Un unico sintomo

Durante la seconda guerra mondiale un soldato ungherese, parte di una spedizione per combattere la Russia di Stalin, era caduto prigioniero, unico di tutto il suo squadrone, in terra straniera. Qui, con una gamba in cancrena, era stato spostato di ospedale in ospedale, per poi essere infine rinchiuso in un manicomio russo a Kotel’nič. Il soldato, fedele al suo Paese, non aveva infatti mai voluto imparare neanche una parola russa: caparbio, aveva continuato a esprimersi in un incomprensibile ungherese con medici e altri pazienti, sperando nella loro conversione alla lingua magiara e risultando così ai loro occhi ancor più folle degli altri internati. Per mezzo secolo era invecchiato in completa solitudine, avendo come unico interlocutore per i suoi discorsi se stesso. Sulla sua cartella clinica, per 53 anni, era stato segnato di settimana in settimana un unico sintomo: parla ungherese.

(Questo racconto è ispirato a una storia vera. Ne trovate notizia sui giornali di sedici anni fa cercando di Andras Tamas, ad esempio qui: click)

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