Archivio dell'autore: Gabriele

Informazioni su Gabriele

Uno che scrive cose principalmente noiose.

Desolazione

Avevo poi scoperto che lei era tornata in città solo grazie a una foto che aveva pubblicato, era la foto di una distesa di sedie azzurre tutte allineate in Piazza Maggiore, sistemate davanti al megaschermo che ogni estate montavano per fare il cinema all’aperto più grande del mondo, e per me quella foto, quella foto di una distesa di sedie azzurre tutte allineate, e di lei che era tornata in città senza neanche farmelo sapere, anzi tenendomelo quasi nascosto, quella foto era diventata d’improvviso la foto della desolazione più grande del mondo.

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Citofoni

Un fastidio poi, quei citofoni con la telecamera, che tutte le volte non sapevo bene che cosa fare, o dove guardare, o se chi c’era dall’altra parte mi stava osservando scrupolosamente — che per me, per me si doveva tornare indietro, quando i citofoni erano semplicemente una cosa che tu parlavi di sotto e loro ti sentivano di sopra, così era meglio, anzi no, ancora prima, quando non c’era il citofono e tu urlavi da sotto e loro, se ti sentivano, ti sentivano dalla finestra e poi dopo ti aprivano, senza bisogno di osservarti silenziosamente attraverso una telecamera, al massimo ti lanciavano un’occhiata affacciandosi alla finestra, ma solo se non faceva freddo.

Del lei

Avevo poi acceso la radio in macchina e stavano leggendo una lettera che una scrittrice aveva scritto al suo innamorato, erano gli anni in cui le persone si scrivevano ancora le lettere, e quando avevo acceso la radio avevo sentito solo alcune delle ultime frasi di quella lettera, e una di queste frasi diceva “Per molto tempo ci siamo dati del lei”, e quella frase mi era rimasta impressa, tanto che me l’ero ripetuta per tutto il viaggio, che mi era parsa una cosa molto intima, quella del darsi del lei per molto tempo, quasi più intima del darsi del tu per poco tempo.

Preferenze

Se in un momento di debolezza fosse venuta a mio padre la tentazione di fare una carezza individuale ad uno dei figli, subito andava a distribuire carezze a tutti gli altri, «per non creare preferenze». Andava da una stanza all’altra in cerca dei suoi figli, li accarezzava, diceva «bravo bravo» e così sapeva che uno di noi era in realtà segretamente favorito. Per le punizioni valeva lo stesso principio. Se uno veniva punito, subito lui diceva agli altri: «E non credere tu, perché non hai fatto niente di male, di non meritarti anche tu una severa punizione.» Il che era come un invito a fare qualche cosa per meritarsela sul serio. Se uno di noi riceveva in regalo da qualcuno una tavoletta di cioccolata, si divideva in tante parte uguali, o, se era troppo minuscola per essere divisa, si diceva: «Ricordati che dovresti dividerla»; così almeno si mangiava col rimorso, e l’educazione non veniva interrotta nemmeno da un briciolo di cioccolata.

[Niccolò Tucci, Il segreto, Garzanti, p.14]

Coppie

E ogni tanto annotavo sul mio taccuino coppie di parole che stavano bene in contrapposizione fra loro, ed era capitato che la prima coppia di parole di un giorno fosse finita proprio sotto una coppia segnata il giorno prima: la prima coppia era astronauta / cosmonauta, la seconda clementine / mandarini, e mi piaceva pensare che ero talmente poliedrico — o forse dispersivo — che pensavo tanto ai viaggi nello spazio quanto alle piante che crescevano nel mio giardino — sempre se avessi avuto un giardino dove far crescere piante, cosa che al momento certo non avevo.

Volumi

Quando poi ai libri usati trovavo solo il secondo volume di libri in più volumi, e del primo volume non c’era traccia da nessuna parte fra i libri esposti, io mi chiedevo chi mai avrebbe comprato un secondo volume senza averne prima comprato il primo — e mi ero dunque immaginato uno di quei miei racconti sbilenchi, dove il protagonista, un signore sulla quarantina, faceva incetta di tutti quei secondi volumi senza primi volumi, nella speranza, un giorno, di conoscere un altro signore, sempre sulla quarantina, o meglio ancora una signora, con tutti i primi volumi e senza i secondi volumi: avrebbero così ricomposto, assieme, un’unica biblioteca in due volumi.

Lampadine

Un dispiacere, quando poi dovevo buttare una lampadina, che era un dispiacere che non riuscivo a superare: rimanevano così per settimane poggiate su un mobile, quelle lampadine che non funzionavano più, che magari torna ad andare, mi dicevo, che è un peccato, con tutto quel vetro, e quella chiocciola in metallo, e quei filamenti di chissà che materiale, buttarle via in un cestino, così, come se non ci fosse stato niente fra me e loro.

2058

Qualcuno era poi arrivato al mio blog cercando “in pensione nel 2058”, ed era approdato al mio articolo in cui scrivevo del mio primo giorno di pensione, il primo novembre 2058, e volevo dire, a questo che ha cercato “in pensione nel 2058”, che se vuole può venire anche lui, con me, a vedere i treni in stazione in quel suo primo giorno di pensione, mi farebbe piacere.

Contemporanea

Mi ero poi segnato un passaggio, durante la lettura delle poesie della Cvetaeva, dove la Cvetaeva rivendicava “il diritto ad essere contemporanea a me stessa”, che era una cosa che mi era rimasta impressa, l’essere contemporanei a se stessi, non guardare né al passato né al futuro, e poi mi ero ricordato di una cosa che invece aveva detto Camus e che, per certi versi, secondo me andava a braccetto con quello che aveva detto la Cvetaeva, ma anche no: “quando mi succede qualcosa,” aveva scritto Camus, “io preferisco essere presente”.

Un impresario

Mi raccontò di un negozio di giocattoli di proprietà di un impresario di pompe funebri.

[Charles Simic, Il mostro ama il suo labirinto, Adelphi, p.53]