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2058

E mi era poi arrivata una lettera, era l’INPS che mi scriveva, e l’INPS voleva avvertirmi che la mia pensione avrà inizio l’1 novembre del 2058, e ho ragionato su cosa vorrei fare l’1 novembre del 2058, nel mio primo giorno di pensione, anche per non arrivare impreparato, e ho pensato che la cosa che più vorrei fare è andare alla stazione del mio paesino, sedermi su una panchina e stare qualche ora a guardare i treni che passano — mi son sempre piaciuti i treni che passano, sarà che mio padre e prima ancora mio nonno eran tutti ferrovieri, e che io i treni purtroppo non li prendo quasi mai, ma quelle poche volte che li prendo è sempre una grande avventura, come quando sono andato fino a Vienna e poi fino a Praga solo per fare un giro in treno — e ho pensato che nel 2058, in quel primo giorno di pensione, avrò settant’anni già compiuti, e sarò uno di quei settantenni con giacca, cappello e bastone, tutti eleganti anche solo per andare alla Coop, e che passano le loro giornate seduti a guardare i treni, o con le mani dietro la schiena a guardare i lavori in corso, o che vanno dal medico un’ora prima dell’appuntamento solo per poter stare un po’ in attesa, o che salgono sull’autobus e girano per tutta Bologna finché non sono tornati alla fermata di partenza — e quasi non vedo l’ora, che arrivi questo 2058, non tanto per la pensione, ma proprio per fare le cose che si fanno in pensione.

Raffaello Baldini

E ripensavo poi alla poesia di Raffaello Baldini, che se c’è una cosa, nella poesia di Raffaello Baldini, che mi piace particolarmente, è quando inserisce nelle sue poesie quelle immagini piccole, di tutti i giorni, in mezzo a scene molto più grandi — come in questa poesia qui, in cui nevica in maniera sconsiderata, una scena bellissima col vento di grecale e questi fiocchi grandi che si attaccano, e c’è poi la comparsa del signor Nello, solo per un istante, ma è una comparsata bellissima, quella del signor Nello:

Poi ha girato grecale, ed è stata neve, / dapprincipio dei fiocchi grandi, / come stracci, molli radici, dinoccolati, / arrivavano a terra e cambiavano colore, erano tutt’acqua. / Ma dopo un po’ le pozzanghere erano ferme, / smerigliate, / le panchine della piazza, / le lettere blu della Cassa di Risparmio, / i cavalletti della Bigia, / agli orli cominciavano a diventare bianchi, / Nello per andare al forno è scivolato. / Attaccava, ma come non volesse, / la gente usciva senza ombrello. Poi verso le quattro l’aria s’è mossa, / ai vetri si sentiva un formicolio, / non erano fiocchi, ormai erano chicchi. / Veniva giù, ma fitta, da chiudere gli occhi, / era asciutta, secca, raspava, / si ficcava nelle scarpe, nel collo, / s’infilava nei posti dietro la gente. […] 1

Ecco, l’immagine del signor Nello, che per andare al forno è scivolato, è un’immagine splendida se ti stai immaginando questa tormenta di neve: lo vedi scivolare mentre sta andando al forno, il signor Nello, poi torna tutto a nevicare come se niente fosse.

1 [Raffaello Baldini, La nàiva, in La nàiva. Furistìr. Ciacri, Einaudi, p.127]

Aspettare

E dal momento che in questi giorni sto scrivendo — era un anno e qualche mese che non scrivevo racconti, e ora ho scritto in una settimana qualcosa come 18 pezzi brevi, ed è stata come una liberazione, che non so bene neanche io a cosa mi sarà servito scrivere 18 pezzi brevi, forse andranno a far parte di un progetto più grande, o forse no, comunque per ora stanno lì ad aspettare —, e mi è sembrato, per qualche attimo, che sono anni che sono in attesa, e non so più neanche di cosa, esattamente: un’attesa neanche beckettiana, un’attesa proprio ingiustificata.

Sklovskij

E c’è stato un momento, mentre la Vitale raccontava del suo ultimo libro, “Il defunto odiava i pettegolezzi“, che è saltato fuori Sklovskij, e che con Sklovskij la Vitale aveva fatto una chiacchierata che era poi diventata un’intervista, o un’intervista che era poi diventata una chiacchierata, e per un attimo, per un lunghissimo attimo, ho sentito una grandissima infelicità nel pensare che io, con Sklovskij, non potrò mai avere una chiacchierata — e per questioni di tempo, che Sklovskij è scomparso prima ancora che io nascessi, e per questioni di lingua, che né il russo né il tedesco rientrano fra le mie conoscenze.

E in quell’attimo lì, la Vitale ci raccontava che Sklovskij aveva in casa solamente due foto appese, una in una stanza, una nell’altra, e una era di Mandel’stam, il poeta russo, e l’altra era di Majakovskij, poeta russo anche lui, e mi sono immaginato la vita di Sklovskij, del suo vagare quotidianamente in esilio in quelle stanzette con le due foto dei poeti della sua patria, e di come proprio fra le cose che più gli mancassero, lì in Germania, ci fossero anche e soprattutto quei due grandi poeti russi.

E per un attimo ho sentito tutto il peso di “Zoo o lettere non d’amore“, quel suo piccolo libretto in cui da esule piange la sua Eloisa, o la sua Russia, o forse entrambe, e per un attimo, per un attimo lunghissimo che sarà durato qualcosa come pochi secondi, mi sono quasi commosso al pensiero di Sklovskij, che se c’è una cosa, nella lista delle cose per cui commuoversi, il pensiero di uno scrittore che si commuove per altri scrittori è forse uno dei primi punti, e anche se io non sono uno scrittore, il commuovermi davanti al pensiero di altri scrittori è una delle poche cose che continuo a trascinarmi da qualche anno a questa parte.

Contraddirsi

E quando alla radio ho sentito dire che lui era uno di quelli che amano contraddirsi, ho pensato che anche io vorrei essere uno di quelli che amano contraddirsi, che contraddirsi è una cosa molto liberatoria, che tu sei lì che devi dire qualcosa e intanto pensi “ma mi starò contraddicendo?”, e invece no, se ami contraddirti sei libero di contraddirti, che è come dire che se ti piace delinquere, allora puoi andare in giro a delinquere, in maniera spensierata proprio.

Musei

E una cosa che mi ricordo, è che quando ero piccolo i miei genitori, nel fine settimana, portavano me e mia sorella in giro per i musei, che era una cosa che non è che ci piacesse poi tanto, o almeno non sempre, dipendeva molto dal museo — io preferivo quelli con le armature, o quelli con le mummie, o quelli con gli scheletri dei dinosauri —, e quel portarci in giro per i musei, che è successo quando io avevo all’incirca dai 6 agli 11 anni, io per un certo periodo me lo sono dimenticato del tutto. E se me lo sono dimenticato, è anche perché non capivo a cosa servisse andare in giro a vedere quelle cose antiquate, e in quel periodo lì, quando avevo fra i 6 e gli 11 anni, non mi chiedevo neanche perché poi mio padre e mia madre, che non sono mai stati due professoroni fissati con la cultura, ci tenessero a portare me e mia sorella in giro per i musei — cosa li spingesse a cercare di inculcare dentro me e mia sorella l’interesse per quelle cose vecchie. E quando, questo nel periodo che va dai 23 anni ad oggi, e quando poi ho deciso che i musei erano una cosa decisamente interessante — che ora non c’è modo dal trattenermi, ogni volta che si va in giro per qualche città nuova, dall’entrare in uno o due musei, uno o due musei al giorno — ora, in questo periodo che è ancora in corso, ogni tanto ci ripenso a quei musei visti quando ero fra i 6 e gli 11 anni, e me li ricordo ancora tutti per filo e per segno, e se c’è una cosa, nella lista delle cose che un giorno vorrei fare con i miei figli, ammesso che avrò mai dei figli, quella cosa è portarli in tutti i musei dei dintorni — così che un giorno possano anche loro ricordarsi dei musei visti fra i 6 e gli 11 anni, e poi chiedersi perché mai li avessi trascinati con me in giro per quei musei pieni di cose usate.

Letteratura

E quelli che poi, nella letteratura, cercavano solo cose serie — un vero spreco di tempo. Che se dalla letteratura avessimo tolto il lato poco serio, l’ironia sottile, l’iperbole immaginifica, lo straniamento sistematico, le similitudini tolstoiane, […] la letteratura praticamente sarebbe divenuta quella cosa noiosa che molti pensavano fosse, quasi un passatempo noioso per gente noiosa, quando la letteratura, per me, era più che altro un passatempo divertente per gente particolarmente sveglia.

Vecchietto

E quando questa mattina ero quasi alla curva, ho visto in lontananza il vecchietto, quello che ogni mattina fa segno a noi che passiamo in macchina che lì c’è una curva, e quasi mi è dispiaciuto che questa mattina lui non fosse lì a segnalarmi la curva — arrancava con il suo bastone in lontananza, ma ancora la curva era distante —, e mi è dispiaciuto anche per il rischio che quella curva lì, durante la notte, si fosse spostata un po’ più avanti o un po’ più indietro, sorprendendomi così alla guida della mia automobile.

Vecchietto

E un altro era il vecchietto all’angolo, ogni tanto la mattina lo vedevo, si appostava all’angolo della strada e con il suo bastone da passeggio, ad ogni macchina che arrivava per fare la curva, lui mostrava che c’era proprio una curva da fare, sia mai che l’automobilista non l’avesse vista, quella curva lì.

Tolstoj

E quando mi sono svegliato, nel quadernetto sul comodino avevo appuntato qualcosa, doveva essere stato intorno alle quattro di notte, e quel qualcosa era questa cosa qui: “Un posto dove non si può stare comodi come Tolstoj alla sua scrivania non dovrebbe esistere”, che io non so cosa mi passasse di mente alle quattro di notte, ma pensare che alle quattro di notte io ero lì, ridestato da un sonno inquieto, a ragionare sbilencamente su Tolstoj, è una cosa che mi soddisfa molto.