Archivi categoria: taccuino

Cappotti per ogni occasione

[La mamma] aveva l’aria triste e polverosa, a volte anche macchiata, e benché facesse regolarmente il bucato e portasse in lavanderia i vestiti, nessuno la ricordava se non con la gonna beige e il golf grigio, alcuni però credevano che la borsa fosse nera e le scarpe marroni e il cappotto pesante grigio o marrone, perché si potesse portare per ogni occasione e con qualunque gonna, camicetta o golf. Lo metteva in effetti per ogni occasione ed erano le occasioni in cui andava bene ogni cappotto e soprattutto le occasioni in cui andava bene un cappotto per ogni occasione. Ma ignorava per che cosa fossero occasioni.

[Sylvie Richterová, Topografia, Edizioni E/O, pp.52-53]

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Parole

Di tanto in tanto soleva estrapolare da tutte le altre una parola, che all’improvviso per lui era diventata importante, la spiegava a chiunque, ma in genere i suoi ascoltatori eravamo noi, che ci riunivamo per una serata in casa di Höller molto spesso e sempre regolarmente il fine settimana, se Roithamer era tornato dall’Inghilterra. Ricordo che una volta per tutta la notte ci spiegò la parola circostanza, la parola condizione e la parola conseguente.

[Thomas Bernhard, Correzione, Einaudi, p.10]

Santi

All’uscita del bar, e dopo la mia visita notturna alla pensione, a Plaza Once contemplavo ancora il grande cartello che reclamizza la pasta Santa Catalina, e per quanto non ricordassi chi fosse santa Catalina, non mi pareva difficile che avesse sofferto il martirio, perché il martirio è stato sempre il fine quasi professionale dei santi. E allora non potevo fare a meno di riflettere su questa caratteristica dell’esistenza umana, per cui un crocifisso o uno scorticato vivo con il tempo diventano una marca di pasta o di conserva.

[Ernesto Sàbato, Sopra eroi e tombe, Einaudi, p.340-341]

Una storiella

Lì seduta, mi ha raccontato una storiella a proposito degli abitanti di un certo paese: gente tanto gretta che, prima di andare a letto, ferma gli orologi di casa per farli durare più a lungo!

[John Berger, Giovane donna con la mano sotto il mento, in Fotocopie, Bollati Boringhieri, p.35]

Come ghiacciai

Da quando sono venuto ad abitare qui, ho deciso di non avere una biblioteca personale. Non ero più nelle condizioni di tenerla. Il mio appartamento è piccolo — veramente un quartierino. Appena una stanzetta, ingresso, cucinino e bagno. Non c’è spazio neanche per girarsi. E si sa benissimo che i libri divorano spazio senza pietà. Non ci si può difendere. Per quanto spazio gli si offra, a loro non basta mai. Prima prendono possesso delle pareti e poi continuano a espandersi ovunque riescano. Soltanto il soffitto viene risparmiato. Ne arrivano sempre di nuovi, e voi non avete cuore di sbarazzarvi di nessuno di quelli vecchi. E così, pian pianino, di nascosto, i volumi spingono fuori tutto il resto. Come ghiacciai.

[Zoran Živković, La biblioteca di casa, in Sei biblioteche, TEA, pp.15-16]

Galateo

I sette bassotti avevano sette nomi di sette Presidenti: e cioè, Grant, Buchanan, Teddy (Teodoro Roosevelt), Abe (Abraham Lincoln), George (Giorgio Washington), Wilson, il più sparuto, e Taft il più grasso. Ma nessuno arrivava mai a ricordarli, tutti e sette insieme. Papà Rodolfo, a villa Grappa, al tè, li scambiava l’un per l’altro. Era allora che la fronte di Mrs Valiant si corrugava in un’espressione di severità straordinaria, di sdegno. Quasi di furore. Le passava quel lampo negli occhi. Nel galateo anglo-sassone, ma in tutti i galatei della terra, del resto, non rammentare il nome di uno a cui si è già stati presentati, è scortesia imperdonabile.

[Carlo Emilio Gadda, Il bar, in Accoppiamenti giudiziosi, Adelphi, p.287]

Sbrodeghezzi, potacci

Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: — Non fate malagrazie!
Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: — Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci!
Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire.

[Natalia Ginzburg, Lessico famigliare, Einaudi, p.3]

Falegnameria

E quegli attrezzi per lavorare il compensato, quel piccolo laboratorio da falegname erano solo una parte del mio antico sogno, il culmine dei miei desideri, lo strumento del mio talento innato per la falegnameria, talento manifestatosi in pieno durante le violente crisi religiose che avevano preceduto la mia pubertà: dal momento in cui avevo visto in una illustrazione del mio catechismo (all’inizio del capitolo «Il quarto comandamento») Gesù bambino con in mano scalpello e martello, i miei desideri s’erano ancor più infiammati. Sotto l’illustrazione era scritto, in un corsivo fiammeggiante: Ubbidiva ai suoi genitori, parole che io ponevo in diretto rapporto con la falegnameria, ritenendo che fare treppiedi di legno fosse il massimo della devozione ai genitori e a Dio, un simbolo pari alla preghiera o alla quaresima.

[Danilo Kiš, Giardino, cenere, Adelphi, p.117]

Il contagio

I ragazzi cominciarono a portare i capelli lunghi. Da Mosca giunsero istruzioni per combattere il «contagio». I capelli degli allievi non dovevano scendere oltre metà orecchio. Per misurare gli orecchi si usava il righello, e la metà si stabiliva a occhio. La lotta per il diritto a una pettinatura che fosse appena un po’ più alla moda di quella dei compagni non conosceva tregua.

[Rubén Gallego, Bianco su nero, Adelphi, p.79]

Preferenze

Se in un momento di debolezza fosse venuta a mio padre la tentazione di fare una carezza individuale ad uno dei figli, subito andava a distribuire carezze a tutti gli altri, «per non creare preferenze». Andava da una stanza all’altra in cerca dei suoi figli, li accarezzava, diceva «bravo bravo» e così sapeva che uno di noi era in realtà segretamente favorito. Per le punizioni valeva lo stesso principio. Se uno veniva punito, subito lui diceva agli altri: «E non credere tu, perché non hai fatto niente di male, di non meritarti anche tu una severa punizione.» Il che era come un invito a fare qualche cosa per meritarsela sul serio. Se uno di noi riceveva in regalo da qualcuno una tavoletta di cioccolata, si divideva in tante parte uguali, o, se era troppo minuscola per essere divisa, si diceva: «Ricordati che dovresti dividerla»; così almeno si mangiava col rimorso, e l’educazione non veniva interrotta nemmeno da un briciolo di cioccolata.

[Niccolò Tucci, Il segreto, Garzanti, p.14]