Archivi categoria: brevi dall’altro mondo

Conservare

Un’altra cosa che conservavo, oltre agli scontrini della Coop, erano i biglietti del cinema, tutti in un cassetto — perché sapevo già che un giorno, all’improvviso, si sarebbe presentato alla mia porta qualcuno, un ispettore!, e mi avrebbe detto “Lei ce l’ha il biglietto del cinema del dodici maggio duemilaquindici per vedere Leviathan di Zvjagincev?”, e io avrei risposto “Sì, ispettore: ce l’ho”, e avrei poi aggiunto “Aspetti che lo recupero dal cassetto in cui tengo conservati i biglietti del cinema, e gli scontrini della Coop, e le ricevute del bancomat, e gli scontrini del prestito automatico bibliotecario, e i biglietti dei musei, e …”, e l’ispettore mi avrebbe detto: “Lei, signor Del Nostro Scontento (non mi avrebbe chiamato per nome, l’ispettore mi avrebbe chiamato come mi dovrebbero chiamare le persone che non mi conosco), lei è veramente una persona giudiziosa, con questo suo conservare tutto”, e io avrei annuito, un po’ orgogliosamente devo dire, scartabellando nel frattempo alla ricerca di quel biglietto del dodici maggio duemilaquindici.

Annunci

Inviti

L’avevo poi invitata a vedere una mostra, c’erano Dalì e Bosch e Basquiat ed era il marzo del duemilatredici, poi non l’avevo più sentita, era scomparsa, e una persona che non si faceva più sentire per una mostra dove c’erano Dalì e Bosch e Basquiat era una persona sicuramente persa per sempre.

Surrealisti

C’era poi in quel periodo una mostra sui surrealisti a Bologna e, passando vicino al deposito degli autobus una sera, avevo visto che dietro a tutti gli autobus avevano montato la pubblicità di questa mostra sui surrealisti, e c’era in primo piano su queste pubblicità quel quadro di Magritte di una roccia sormontata da un castello e sospesa sul mare, e a me, che già quel dipinto piaceva molto, vederlo di sera dietro tutti quegli autobus, parcheggiati stancamente nel deposito in attesa che arrivasse il loro turno, era piaciuto particolarmente — e già mi immaginavo tutti questi autobus, con la loro pubblicità surrealista, girare per la città di Bologna spargendo in giro un po’ di surreale.

Commesso

Passando avevo poi rivisto il commesso, dietro al bancone: era sempre lì, in attesa di clienti nel suo piccolo negozio in cui vendeva serrature e duplicava chiavi, e mentre aspettava, seduto dietro quel bancone, aveva sempre in braccio una chitarra, intento a passare quei lunghi tempi di attesa suonando qualcosa che io, passando davanti alla vetrina dove serrature e chiavi erano in bella mostra, non riuscivo mai a sentire — dovevo forse inventarmi la necessità di una serratura o di una chiave duplicata, solo per sorprenderlo mentre era impegnato a suonare un qualche suo stornello?

Fotografie

E mentre aspettavo che la lettura pubblica delle poesie della Cvetaeva iniziasse, e sullo schermo una foto gigantesca della Cvetaeva era lì che si mostrava al pubblico in sala, il vecchietto seduto sulla poltrona al mio fianco aveva dato di gomito alla sua signora e le aveva sussurrato, insicuro, “Assomiglia moltissimo a una foto che abbiamo in casa” — e io per un attimo mi ero immaginato la casa di questi due signori con la foto della Cvetaeva, incorniciata, fra le foto dei figli e dei nipoti, e mi ero rallegrato un po’ per loro, anche se forse il vecchietto neanche la vedeva bene, quella gigantografia della Cvetaeva sullo schermo davanti a noi.

Circolo polare artico

E mentre passavo di fianco a questa coppia avevo sentito distintamente lei dire “…passato il circolo polare artico…”, e per un lungo attimo, in quella stradina di Bologna vicino piazza Santo Stefano, io mi ero sorpreso nel sentire qualcuno parlare di un posto che più distante di così non poteva essere da piazza Santo Stefano, e avevo anche provato a immaginarmi cosa potesse esserci “passato il circolo polare artico”, e sicuramente non ero io, sopra la mia bici, con un sacchetto con dentro tre libri usati d’improbabili autori russi, ma qualcosa di ancora più grande, qualcosa di sicuramente fantastico che solo passato il circolo polare artico si poteva incontrare.

Schede

Un’altra cosa che mi ricordo, prima che la vecchia biblioteca del paesino chiudesse e poi riaprisse come nuova biblioteca in uno spazio molto più grande, e io avevo circa 14-15 anni in quegli anni lì e il paesino era un po’ diverso da com’è oggi, un’altra cosa che mi ricordo erano le vecchie schede del prestito, conservate alla fine di ogni libro, dove si registrava a penna il proprio nome con la data del prestito, e ogni volta che andavo per prendere un libro io guardavo tutti i nomi che mi precedevano, ed era così una lettura un po’ più collettiva, sapendo che prima di me qualcun altro aveva preso quello stesso libro che ora tenevo in mano. Poi erano arrivate le schede magnetiche e i prestiti automatici e tutto si era informatizzato e anche i libri erano un po’ più tristi, quando andavo a prenderli dai loro scaffali della nuova biblioteca, senza quella loro scheda del prestito coi nomi segnati a biro nell’ultima pagina, ne ero sicuro.

Calendario

E dal momento che il calendario della cucina era ancora fermo a ottobre — solitamente mi decido a cambiar pagina verso il quindici o il venti del mese successivo — mi son detto che anche l’orologio della cucina, ancora con le lancette avanti di un’ora, può aspettare: è sempre bene non aver fretta per queste cose qui, e sempre, sempre evitare gesti affrettati.

Licenza

Poi, continuando a parlare di Brodskij, avevo ripensato al suo processo e a quando gli avevano chiesto chi gli avesse dato la licenza per essere un poeta, e lui aveva detto che non pensava ci volesse una licenza per essere poeti, così come non pensava ci volesse una licenza per essere delle persone, e da lì avevo pensato anche a Pasternak, quando nel suo processo — la Russia di quei tempi amava molto i processi, c’è da dire, soprattutto i processi contro i letterati e i musicisti e gli scienziati e i netturbini e i ferrotranvieri e praticamente contro tutti coloro che appena appena facevano qualcosa di inusuale —, quando nel processo contro Pasternak tutti i testimoni avevano messo bene in chiaro che, sebbene non avessero mai letto il libro di Pasternak, loro il libro di Pasternark lo disapprovavano a priori, come se già il fatto di essere un libro di Pasternak fosse abbastanza per essere disapprovati. E poi Brodskij era emigrato e Pasternak era rimasto, e il primo aveva avuto fortuna e il secondo aveva anche vinto un nobel ma non era potuto andare a ritirarlo, e tutti e due avevano avuto una grande passione per la Cvetaeva, Pasternak addirittura aveva mantenuto per quattordici anni una corrispondenza con lei e si erano spinti anche oltre la letteratura, e alla fine Pasternak era morto in completa miseria e invece di Brodskij, quando a cinquantasei anni era morto, non si sapeva se fosse giusto far ritornare il corpo in quel Paese che l’aveva esiliato, e per non prendere questa decisione la moglie aveva deciso alla fine di farlo seppellire a Venezia, la città che gli aveva ispirato quel librino che si intitola Fondamenta degli incurabili, titolo che a me pare bellissimo, come tanti altri titoli di Brodskij.