Archivio dell'autore: Gabriele

Informazioni su Gabriele

Uno che scrive cose principalmente noiose.

A nulla in particolare

Lo zio ha un ramo di genialità inventiva che meritava altra fortuna. Ha la passione della modifica, dell’invenzione spicciola: se c’è una tettoia che traballa, e il capomastro propone di costruirci un pilastro, lo zio inventa subito un metodo per far senza il pilastro. Con bellissimi ingegni imbraca le strutture di legno, crea molle e balestre, ganasce e graffe, ciascuna delle quali s’afferra all’altra con un sapiente dosaggio di controspinte finché tutte insieme si reggono in aria appoggiandosi a nulla in particolare. Qualche volta la tettoia cade lo stesso; altre volte un cavo aereo trasferisce le spinte in tutt’altra parte dell’edificio e lì bisogna costruire un contrafforte o demolire un muro.

[Luigi Meneghello, Libera nos a Malo, BUR]

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Un fatto di Eibenstock

Durante un viaggio nella bassa Sassonia, eravamo rimasti colpiti dalla storia di due famiglie che da secoli abitavano a Eibenstock le quali, alternativamente, avevano ricoperto una la posizione di ricca famiglia possidente e l’altra di domestici al loro servizio, avvicendandosi in questi due ruoli ogni qualvolta l’anno veniva a cambiare. Nessuno in Eibenstock era a conoscenza di cosa legasse le due famiglie da un patto del genere, ma certo era curioso vedere da un giorno all’altro i domestici divenire i proprietari dell’enorme castello dove fino al giorno prima avevano prestato servizio, così come i ricchi possidenti divenire a loro volta i domestici di quell’enorme castello dove fino al giorno prima avevano vissuto in tutti gli agi. Interrogato uno degli appartenenti alla famiglia che nel periodo della nostra permanenza ad Eibenstock svolgeva il ruolo di domestico, questi ci aveva raccontato di come diversi secoli prima le due famiglie avessero stretto tale accordo e che da allora nessuno avesse mai pensato di scioglierlo, sebbene nessuno ricordasse più come tale patto fosse nato. Quello che più ci incuriosì, a noi che a Eibenstock eravamo in visita da pochi giorni, era però una cosa a cui quel domestico ci aveva solo accennato, ovvero come le due famiglie, nei decenni passati, si fossero legate in maniere decisamente più forti fra loro con matrimoni e altre vicende di cui non volle dire di più, tanto che al cambio dell’anno ci si trovava sempre più in difficoltà nel decidere chi dovesse ricoprire un ruolo e chi l’altro. Quando alcuni anni più tardi, tornando indietro sulla nostra strada, capitammo nuovamente a Eibenstock, delle due famiglie non si sapeva più niente: da un giorno all’altro erano emigrate, probabilmente a Lublino, per costruirsi un’altra vita.

Un vivo senso di insoddisfazione

Da anni, quando camminava per le strade — ma era ancor più eccitante quando si trovava in tram — egli contava le sbarre delle grosse lettere latine sulle insegne dei negozi (A per esempio ne aveva tre, M quattro) e divideva la loro somma per il numero delle lettere. Finora il risultato era in media due e mezzo; ma naturalmente non si poteva considerare immutabile, e talvolta variava da strada a strada: così si era colti da grande affanno a ogni disparità, e da grande gioia a ogni concordanza, il che somiglia all’effetto sublimante che si attribuisce alla tragedia. Se poi si contavano le lettere stesse, allora il signore poteva accertarsene — la divisibilità per tre era un vero colpo di fortuna, ragione per cui la maggior parte delle scritte lasciava addosso un vivo senso di insoddisfazione, tranne quelle costituite da lettere di massa, cioè con quattro sbarre, ad esempio W, E, M, che danno in ogni caso un grandissimo piacere. E la conclusione? disse il visitatore. La conclusione era che il Ministero dell’Igiene pubblica doveva emanare un decreto per raccomandare ai proprietari di negozi la scelta per le loro insegne di parole contenenti lettere a quattro sbarre e l’esclusione nei limiti del possibile di lettere a una sbarra sola, come O, S, I, C, che diffondevano nel pubblico un senso di tristezza e d’insoddisfazione!

[Robert Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi, pp.393-394]

La vita del signor Kloninsberg

Il signor Kloninsberg aveva infine fatto causa verso ignoti: fin dalla nascita, a suo dire, la sua vita pareva seguire le tracce di una commedia ricca di nonsense e di situazioni imprevedibili, impossibile da districare anche nei momenti di relativa calma, rendendogli impossibile qualsiasi attività e soddisfazione personale. Il signor Kloninsberg, stanco di quella vita, aveva infine citato in giudizio l’autore della sua commedia personale, chiedendo che il compito venisse riassegnato a qualcuno di meno imprevedibile e con un po’ più di umanità nei suoi confronti. Purtroppo per lui, il processo prese però una piega inaspettata: dopo anni di rinvii e giri fra i vari tribunali praghesi, incomprensioni e carte perdute, avvocati dimissionari e giudici poco tolleranti, il signor Kloninsberg venne incarcerato con una non ben specificata accusa, terminando la sua vita fucilato insieme a diciotto disertori di guerra.

Qualcuno con cui parlare

Mi è sempre stato difficile trovare qualcuno con cui parlare. Che cosa si dicono gli uomini? Certi giorni vado per la strada e vedo gente al caffè che parla, gente per la strada che parla muovendo le mani e le parole dell’uno si accavallano a quelle dell’altro, e poi in macchina, un uomo al volante parla con quello che gli sta vicino, anche in bicicletta, voglio dire da una bicicletta all’altra gli uomini riescono a parlare. Ma che cosa si dicono? Che cosa hanno da dirsi? […] Ma dove si trovano gli uomini per parlarci insieme? Ho provato a andare al caffè, ma ho parlato soltanto con il cameriere, mi dia un caffè e poi mi dia un altro caffè.

[Luigi Malerba, Il serpente, Oscar Mondadori]

La macchina delle sentenze

Completata che ebbe la sua macchina elettromeccanica, un geniale avvocato di una cittadina del Massachusetts presentò al Tribunale di quella cittadina la sua invenzione rivoluzionaria, ovverosia una macchina capace di decidere l’innocenza o la colpevolezza di un imputato a colpo sicuro. Ricevute tutte le indicazioni sul caso, la macchina era capace di formulare tutte le accuse e tutte le difese, di comparare il caso a tutti i casi archiviati nei tribunali del Massachusetts negli ultimi cento anni, di suggerire nuove necessarie investigazioni o di ascoltare ignari testimoni che neanche sapevano di essere testimoni, fino a formulare un giudizio esatto praticamente nel 99.9% dei casi, il tutto in un tempo decisamente più breve rispetto alle classiche sentenze. Il Tribunale della cittadina del Massachusetts studiò a lungo la macchina proposta dal geniale avvocato e per un certo periodo, senza riferirlo né all’imputato né al pubblico, la mise anche alla prova per confrontare i suoi risultati con quelli a cui giuria e giudice erano arrivati, e la cosa andò talmente bene che si decise di distruggere seduta stante la macchina in questione. Nessuno degli avvocati, né alcuno del Tribunale, voleva infatti avere la certezza delle proprie sentenze: era proprio quell’incertezza che rendeva il loro lavoro sopportabile. Distrutta la sua invenzione, il geniale avvocato venne con un pretesto allontanato dall’ordine e si riciclò nel settore dei tagliaerba, settore che rivoluzionò non poco grazie alle sue trovate geniali: il tagliaerba capace di commentare tutte le sentenze giuridiche è ancora oggi uno dei modelli più acquistati dai giardinieri di mezzo mondo, i quali adorano, mentre sono impegnati a tagliare i prati, ascoltare e commentare sentenze che un tempo neanche avrebbero pensato di poter capire.

Impossibile

Un autore di teatro le cui opere sono state rappresentate su tutti i grandi palcoscenici si era fatto un punto d’onore di non assistere a nessuna di queste rappresentazioni e per molti anni, mentre il suo successo cresceva di anno in anno, era riuscito a tener fede a questo principio. […] Un giorno aveva fatto uno strappo a questo principio ed era partito per Düsseldorf, dove nel teatro locale […] aveva assistito alla rappresentazione del suo ultimo lavoro, logicamente non alla prima, ma alla terza o alla quarta replica. Dopo aver visto quello che gli attori di Düsseldorf avevano fatto del suo testo, aveva presentato al competente tribunale di Düsseldorf una querela che ancor prima di essere discussa in aula lo portò dritto nel famoso manicomio di Bethel situato vicino a Bielefeld. Aveva citato in giudizio il direttore del teatro di Düsseldorf chiedendo la restituzione del suo lavoro, il che significava niente di meno che egli pretendeva che tutti coloro i quali avevano partecipato in qualsiasi modo allo spettacolo dovevano riconsegnare e restituire tutto ciò che li aveva messi anche solo minimamente in rapporto col suo testo. Naturalmente aveva chiesto altresì che i quasi cinquemila spettatori che nel frattempo avevano assistito al suo lavoro gli restituissero ciò che avevano visto.

[Thomas Bernhard, Impossibile, in L’imitatore di voci, Adelphi, pp.107-108]

Il guardiano

Un anziano guardiano aveva prestato servizio presso un capannone industriale vicino Riga ininterrottamente per quarant’anni, e anche nel momento in cui, durante il secondo conflitto mondiale, la fabbrica era stata momentaneamente chiusa. Il guardiano si era in effetti ritrovato a sorvegliare un capannone oramai in disuso ma costantemente preso di mira dai cercatori di pezzi di ferro, i quali tentavano a più riprese di introdurvisi per impadronirsi di macchine e utensili. Indispettito da questi tentativi, il ligio guardiano, che oramai non veniva più pagato ma che aveva fatto della sua professione unico motivo di vita, aveva una volta per tutte trovato il modo per rimediare alla cosa. Con una carriola aveva trasferito pian piano tutto il materiale del capannone dentro la sua guardiola, chiudendocisi infine dentro e rimanendoci per più di un anno in completo isolamento. Quando la guerra era finita e il figlio di uno dei padroni si era presentato per riprendere possesso dell’attività, il guardiano aveva personalmente riportato tutto nel capannone: neppure un bullone mancava all’appello. Tutto il paesino lettone si era domandato come avesse fatto a stipare in quella minuscola guardiola tutto il materiale del capannone, e anche il guardiano era rimasto piuttosto sorpreso dalla capacità di quel gabbiotto di tre metri per due.

In allegrezza

V. Petit, di Marizy-Sainte-Geneviève, nell’Aisne, voleva morire, ma in allegrezza. Così si è scolato due litri di vino e uno di acquavite, e in effetti è morto.

[Félix Fénéon, Romanzi in tre righe, Adelphi]

Lo sfratto

Sfrattato da quella che era stata per quasi settant’anni la sua casa e prima ancora dei suoi genitori, un anziano contadino era stato costretto a spostarsi nella vicina Salisburgo dove, con il misero guadagno che la società ferroviaria gli aveva dato in cambio del suo appezzamento, era riuscito a comprarsi un minuscolo monolocale in un palazzone di sette piani. Per la prima volta nella sua vita l’anziano contadino era stato costretto a vivere a stretto contatto con persone che non conosceva e che neanche voleva conoscere, finché, indispettito dai rumori che durante tutto il giorno e spesso anche la notte era costretto a sopportare, era tornato dalla società ferroviaria per chiedere la restituzione della sua abitazione. La società ferroviaria, che già aveva iniziato i lavori per la nuova rete che avrebbe dovuto collegare con un treno rapidissimo Salisburgo a Vienna, treno che avrebbe garantito tempi di percorrenza dimezzati a chi doveva raggiungere Salisburgo partendo da Vienna o a chi partendo da Salisburgo voleva raggiungere Vienna, aveva respinto la richiesta dell’anziano contadino, invitandolo a non ostacolare quelle moderne tecnologie che avrebbero semplificato la vita di chi ogni giorno era costretto ad andare a Vienna o a Salisburgo partendo da Salisburgo o da Vienna. L’anziano contadino si era impiccato due settimane più tardi, nel suo rumoroso appartamento a Salisburgo, lasciando una nota in cui asseriva di averlo fatto per non intralciare ulteriormente quelle moderne tecnologie.