Archivi categoria: biografie di illustri sconosciuti

Un fatto di Eibenstock

Durante un viaggio nella bassa Sassonia, eravamo rimasti colpiti dalla storia di due famiglie che da secoli abitavano a Eibenstock le quali, alternativamente, avevano ricoperto una la posizione di ricca famiglia possidente e l’altra di domestici al loro servizio, avvicendandosi in questi due ruoli ogni qualvolta l’anno veniva a cambiare. Nessuno in Eibenstock era a conoscenza di cosa legasse le due famiglie da un patto del genere, ma certo era curioso vedere da un giorno all’altro i domestici divenire i proprietari dell’enorme castello dove fino al giorno prima avevano prestato servizio, così come i ricchi possidenti divenire a loro volta i domestici di quell’enorme castello dove fino al giorno prima avevano vissuto in tutti gli agi. Interrogato uno degli appartenenti alla famiglia che nel periodo della nostra permanenza ad Eibenstock svolgeva il ruolo di domestico, questi ci aveva raccontato di come diversi secoli prima le due famiglie avessero stretto tale accordo e che da allora nessuno avesse mai pensato di scioglierlo, sebbene nessuno ricordasse più come tale patto fosse nato. Quello che più ci incuriosì, a noi che a Eibenstock eravamo in visita da pochi giorni, era però una cosa a cui quel domestico ci aveva solo accennato, ovvero come le due famiglie, nei decenni passati, si fossero legate in maniere decisamente più forti fra loro con matrimoni e altre vicende di cui non volle dire di più, tanto che al cambio dell’anno ci si trovava sempre più in difficoltà nel decidere chi dovesse ricoprire un ruolo e chi l’altro. Quando alcuni anni più tardi, tornando indietro sulla nostra strada, capitammo nuovamente a Eibenstock, delle due famiglie non si sapeva più niente: da un giorno all’altro erano emigrate, probabilmente a Lublino, per costruirsi un’altra vita.

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La vita del signor Kloninsberg

Il signor Kloninsberg aveva infine fatto causa verso ignoti: fin dalla nascita, a suo dire, la sua vita pareva seguire le tracce di una commedia ricca di nonsense e di situazioni imprevedibili, impossibile da districare anche nei momenti di relativa calma, rendendogli impossibile qualsiasi attività e soddisfazione personale. Il signor Kloninsberg, stanco di quella vita, aveva infine citato in giudizio l’autore della sua commedia personale, chiedendo che il compito venisse riassegnato a qualcuno di meno imprevedibile e con un po’ più di umanità nei suoi confronti. Purtroppo per lui, il processo prese però una piega inaspettata: dopo anni di rinvii e giri fra i vari tribunali praghesi, incomprensioni e carte perdute, avvocati dimissionari e giudici poco tolleranti, il signor Kloninsberg venne incarcerato con una non ben specificata accusa, terminando la sua vita fucilato insieme a diciotto disertori di guerra.

La macchina delle sentenze

Completata che ebbe la sua macchina elettromeccanica, un geniale avvocato di una cittadina del Massachusetts presentò al Tribunale di quella cittadina la sua invenzione rivoluzionaria, ovverosia una macchina capace di decidere l’innocenza o la colpevolezza di un imputato a colpo sicuro. Ricevute tutte le indicazioni sul caso, la macchina era capace di formulare tutte le accuse e tutte le difese, di comparare il caso a tutti i casi archiviati nei tribunali del Massachusetts negli ultimi cento anni, di suggerire nuove necessarie investigazioni o di ascoltare ignari testimoni che neanche sapevano di essere testimoni, fino a formulare un giudizio esatto praticamente nel 99.9% dei casi, il tutto in un tempo decisamente più breve rispetto alle classiche sentenze. Il Tribunale della cittadina del Massachusetts studiò a lungo la macchina proposta dal geniale avvocato e per un certo periodo, senza riferirlo né all’imputato né al pubblico, la mise anche alla prova per confrontare i suoi risultati con quelli a cui giuria e giudice erano arrivati, e la cosa andò talmente bene che si decise di distruggere seduta stante la macchina in questione. Nessuno degli avvocati, né alcuno del Tribunale, voleva infatti avere la certezza delle proprie sentenze: era proprio quell’incertezza che rendeva il loro lavoro sopportabile. Distrutta la sua invenzione, il geniale avvocato venne con un pretesto allontanato dall’ordine e si riciclò nel settore dei tagliaerba, settore che rivoluzionò non poco grazie alle sue trovate geniali: il tagliaerba capace di commentare tutte le sentenze giuridiche è ancora oggi uno dei modelli più acquistati dai giardinieri di mezzo mondo, i quali adorano, mentre sono impegnati a tagliare i prati, ascoltare e commentare sentenze che un tempo neanche avrebbero pensato di poter capire.

Il guardiano

Un anziano guardiano aveva prestato servizio presso un capannone industriale vicino Riga ininterrottamente per quarant’anni, e anche nel momento in cui, durante il secondo conflitto mondiale, la fabbrica era stata momentaneamente chiusa. Il guardiano si era in effetti ritrovato a sorvegliare un capannone oramai in disuso ma costantemente preso di mira dai cercatori di pezzi di ferro, i quali tentavano a più riprese di introdurvisi per impadronirsi di macchine e utensili. Indispettito da questi tentativi, il ligio guardiano, che oramai non veniva più pagato ma che aveva fatto della sua professione unico motivo di vita, aveva una volta per tutte trovato il modo per rimediare alla cosa. Con una carriola aveva trasferito pian piano tutto il materiale del capannone dentro la sua guardiola, chiudendocisi infine dentro e rimanendoci per più di un anno in completo isolamento. Quando la guerra era finita e il figlio di uno dei padroni si era presentato per riprendere possesso dell’attività, il guardiano aveva personalmente riportato tutto nel capannone: neppure un bullone mancava all’appello. Tutto il paesino lettone si era domandato come avesse fatto a stipare in quella minuscola guardiola tutto il materiale del capannone, e anche il guardiano era rimasto piuttosto sorpreso dalla capacità di quel gabbiotto di tre metri per due.

Lo sfratto

Sfrattato da quella che era stata per quasi settant’anni la sua casa e prima ancora dei suoi genitori, un anziano contadino era stato costretto a spostarsi nella vicina Salisburgo dove, con il misero guadagno che la società ferroviaria gli aveva dato in cambio del suo appezzamento, era riuscito a comprarsi un minuscolo monolocale in un palazzone di sette piani. Per la prima volta nella sua vita l’anziano contadino era stato costretto a vivere a stretto contatto con persone che non conosceva e che neanche voleva conoscere, finché, indispettito dai rumori che durante tutto il giorno e spesso anche la notte era costretto a sopportare, era tornato dalla società ferroviaria per chiedere la restituzione della sua abitazione. La società ferroviaria, che già aveva iniziato i lavori per la nuova rete che avrebbe dovuto collegare con un treno rapidissimo Salisburgo a Vienna, treno che avrebbe garantito tempi di percorrenza dimezzati a chi doveva raggiungere Salisburgo partendo da Vienna o a chi partendo da Salisburgo voleva raggiungere Vienna, aveva respinto la richiesta dell’anziano contadino, invitandolo a non ostacolare quelle moderne tecnologie che avrebbero semplificato la vita di chi ogni giorno era costretto ad andare a Vienna o a Salisburgo partendo da Salisburgo o da Vienna. L’anziano contadino si era impiccato due settimane più tardi, nel suo rumoroso appartamento a Salisburgo, lasciando una nota in cui asseriva di averlo fatto per non intralciare ulteriormente quelle moderne tecnologie.

Un adeguamento necessario

Intervistata da un giornale universitario, una poetessa era rimasta sconvolta da come le sue risposte fossero state completamente travisate dalla giovane giornalista, la quale aveva riportato erroneamente più di uno dei concetti espressi durante l’intervista. Indignata dalla situazione, aveva inviato una comunque pacata lettera in cui chiedeva la pubblicazione, nel successivo numero del giornale, di una nota correttiva da lei stessa preparata. La redazione aveva prontamente pubblicato la nota, ma, a causa del poco spazio disponibile, aveva dovuto accorciarne drammaticamente i contenuti, stravolgendone in maniera ancor peggiore i concetti. Davanti alla nuova pubblicazione, la poetessa aveva cercato un colloquio con il capo redattore per risolvere una volta per tutte la questione, ma per un inatteso taglio dei fondi e la concomitante chiusura dell’anno scolastico il giornale aveva terminato le pubblicazioni proprio dopo quel numero. Alla poetessa non era rimasto che adeguarsi alla situazione: da un giorno all’altro aveva cambiato completamente le sue idee per rispecchiare quelle espresse nell’intervista mal riuscita, ottenendo proprio per quelle idee, alcuni anni più tardi, un inaspettato nobel.

I libri secondo Saul Pegreffi

Assiduo lettore dall’età di appena sei anni, un signore di Amsterdam dalle origini italiane, tale Saul Pegreffi, aveva con gli anni accumulato talmente tanto disappunto verso certi libri che aveva letto e che non aveva apprezzato che, giunto all’età di ottant’anni, aveva deciso che era arrivato il momento per lui di lasciar perdere la lettura e di dedicarsi alla scrittura. Ciò che all’ottantenne interessava più di tutto non era però scrivere nuovi romanzi o inediti racconti, quanto piuttosto riscrivere quei libri che, durante i suoi quasi ottant’anni di letture, lo avevano ingannato con titoli poco adatti alle trame che vi erano contenute. Non era fatto insolito per il signore di Amsterdam, così come non lo è per i più assidui lettori, quello di trovarsi davanti a libri di cui, solo leggendo il titolo, si era già immaginato una certa storia, per poi essere clamorosamente smentito dallo scrittore di turno, incapace di costruire la trama giusta a partire dal titolo scelto. Così, quando alcuni anni dopo il signore di Amsterdam dalle origini italiane venne ritrovato riverso sulla sua macchina da scrivere a causa di un infarto, la sua libreria personale era stipata non più dai libri raccolti in una vita di letture, ma da decine e decine di manoscritti: fra gli altri si potevano trovare Guerra e pace di Tolstoj secondo Saul Pegreffi, o I miserabili di Victor Hugo secondo Saul Pegreffi, o anche La ricerca del tempo perduto di Proust, sempre secondo Saul Pegreffi, fino a una copia de La Bibbia secondo Saul Pegreffi, purtroppo limitata al solo vecchio testamento, dal momento che il nuovo era ancora in fase di battitura. E alcuni mesi più tardi uno studio di Harvard, condotto su un campione di mille intervistati, aveva mostrato come 875 lettori e mezzo avessero incontestabilmente preferito i libri nella versione di Saul Pegreffi rispetto a quelli originali, tanto che la Openbare Bibliotheek, dove sono attualmente conservati quei manoscritti, viene quotidianamente visitata da centinaia di persone speranzose di poter prendere in prestito uno di quei libri, sicure, almeno per una volta, di ritrovare in quei manoscritti esattamente ciò che il titolo gli preannuncia.

Il paio di scarpe

Un povero nullatenente aveva ricevuto in regalo da un ciabattino un paio di scarpe più volte risuolate ma praticamente nuove. Pur essendo le sue attuali piene di buchi e oramai incapaci di riparare alcunché, il nullatenente aveva deciso di tenere quelle scarpe nuove da parte per quando il paio che aveva addosso sarebbe divenuto del tutto inutilizzabile. Tutto il giorno lo passava ora a rimirare quelle scarpe nuove, pregustando il momento in cui avrebbe potuto finalmente calzarle e camminare con i piedi riparati e al caldo. La sua ossessione, crescendo di giorno in giorno, lo portò in effetti a una cura inconsulta e spasmodica di quel paio nuovo, tanto che si sentì libero solo quando, tornando un giorno dal suo girovagare, scoprì che le scarpe nuove gli erano state rubate. Il nullatenente aveva guardato contento il paio pieno di buchi che aveva addosso e si era rallegrato con se stesso: era stata una fortuna che gli avessero rubato il paio nuovo e non quello ai suoi piedi, si sarebbe altrimenti trovato senza scarpe proprio nel momento in cui era per strada.

Direttore d’orchestra

Un famoso direttore d’orchestra era rimasto meravigliato nel trovare, fra le tante lettere di appassionati e curiosi che giornalmente riceveva, quella di un noto industriale di Strasburgo che lo invitava a raggiungerlo per mettere in piedi la più grande orchestra di musica moderna di tutta Strasburgo e, forse, di tutta Europa. Il direttore d’orchestra, incuriosito dal dire dell’industriale di Strasburgo, l’aveva infine raggiunto ed era rimasto talmente affascinato davanti a ciò che l’industriale gli aveva proposto che aveva deciso, seduta stante, di stabilirsi a Strasburgo e di lasciar perdere i suoi altri progetti. Era infatti successo che, davanti all’enorme sala dove non meno di cinquanta dattilografe scrivevano a macchina i documenti necessari all’industriale di Strasburgo, l’industriale di Strasburgo aveva fatto notare al direttore d’orchestra quanto un tale frenetico ticchettio non dovesse andare sprecato. Da lì a qualche mese il direttore d’orchestra era riuscito così a mettere in piedi l’orchestra più innovativa dell’ultimo secolo: la prima esibizione all’Opéra di Strasburgo fu un successo inaspettato, e non sarebbe potuto essere altrimenti davanti a cinquanta dattilografe che, al ticchettio di un Brahms o di un Mahler, di un Dvořák o di un Janáček, riuscivano a produrre al contempo precise relazioni industriali e convincenti lettere pubblicitarie. Se solo un importante procedimento penale, notificatogli giusto il giorno successivo a quella prima esibizione, non avesse portato sul lastrico quel noto industriale di Strasburgo, trascinando con sé nel baratro tutta l’orchestra e il noto direttore, ancora oggi avremmo un ottimo esempio di Orchestra per Macchine da Scrivere.

Una eredità

In una cittadina della Vestfalia era stato a lungo trattato dai giornali il caso di un maggiordomo che, alla morte del suo ricchissimo padrone, aveva ereditato tutto il patrimonio di quest’ultimo a scapito dei legittimi discendenti. Sebbene il testamento del padrone, accuratamente custodito nella cassetta di sicurezza di un notaio, lo designasse incontestabilmente come unico erede, in molti avevano iniziato a mormorare su quel maggiordomo, tanto che in breve si era visto accusare formalmente di aver manomesso il documento a suo favore. Davanti al giudice il maggiordomo aveva giurato che il testamento non era stato da lui modificato e aveva dovuto spiegare che era stato volutamente il padrone, il quale lo aveva in odio oramai da anni, a decidere di lasciargli il suo patrimonio, proprio per coinvolgerlo in tutto quello che stava avvenendo. La causa si trascinò comunque per le lunghe, e nel frattempo in tutta la cittadina della Vestfalia non si era perso tempo a mormorare dietro a quel maggiordomo che si era arricchito da un giorno all’altro, tanto che questi si era guadagnato in un colpo solo il disprezzo delle famiglie ricche quanto del resto del popolino, e i giornali per settimane avevano continuato a sollecitare l’immaginazione di molti con quella vicenda che non volevano assolutamente archiviare. Quando infine il maggiordomo, per la disperazione, si era lanciato da una finestra dell’ultimo piano di quella ricca casa che aveva ereditato, il notaio aveva rivelato una postilla del testamento del ricco padrone, tenuta debitamente nascosta, che asseriva che, nel caso di suicidio del maggiordomo, tutto il patrimonio sarebbe tornato ai figli e alle mogli del ricco padrone, ma soprattutto che neanche un soldo dovesse essere speso per il funerale di quel maggiordomo. Il suo corpo venne così buttato in un fosso ai margini della cittadina e in pochi se ne curarono, compresi quei giornali che a lungo ne avevano parlato.