Congrega

Passando nel tardo pomeriggio avevo intravisto fra le siepi una decina di vecchietti sulle panchine, chi sulle panchine chi sulle sedie a rotelle, tutti lì intenti a parlottare fra loro, e mi ero detto fra me e me ecco una congrega di vecchietti, poi mi ero chiesto dubbioso se fosse giusto dire una congrega, ché per gli animali si diceva una mandria, per gli uccelli uno stormo, e per i vecchietti? Per i vecchietti come si diceva?

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Annuire a tempo

Negli ultimi anni di vita del signor Holly, gli amici di Bessy consideravano un gran complimento il fatto di essere da lei invitati a casa per osservare il nonno che annuiva a tempo con l’orologio, cosa che quest’ultimo cominciava a fare non appena scendeva dalla sua stanza all’ultimo piano, lungo la scala traballante, per continuare finché non si addormentava.

[T.F. Powys, Il buon vino del signor Weston, Adelphi]

Negozi

Un appunto per un personaggio: “Frequentava solo negozi contrari al marketing e alla pubblicità, così come lontani da ogni moda — quindi solo ferramente”.

Giorgio

Ero così andato a visitare la casa di Giorgio Morandi, quello delle bottiglie, e dopo che avevo suonato il campanello e avevo fatto un piano di scale a piedi, era venuta ad aprirmi una ragazza molto carina, e quando mi aveva aperto la porta mi aveva detto “Benvenuto a Casa Morandi”, e me l’aveva detto in una maniera tanto accogliente, che io mi ero sentito già subito a casa, ero quasi pronto a togliermi le scarpe e a mettermi le pantofole, poi mi aveva stampato un biglietto, e io avevo iniziato a girare in questa casa dove aveva vissuto Giorgio Morandi, e c’era una stanzetta, la stanzetta dove Giorgio dormiva e dove dipingeva, che l’avevano mantenuta così come era una volta, con tutti i pennelli, tutti i colori, un cavalletto, un letto con un materasso che solo a vederlo sembrava più duro di un mattone, una sedia con poggiati sopra cappello e giacca, la giacca tutta sporca di pittura, i muri un po’ scrostati e vissuti, e mi ero detto che io in una stanza così ci sarei andato a vivere anche subito, mi sarei sentito l’uomo più felice della Terra, solo ad avere una stanzetta così, con tutto l’essenziale per essere felici: ti svegliavi e dipingevi, dipingevi e poi tornavi a dormire, poi ti svegliavi e ti affacciavi e sotto c’era un giardinetto nascosto con i glicini e poi ti rimettevi a dipingere le tue bottiglie.

Musicisti

Alla radio avevano detto che eravamo anche un popolo di musicisti, così io, passando davanti al bar, mi ero aspettato di vedere il barista impegnato in un assolo di flauto fra un caffè e un cappuccino, ma non era andata proprio così: c’era un grigiume diffuso in quella giornata, neanche un musicista all’orizzonte, né un complessino jazz pronto ad accogliermi in un angolo del mio ufficietto: forse si erano sbagliati, alla radio.

Appunti

Due appunti finiti nel mio blocchetto uno dopo l’altro: “I primi centri meteorologici italiani avevano nome Ufficio Presagi”; “Un manuale di atti sovversivi per giovani e inesperti praticanti”.

Siamo un romanzo

se d’amore si muore, siamo morti, noi:
siamo un romanzo d’appendice in atto: (anzi,
un romanzo nazional-popolare, ma calibratamente camuffato da romanzetto rosa): (anzi,
siamo un romanzo osé): (un rosé): (anzi, una coppia di vegeti, di vegetanti vecchietti,
torchiati nel torpido torchio delle nozze d’argento): (a un passo, a un pelo, appena,
da un romanzo nero): (siamo un romanzo rosso, quasi): e noi facciamo, parliamoci chiaro,
pena piena, e pietà:
[…]

[Edoardo Sanguineti, Stracciafoglio. 46, in Segnalibro. Poesie 1951-1981, Feltrinelli, p.277]

Pon-pon

E una volta la signora Maccaferri ci aveva insegnato a fare i pon-pon con la lana, ed eravamo così appassionati, io e mia sorella, che dalla signora Maccaferri, questa vecchietta che ci teneva da lei quando in estate i nostri genitori non avevano a chi lasciarci, dalla signora Maccaferri facevamo pon-pon su pon-pon, eravamo diventati così esperti che per un certo periodo ovunque ti girassi c’era un pon-pon, i miei preferiti erano quelli grigi, anche se non è che fossero dei bei pon-pon i miei, spesso iniziavano a perdere tutti i fili. Questo prima del periodo in cui imparammo a fare gli scooby doo con i fili intrecciati, e poi i polipi con il filo di lana, dei veri esperti, io e mia sorella.

Musei

Un appunto dal mio taccuino: “Era diventato uno di quelli che in visita ai musei commentava tutto quello che vedeva, e dal momento che solitamente visitava i musei in solitaria, ancor più lo prendevano per un matto”.

Acconciatore

Avevo imboccato questa stradina minuscola, una di quelle che paiono uscite direttamente dalla Bologna degli anni ’30, e lì, a metà strada, una botteguccia con sopra l’insegna “Acconciatore Ahmed Ijaz”, e quel termine acconciatore, al posto di un più comune parrucchiere, e quel nome arabo piuttosto che un tipico nome bolognese, mi aveva risollevato la giornata: mi ero fermato ad appuntarmi quell’insegna anacronistica, poi, da dentro la bottega, il signor Ahmed Ijaz, impegnato ad acconciare i capelli a un altro signore, mi aveva guardato da dietro la vetrina e io ero ripartito, sicuro che da lì sarei ripassato a salutarlo, il signor Ahmed Ijaz, acconciatore.