli unici rimasti erano lui e quel palo a cui si era imbragato e a cui ora era poggiato di schiena. Ringraziò le sue bretelle per averli trattenuti tutti e due sul posto e si apprestò a ricominciare una vita all’ombra di quell’unico rimasuglio del suo quartiere.

***

Il vecchietto che resse il palo durante la fine del mondo era già apparso qui.

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8 pensieri su “Il vecchietto che resse il palo durante la fine del mondo

    1. Gabriele Autore articolo

      È che mi sembrava giusto indicare quel senso di “do la colpa a te, così sei tenuto a proteggermi” che può esserci, di tanto in tanto, fra moglie e marito. Grazie Pendolante.

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    1. Gabriele Autore articolo

      Grazie Wellentheorie! È che settimana scorsa mi son messo a ripulire i cassetti dalla polvere e, sorpresa!, è rispuntato questo vecchio racconto, lì accantonato dall’ottobre 2014, che chiedeva i sui 15 minuti di celebrità.

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