Archivi categoria: racconti perduti

Il vecchietto che resse il palo durante la fine del mondo

(un racconto breve)

La fine del mondo era stata fissata per le 21:36, cosicché tutti si sarebbero fatti trovare pronti e non ci sarebbero stati i soliti ritardatari in fila dal fruttivendolo o impegnati in visite ai parenti. Si era infatti votato in tutto il quartiere per fare a quell’ora lì di quel giorno lì: la mattina si era troppo addormentati per la fine del mondo, di saltare il pasto non se ne parlava proprio, quanto al pomeriggio, gli uomini erano ancora in fabbrica e le mogli non avrebbero potuto affrontarla senza qualcuno a cui darne la colpa. La sera era l’unico momento giusto: per alzata di mano – quattordici voti contro undici – era stato infine deciso per le 21:36, quindi per quell’ora tutti erano pronti, chiusi a doppia mandata nelle rispettive case, le finestre sbarrate, seduti in cucina o nella sala, in attesa della fine di tutto.

Solo il vecchio Jakub aveva fatto tardi e arrancava, con passo spedito e aiutato dal suo bastone di palissandro, lungo la via principale. Faticava parecchio, l’ottuagenario, e sbuffando cercava di raggiungere la casuccia dove la sua Anežka lo stava sicuramente attendendo piena d’ansia. La giornata era d’altra parte iniziata già male dal mattino, quando il gallo non si era sentito e si era alzato da letto con mezz’ora di ritardo, facendo così tardi al mercato, spostando l’ora di pranzo di mezz’ora, il riposo pomeridiano di un’altra mezz’ora e infine la passeggiata digestiva del dopo cena di un’altra mezz’ora ancora. Ma Jakub non aveva voluto dare ascolto alla sua Anežka e, con cappello e bastone, era uscito mentre già le altre case venivano sprangate per l’arrivo del finimondo.

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Un meccanismo più grande di lui

Su Vladivostok incombevano già da qualche ora borbottanti nuvoloni grigi e sotto questi nuvoloni il sonatore d’organetto, sbucando dal viale principale, si avvicinò con passo impacciato alla panchina di Grigorij V. intonando un canone a più voci. Il giornalista, socchiudendo gli occhi, un gomito poggiato alla spalliera della panchina e la mano a sorreggere il pesante capo, pareva essersi abbandonato al mondo che lo circondava, un mondo in cui Vladivostok rappresentava tutta la realtà e la Novaya Gazeta la sua massima espressione. (Quanto al sonatore d’organetto, faceva parte della maldestra colonna sonora). Quel mondo pareva ora essersi ripiegato su se stesso, accartocciato, ridispiegato e accartocciato nuovamente, spremuto di tutto il suo senso e messo a soqquadro da improbabili loschi figuri, nascosto abilmente e maldestramente mostrato. Grigorij V. si sentiva preso in mezzo da un meccanismo più grande di lui, e per meccanismo intendeva proprio una ruota dentata che, afferratolo per il bavero del lungo cappotto, lo stesse pian piano trascinando sempre più verso l’immancabile stritolamento, e per stritolamento intendeva proprio un gigantesco rullo da macchina da scrivere pronto a lasciare la corporea impronta del giornalista su un bianco foglio da lettere. Per quanto Grigorij V. cercasse di aggrapparsi agli sfuggevoli tasti di quella gigantesca macchina da scrivere, la ruota dentata proseguiva a strattonarlo e ad avvicinarlo al rullo, sbuffi di inchiostro gli macchiavano l’impeccabile cappotto nero e sferraglianti leve ne solleticavano ogni appendice possibile.

[Da Quelle oscure e sbilenche profondità, un racconto lungo, in download gratuito]

Del fermarsi alle strisce pedonali come forma di indisponenza verso il passante

Leggo che la nuova mania degli automobilisti italiani è ora quella di fermarsi alle strisce pedonali. Anni di scuola guida, e forse complice una generazione sempre meno concentrata su di sé e più orientata al bene comune, lontana da smartphone e network sociali, hanno riportato in auge questa antica abitudine di cedere il passo all’irrequieto pedone. Questi appiedati soggetti, sempre più rari a dire il vero, decimati dallo smog e disincentivati da una politica orientata alle quattro ruote, meglio se motrici, sembrano aver attirato la simpatia della loro controparte motorizzata. Chiunque se ne sarà accorto, dato che ad ogni passaggio pedonale, anche nella più sperduta campagna emiliana o sui gelidi picchi alpini, da un po’ di tempo a questa parte c’è gara a chi si ferma per primo alla vista di un pedone. Che sia a una distanza di pochi metri dalle strisce o a un centinaio, che faccia segno di voler passare o debba ancora attraversare altri cinque incroci, poco importa: il solerte automobilista si ferma, fa segno a tutti gli altri automobilisti di fermarsi, ché “c’è un pedone che vuole attraversare!”, e tutti sorridono con accondiscendenza al titubante passante in arrivo, osservandolo in tutta la sua traversata. Quest’ultimo, poveretto, si trova così a fare i cento metri piani, altro che maratona, per evitare di tenere bloccata tutta la strada, che dico, un intero paese, fermo davanti alle strisce pedonali. Ho visto chilometri di code davanti ad alcuni passaggi, anche apparentemente vuoti – “a breve arriverà qualcuno, bisogna avere pazienza!” -, tutto per alleggerire la vita del pedone.
È di qualche giorno fa la notizia di un vecchietto, in provincia di Saluzzo, obbligato ad attraversare tre volte, avanti e indietro, la stessa strada. Non faceva in tempo ad attraversare da una parte, che una macchina dall’altra gli strombazzava per fargli capire che poteva nuovamente attraversare, ma nel senso inverso. Hanno dovuto trascinarlo via a forza, fra lo scontento degli automobilisti, prima che un infarto lo togliesse del tutto dalle strade. Da parte mia, oramai la mattina ho smesso di andare a correre: mi piazzo davanti alle strisce pedonali sotto casa e faccio un po’ di scatti, avanti e indietro, con gli automobilisti che mi incitano nell’allenamento. Anche al volante non sono da meno: l’imperativo è fermarsi, e oramai i viaggi sono semplicemente una serie di tappe fra una striscia pedonale e l’altra. “Che strada facciamo?”, “Ma prendiamo l’Appia Nuova, sono otto passaggi pedonali di cui tre senza semaforo!”: questo il nuovo sballo dei giovani, altro che discoteche e pub. Mi è stato detto che un noto politico vorrebbe proporre in Parlamento l’introduzione delle strisce pedonali anche in autostrada, ma aspetterei a cantar vittoria: si sa che i politici hanno cose più importanti a cui pensare. Il ponte sullo stretto di Messina, ad esempio, dove ci vedrei bene una serie di strisce pedonali all’avanguardia: intrecciate fra loro, come tanti zig zag. Nel frattempo, attendo con ansia la notizia, sicuramente in apertura di telegiornale, del primo pedone nuovamente investito dopo tutti questi mesi di solerti attenzioni. Sarebbe l’atteso segno della ristabilita sanità mentale di tutto il Paese.

Quelle oscure e sbilenche profondità

“Ad un certo punto la carriera di Grigorij V. venne messa completamente in discussione,
e questo per certi articoli pubblicati a suo nome,
ma che non erano stati scritti di suo pugno.”

In questo racconto troverete: un giornalista i cui articoli vengono puntualmente stravolti, un padre dispotico in fin di vita, un settimino riottoso, un sonatore d’organetto amico dei gatti, due misteriosi correttori di bozze con tanto di segretaria personale, un Direttore su scranno con rotelle, occhiate burbanzose e fumanti samovar da compagnia, becchini dalle più diverse misure e ubriachi che si fingono becchini, stanze che si riorganizzano da sole per intrappolarvi, un set di imbianchini pronti a ridipingervi di nero una magione in caso di lutto. E ci troverete anche le atmosfere alla Kafka, il turbinio del Nabokov di “Un mondo sinistro” e “Invito a una decapitazione”, i personaggi del Canetti di “Auto da fé”, tutta la letteratura russa dei racconti e quella mitteleuropea del secolo scorso.

Il racconto è disponibile in download gratuito (epub, mobi e pdf) cliccando sulla copertina qui sotto:

Quelle oscure e sbilenche profondità

Il Dottor Fëdor Nikolaevič

Aprendo la porta Grigorij V. trovò il vecchio Dottor Fëdor Nikolaevič chino sul letto, intento ad auscultare il cuore del moribondo genitore. Grigorij V. sostò sull’ingresso, sicuro che il dottore non l’avesse sentito a causa della sua oramai secolare sordità. Per quanto avesse da anni cercato di convincere il padre a procurarsi un nuovo dottore, cosa che alla fine gli aveva docilmente imposto, Vladimir A. si ostinava a consultare ancora quel residuo più vecchio di lui, un dottore caduto oramai in disgrazia che pareva, ed era effettivamente così, aver attraversato nella sua vita tutte le malattie che ora cercava di curare nei suoi pazienti. E queste malattie, che ancora ogni tanto riemergevano e lo facevano scomparire per settimane o mesi passati ad autocurarsi con risultati peraltro dubbi, avevano lasciato nel suo vecchio corpo talmente tanti di quei segni che della distinta persona che era stata in gioventù rimaneva ora solamente una vecchia giacca sdrucita, giacca dalle cui tasche fuoriuscivano catarrosi fazzoletti e sbiaditi bugiardini appartenuti ad un’altra epoca. Quel moribondo dottore, che faceva finta di auscultare con lo stetoscopio il debole rumorio interno del padre, strizzando al contempo nella penombra gli occhietti resi insufficienti da una recidiva cataratta, pareva ora essersi finalmente accorto dell’arrivo di Grigorij V.

[Da Quelle oscure e sbilenche profondità, un inedito racconto lungo di prossima pubblicazione]

Solo per iscritto

Nascosto dai suoi occhialoni d’osso, l’ingobbito correttore tornò sui suoi fogli, tracciando grossi cerchi in matita rossa attorno ad una serie di parole evidentemente sbagliate. Sulla scrivania campeggiavano ordinati mucchi disordinati composti da articoli di tutte le specie e di tutti gli argomenti, ognuno in più copie, numerati con ghirigori (pallini, lineette, crocette dritte e al rovescio, il tutto in ognuna delle permutazioni possibili) a cui solo la segretaria pareva saper dare un senso. In quella confusione ordinata l’ometto pescava con gran decisione e senza mai sbagliare l’articolo giusto al momento giusto, ne sistemava qualche frase sbilenca, lo numerava con un ghirigoro, quindi lo abbandonava ad un altro mucchio, in attesa che arrivasse nuovamente il suo momento. Veniva infatti il turno di un altro articolo, e la giornata di Peresvet V. continuava così, un continuo rimescolio di frasi che avrebbe dato il mal di mare anche al letterato più ferrato. Ma Peresvet V. non vi faceva più caso, viveva immerso nelle frasi, pensava solo per iscritto e mangiava parole anche a colazione, correggeva ogni cosa fosse composta da caratteri e, se si imbatteva in un testo in lingua straniera, anche senza capirne il contenuto prendeva a correggerlo così come lo avrebbe scritto lui.

[Da Quelle oscure e sbilenche profondità, un inedito racconto lungo di prossima pubblicazione]

I bozzetti del signor Eiffel

Che poi, c’è questo libretto, ogni volta che vado in libreria, che ci sono tutte le foto della torre Eiffel e del signor Eiffel e i bozzetti della torre Eiffel, che è uno di quei libretti della Abscondita / SE, quelli che fanno quelle edizioni pregiatissime con le copertine tutte nere, che fanno una gran bella figura tutte messe assieme, che ecco, tutte le volte che vado in libreria riguardo questo libretto, che ci sono tutti i bozzetti che sono una meraviglia, che ieri sera ci ripensavo, e ho pensato che le cose, al signor Eiffel, potrebbero essere andate più o meno così, con quei suoi bozzetti:

I bozzetti del signor Eiffel
(un mini racconto, penso)

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Sull’educazione del bambino

Cara,
ho ricontrollato le statistiche. Anche ammettendo uno 0.02% in più nel secondo semestre, nostro figlio non diventerà mai un genio. Se sia stata colpa del Cresciben® somministrato in ritardo di 1.6 minuti quella volta che ho trovato il circo tornando da lavoro, o forse per quella caduta dal terzo piano che gli ha procurato quel curioso bernoccolo sulla fronte, fatto sta che il risultato non cambierà di molto. Anche aggiungendo quello 0.02% – con cui mi auguro fermamente possa almeno guadagnarsi un posto come Presidente degli Stati Confederati del Québec – e un possibile errore dello 0.0001% causato della calcolatrice che mi ha prestato il mio collega, non potrà mai aspirare a un QI superiore al 102.987 (con 7 periodico).

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La soluzione a tutto

Il negozietto del signor Scholl aprì la mattina del 25 giugno e chiuse la sera stessa. Lo sappiamo per certo, perché in molti erano là quando aprì e altrettanti lo videro chiudere la sera. E poi, la mattina dopo, il negozio del signor Scholl non c’era più, e non fu l’unica cosa a mancare quella mattina nella ventitreesima strada.

Il signor Scholl era arrivato che non era neanche un mese sulla ventitreesima e il negozietto, lasciato a prendere polvere da molti anni, era stato pian piano rimesso a nuovo. Incastrato fra due altre botteghe, con una vetrina piccola quanto la porta – porta da cui non poteva passare che una sola persona per volta, e non doveva neanche essere troppo larga di circonferenza -, il negozietto era scarsamente illuminato, tanto più per il fatto che, fin dal primo giorno, era stato affisso dietro la vetrina un cartello, grande quanto la vetrina stessa, recante la seguente scritta:

“QUI LA SOLUZIONE A TUTTO”

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Scrittori in ascensore

un’allegra commedia del terrore in due atti

Personaggi:
Sig.ra RAMPINI – anziana del terzo piano
Sig. BALDONI – distinto signore del quinto piano
L’ASCENSORISTA – ometto tarchiato con cappellino e tuta
Lo SCRITTORE – misterioso scrittore nascosto nell’ombra

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ATTO I

Terzo piano del palazzo. La signora Rampini, sulla soglia di casa, è intenta a parlare con il signor Baldoni.

Sig.ra RAMPINI – …e si figuri che stamattina c’è anche il mercato, e al sor Mario chi ce lo dice ora di tenermi da parte le cicorie?
Sig. BALDONI – Vedrà che farà in tempo, signora Rampini, l’ascensorista sarà qui a momenti.
Sig.ra RAMPINI – Eh, ma non ci si può mica mai fidare di queste robe moderne. E un giorno vanno, e il giorno dopo no, e quello dopo si blocca con me dentro.
Sig. BALDONI – Ma sarà colpa di qualcuno del palazzo. Non è possibile che sia sempre bloccato.
Sig.ra RAMPINI – I figli della signora Pomicino. Son sempre loro, fanno avanti e indietro tutto il giorno. Chissà cosa ci combinano nell’ascensore.
Sig. BALDONI – I figli della signora Pomicino non possono essere stati, sono in vacanza tutto il mese.
Sig.ra RAMPINI – E, ma sono sempre in vacanza quelli, mai in casa loro, stessero ben fermi una buona volta.
Sig. BALDONI – E quello del sesto piano, allora? L’è sempre in giro con una nuova, e tutte le volte che esce nell’ascensore c’è tanto profumo che neanche ci si entra.
Sig.ra RAMPINI – Il signor Vittorio? Ma quello è un caso disperato, e dir che sua madre era una santa donna!
Sig. BALDONI – Non li fan mica più i ragazzi di una volta.
Sig. RAMPINI – Neanche le stagioni, neanche le stagioni.

Si sente aprire una porta al piano superiore. Il signor Baldoni e la signora Rampini lanciano un’occhiata dalla tromba delle scale. La porta si riaccosta silenziosamente, senza chiudersi del tutto.

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