Attese

Io, che poi non sopportavo aspettare, e ogni volta che ero lì che aspettavo una persona o una cosa e quella persona o quella cosa ritardavano più di un minuto iniziavo a sbuffare, però poi aspettare i treni era una cosa che mi piaceva particolarmente, e arrivavo sempre in stazione delle mezzore prima, a volte anche delle ore, giusto per sedermi in sala d’aspetto ad aspettare, e quelle attese, che erano attese di qualcosa che non sarebbe mai arrivato in anticipo, erano delle attese che io mi dicevo sempre che, chi mi vedeva da fuori, avrebbe pensato qualcosa tipo com’è bravo quel tipo lì, guarda come aspetta bene: deve essere un esperto dell’attesa, e io annuivo fra me e me, anche se non era poi proprio così.

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Parole

Di tanto in tanto soleva estrapolare da tutte le altre una parola, che all’improvviso per lui era diventata importante, la spiegava a chiunque, ma in genere i suoi ascoltatori eravamo noi, che ci riunivamo per una serata in casa di Höller molto spesso e sempre regolarmente il fine settimana, se Roithamer era tornato dall’Inghilterra. Ricordo che una volta per tutta la notte ci spiegò la parola circostanza, la parola condizione e la parola conseguente.

[Thomas Bernhard, Correzione, Einaudi, p.10]

Silenzi

Un silenzio, a volte, in quella casa, che per capire se almeno c’era qualcuno smuovevo il tavolino o sfogliavo rumorosamente un libro: si sentiva allora un qualche rumore, seppur minimo, e potevo così tirare un sospiro di sollievo: c’ero almeno ancora io, in quella casa.

Fiume

Così avevo preso la bicicletta e mi ero spinto fino alla destra del fiume, erano oramai più di quindici anni che non facevo quella strada, era la stessa che da piccolo facevo con i miei genitori e mia sorella quando il sabato o la domenica le giornate erano soleggiate, e ci si spingeva con le bici fino ai laghetti con le papere o anche più oltre, verso un piccolo borgo medioevale, solo che quel giorno lì, il giorno in cui dopo oltre quindici anni avevo ripreso la bici e nella noia mi ero spinto sulla destra del fiume, non c’era in giro nessuno, una completa desolazione, avevo incontrato solo un vecchietto sulla sua bici, tanto lento nell’avanzare da sembrare quasi immobile, e una mamma con un passeggino, piuttosto pensierosa, e mi ero chiesto dove fossero tutti i ragazzini, perché non fossero lì ad andare in bici lungo la riva destra del fiume così come io da ragazzino ero andato in bici lungo la riva destra del fiume, e mi ero risposto che probabilmente erano impegnati in attività decisamente più moderne, un pensiero, quello mio, decisamente da persona anziana.

Sale

Avevo preso dallo scaffale il sale, una cosa che non usavo quasi mai in cucina, più per dimenticanza che per rigorosità, e mentre prendevo il sale avevo ripensato a una scena che Handke aveva riportato nei suoi taccuini: in questa scena un anziano, all’interno di un negozietto, chiedeva una scatola di sale, e davanti al fatto che erano presenti solo scatole grandi e non quelle piccole, e che quelle piccole all’anziano duravano ben tre anni, tutti nel negozietto erano ammutoliti: quell’anziano stava comprando quella che, molto probabilmente, sarebbe stata la sua ultima scatola di sale.

(Quanto a me, erano oramai tre anni che avevo aperto la mia scatola di sale e non ne avevo consumata neanche metà.)

Spesa

Poi, nelle estati fra i miei dieci e i miei dodici anni, in quelle settimane di agosto dove tutti noi parenti e cugini eravamo nella casa al mare dei miei nonni, ricordo che la mattina mio nonno veniva a svegliarmi presto, veniva a svegliare solo me fra i tanti nipoti e parenti che c’erano, e mi chiedeva sottovoce se volevo andare a fare la spesa in paese con lui, e io quasi sempre mi alzavo, facevo subito colazione, e mi vestivo mentre gli altri ancora dormivano, apposta per andare con lui — e questa cosa del svegliarsi presto, prima di tutti gli altri, per andare a fare la spesa con mio nonno, sopra la sua Fiat Ritmo bianca fino in paese, e tornare poi a casa che gli altri erano ancora addormentati, o almeno un po’ assonnati, mentre io ero già stato a fare la spesa, era una cosa che non mi sarei perso per niente al mondo, in quelle estati fra i miei dieci e i miei dodici anni.

Santi

All’uscita del bar, e dopo la mia visita notturna alla pensione, a Plaza Once contemplavo ancora il grande cartello che reclamizza la pasta Santa Catalina, e per quanto non ricordassi chi fosse santa Catalina, non mi pareva difficile che avesse sofferto il martirio, perché il martirio è stato sempre il fine quasi professionale dei santi. E allora non potevo fare a meno di riflettere su questa caratteristica dell’esistenza umana, per cui un crocifisso o uno scorticato vivo con il tempo diventano una marca di pasta o di conserva.

[Ernesto Sàbato, Sopra eroi e tombe, Einaudi, p.340-341]

Impacchettato

Mentre le giornate si allungavano e anche la primavera si avvicinava, mi ero poi chiesto di quell’albero, tutto impacchettato, che avevo visto lungo il canale alcuni mesi prima: chissà se era arrivato il momento per essere spacchettato dai suoi proprietari, proprietari che probabilmente l’avevano impacchettato per l’inverno e che ora, andandolo a spacchettare, avrebbero trovato al posto di un albero chissà cosa, sotto tutta quell’impacchettatura, magari qualcosa che non era neanche più un albero: dovevo ricordarmi di passare di nuovo da quelle parti, assolutamente.

Parole

Lista delle parole interessanti segnate nel mio taccuino, in ordine cronologico, a partire dal venti ottobre duemiladiciassette, giorno di inizio del suddetto taccuino, ad oggi, addì sei aprile duemiladiciotto, giorno di completamento del sempre suddetto taccuino: filodiffusione, intercapedine, nequizia, vernissage, ossari, quivi, assolvere, dissolvere, ottuagenario, cosmonauta, musicassette, impronosticabile, caravanserraglio, gelosia (come sinonimo di persiana), rattenere, tavola ottometrica, prillare, buonappetito / graziealtrettanto, prodromi, convolvolo, equinozio, elucubrare, mesticheria, rigagnolo, ticchettare, asfodeli, trabattello, addì.