Il megafoniere

A partire dal primo giorno della tanto attesa pensione, un signore bolognese, per passare il tempo, si era installato in Piazza Maggiore con un megafono, pronto ad argomentare ad alta voce tutti i suoi pensieri sulle vicende più disparate. Se nei primi giorni una discreta folla aveva circondato quell’anziano signore fornito di megafono, piano a piano l’interesse era scemato, lasciando ai soli piccioni l’ingrato compito di assistere per tre ore la mattina e altrettante il pomeriggio alle dissertazioni del signore bolognese. Quando tale megafoniere si era accorto dell’improvvisa inconsistenza del suo pubblico, aveva cercato in tutti i modi di risollevare l’interesse, ma non c’era stato niente da fare: caparbio, pur di non lasciare il suo posto aveva sorpreso tutti presentandosi un giorno in piazza riproducendo i suoi discorsi nel gorgogliante dialetto dei piccioni. La situazione aveva dato adito a sberleffi e imitazioni, tanto dai piccini di Bologna quanto dai più adulti, facendo divenire il signore bolognese una di quelle figure note in tutta la città; ma la cosa aveva avuto una svolta inaspettata quando il megafoniere, grazie a quella sua dote, era riuscito a spergiurare quel grave pericolo noto a tutti come l’invasione dei piccioni su Bologna. Inerpicatosi sulla torre più alta della città, la famosa Torre degli Asinelli, con il suo megafono aveva guidato il più grande stormo di piccioni mai calato su Bologna, conducendoli sulla rotta migliore per invadere Modena, la quale non venne risparmiata neppure per un centimetro dai tubanti pennuti. Una targa, affissa sopra l’ultimo gradino della Torre degli Asinelli, ne ricorda ancora oggi l’impresa.

Un incontro storico

Gliene era capitato un altro, di questi «incontri storici», con Anna Achmatova. L’aveva invitata in visita a Repino e lei ci era venuta. Lui era rimasto seduto in silenzio, e l’ospite aveva fatto altrettanto; dopo una ventina di minuti, Anna Achmatova si era alzata e se n’era andata. In seguito aveva commentato: «È stato perfetto».

[Julian Barnes, Il rumore del tempo, Einaudi]

Una vendita oculata

Considerato fin dalla tenera età lo scemo del villaggio e per questo obiettivo di scherzi e sberleffi, tutti erano rimasti sorpresi quando, a distanza di alcuni mesi dalla sua improvvisa scomparsa, era ritornato nel minuscolo paesino guidando un macchinone e vestito di tutto punto. Quando l’avevano fermato per chiedergli come avesse fatto a guadagnare tutti quei soldi in così poco tempo, lo scemo del villaggio aveva risposto che aveva semplicemente venduto tutto il paesino, con le case e gli abitanti tutti, a un ricco possidente, il quale non si era preoccupato di verificare che fosse o meno lo scemo del villaggio. Nessuno gli avrebbe mai creduto senza quel vago rumore di ruspe e macchine demolitrici che iniziava a sentirsi in lontananza.

Giusto e ingiusto

«Non riesco proprio a capire che cosa vuole dire» disse sostenuta Sofia.
«Non importa» la rassicurò il GGG. «Io non può parlare sempre giusto, qualche volta parla ingiusto».

[Roald Dahl, Il GGG, Salani]

Una piramide unifamiliare

Impressionati dalla visita fatta alle piramidi di Cheope, un ricco miliardario americano e sua moglie avevano deciso, una volta tornati a casa, di demolire la villa faticosamente costruita e di innalzare al suo posto una piramide, così da differenziarsi dai vicini e lasciare ai posteri un’immagine unica di sé. Contattati, al termine della costruzione, da diverse riviste interessate a quella innovativa abitazione, il miliardario e la moglie non avevano nascosto la propria soddisfazione nell’abitare in quella loro piramide unifamiliare. L’unico problema, avevano affermato, era solo nel piano più alto: non passava giorno che il ricco miliardario o sua moglie non rischiassero di finire schiacciati da questo o quell’altro armadio sbilencamente poggiato contro il muro. Nessuno aveva infatti pensato di fissarli in qualche maniera alle oblique pareti, ma il rischio era proprio ciò che dava un motivo in più alle loro vite da agiati miliardari americani.

Gite fuori porta

La politica non le interessava, l’arte ancora meno, di sport non capiva niente, se qualcuno le riferiva di un’infedeltà coniugale avvenuta fra il vicinato non giudicava, l’argomento che preferiva erano le previsioni del tempo perché se non c’era minaccia di temporali, di cui, come ho già detto, aveva una paura terribile, programmava saltuarie gite al cimitero.

[Magda Szabó, La porta, Einaudi]

Il paracadutista su Berlino

Si racconta che nell’anno 1983 un paracadutista in uniforme militare britannica era comparso nel cielo di Berlino e, davanti agli sguardi attoniti di un centinaio di persone, era sceso lentamente fino a posarsi in Gendarmenmarkt, ignaro del pubblico e di aver paralizzato tutta la piazza. La cosa fu tanto più sconvolgente per il fatto che l’aereo militare che doveva averlo costretto a lanciarsi in piena città non era stato visto né udito, e ancor più perché tutti si erano immediatamente resi conto che l’uniforme indossata dal paracadutista proveniva da almeno un quarantennio prima, quando la città era stata per anni sotto l’assedio dei bombardieri britannici in quella che si ricorda ancora oggi come la Battaglia aerea di Berlino. Atterrato in Gendarmenmarkt, il paracadutista aveva diligentemente raccolto il suo paracadute e chiesto in un inglese semplificato indicazioni sul modo più veloce per tornare nella sua patria, e nessuno aveva cercato di fermarlo per chiedergli spiegazioni mentre attendeva il tram e scompariva poi nella fitta rete stradale della città tedesca. Un professore che aveva assistito alla scena, intervistato da una troupe televisiva, aveva asserito che per molti la cosa era stata poco più che la normalità: tutti conoscevano storie di naufraghi creduti dispersi per anni e che erano poi approdati misteriosamente sulle spiagge di questa o di quella città, non vedeva come non fosse dunque possibile che un paracadutista della seconda guerra mondiale ricomparisse improvvisamente nei cieli di una città come Berlino. Probabilmente era semplicemente rimasto per quarant’anni sospeso in cielo, abbarbicato a qualche nuvola in attesa che i tempi si quietassero.

Un mezzo per tenere dietro alle cose

Però se parlare è difficile, scrivere è ultradifficile. Non si sa mai da dove incominciare, e dove finire. In realtà non si dovrebbe né incominciare né finire perché le cose che succedono non succedono con un principio e una fine, si diramano in tutti i sensi e vicino a una cosa ne succede sempre un’altra e un’altra ancora, così le cose succedono in tutti i sensi e in tutte le direzioni e non puoi tenergli dietro con la scrittura e un mezzo per tenere dietro alle cose che succedono gli uomini non l’hanno ancora inventato.

[Luigi Malerba, Il serpente, Oscar Mondadori]

Il Comitato della Rivoluzione

Quando il Comitato della Rivoluzione riuscì finalmente a prendere il sopravvento, per prima cosa si liberò del Grande Padrone, quindi spedì nei campi di lavoro tutti quelli che in un modo o nell’altro avevano favorito la sua dittatura. Furono dunque portati via tutti gli addetti alla sua cura personale, ma anche tutti gli appartenenti al Comitato della Propaganda, responsabili di uno spietato impegno, e quelli del Comitato dell’Istruzione, i quali avevano voluto inculcare nelle giovani menti le idee sbagliate, poi quelli del Comitato degli Alimenti per aver tenuto a dieta tutto il popolo e quelli del Comitato dei Treni per aver messo a disposizione i mezzi per portare i prigionieri nei campi di lavoro, quelli del Comitato per la Poesia Futurista perché erano corsi troppo avanti senza vedere la giusta Rivoluzione, gli Agenti Doganali per non aver favorito l’ingresso di armi nello Stato, e infine quelli del Comitato per la Pesca del Merluzzo, poiché a nessuno del Comitato della Rivoluzione piaceva il merluzzo. Quando le deportazioni furono terminate e il Comitato della Rivoluzione vide che i sopravvissuti ai rastrellamenti del Grande Padrone erano giusto qualche decina, il Comitato della Rivoluzione si rese conto di come lo Stato fosse ora completamente spopolato. Nel giro di qualche giorno c’era già chi rimpiangeva i fastosi tempi del Grande Padrone: l’idea di deportare tutti i componenti del Comitato della Rivoluzione nei campi di lavoro venne dunque votata favorevolmente.

I grandi pensatori

I grandi pensatori li abbiamo ingabbiati nelle nostre librerie, da dove essi, condannati al ridicolo per sempre, ci guardano con gli occhi sbarrati, così diceva, pensai. Notte e giorno io sento il lamento dei grandi pensatori che sono stati rinchiusi nelle nostre librerie, quei ridicoli grandi spiriti ormai ridotti come mummie sotto vetro, così diceva, pensai. […] Le nostre biblioteche sono in un certo senso istituti di pena dove noi abbiamo rinchiuso i nostri grandi spiriti, naturalmente Kant in una cella singola e così Nietzsche, Schopenhauer, Pascal, Voltaire, Montaigne, i grandissimi nelle celle singole e gli altri nei cameroni, ma tutti per sempre e in eterno, mio caro, per tutti i tempi e all’infinito, la verità è questa.

[Thomas Bernhard, Il soccombente, Adelphi, pp.77-78]