Onoreficenze

E [Sostakovic] ricevette l’Ordine di Lenin a regolare cadenza decennale: nel 1946, nel 1956 e nel 1966. Nuotava nelle onorificenze come un gamberetto nella salsa aurora. E si augurava di arrivare morto all’appuntamento con il 1976.

[Julian Barnes, Il rumore del tempo, Einaudi]

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Un adeguamento necessario

Intervistata da un giornale universitario, una poetessa era rimasta sconvolta da come le sue risposte fossero state completamente travisate dalla giovane giornalista, la quale aveva riportato erroneamente più di uno dei concetti espressi durante l’intervista. Indignata dalla situazione, aveva inviato una comunque pacata lettera in cui chiedeva la pubblicazione, nel successivo numero del giornale, di una nota correttiva da lei stessa preparata. La redazione aveva prontamente pubblicato la nota, ma, a causa del poco spazio disponibile, aveva dovuto accorciarne drammaticamente i contenuti, stravolgendone in maniera ancor peggiore i concetti. Davanti alla nuova pubblicazione, la poetessa aveva cercato un colloquio con il capo redattore per risolvere una volta per tutte la questione, ma per un inatteso taglio dei fondi e la concomitante chiusura dell’anno scolastico il giornale aveva terminato le pubblicazioni proprio dopo quel numero. Alla poetessa non era rimasto che adeguarsi alla situazione: da un giorno all’altro aveva cambiato completamente le sue idee per rispecchiare quelle espresse nell’intervista mal riuscita, ottenendo proprio per quelle idee, alcuni anni più tardi, un inaspettato nobel.

I libri secondo Saul Pegreffi

Assiduo lettore dall’età di appena sei anni, un signore di Amsterdam dalle origini italiane, tale Saul Pegreffi, aveva con gli anni accumulato talmente tanto disappunto verso certi libri che aveva letto e che non aveva apprezzato che, giunto all’età di ottant’anni, aveva deciso che era arrivato il momento per lui di lasciar perdere la lettura e di dedicarsi alla scrittura. Ciò che all’ottantenne interessava più di tutto non era però scrivere nuovi romanzi o inediti racconti, quanto piuttosto riscrivere quei libri che, durante i suoi quasi ottant’anni di letture, lo avevano ingannato con titoli poco adatti alle trame che vi erano contenute. Non era fatto insolito per il signore di Amsterdam, così come non lo è per i più assidui lettori, quello di trovarsi davanti a libri di cui, solo leggendo il titolo, si era già immaginato una certa storia, per poi essere clamorosamente smentito dallo scrittore di turno, incapace di costruire la trama giusta a partire dal titolo scelto. Così, quando alcuni anni dopo il signore di Amsterdam dalle origini italiane venne ritrovato riverso sulla sua macchina da scrivere a causa di un infarto, la sua libreria personale era stipata non più dai libri raccolti in una vita di letture, ma da decine e decine di manoscritti: fra gli altri si potevano trovare Guerra e pace di Tolstoj secondo Saul Pegreffi, o I miserabili di Victor Hugo secondo Saul Pegreffi, o anche La ricerca del tempo perduto di Proust, sempre secondo Saul Pegreffi, fino a una copia de La Bibbia secondo Saul Pegreffi, purtroppo limitata al solo vecchio testamento, dal momento che il nuovo era ancora in fase di battitura. E alcuni mesi più tardi uno studio di Harvard, condotto su un campione di mille intervistati, aveva mostrato come 875 lettori e mezzo avessero incontestabilmente preferito i libri nella versione di Saul Pegreffi rispetto a quelli originali, tanto che la Openbare Bibliotheek, dove sono attualmente conservati quei manoscritti, viene quotidianamente visitata da centinaia di persone speranzose di poter prendere in prestito uno di quei libri, sicure, almeno per una volta, di ritrovare in quei manoscritti esattamente ciò che il titolo gli preannuncia.

Ci siamo presi il lusso

I nostri incontri eran sessioni
di sguardi sorridenti
che si staccavan solo
per controllare l’ora
e tanto era fra noi lo struggimento
che spesso ci siamo presi il lusso
di non baciarci

[Michele Mari, Cento poesie d’amore a Ladyhawk, Einaudi, p.50]

Il paio di scarpe

Un povero nullatenente aveva ricevuto in regalo da un ciabattino un paio di scarpe più volte risuolate ma praticamente nuove. Pur essendo le sue attuali piene di buchi e oramai incapaci di riparare alcunché, il nullatenente aveva deciso di tenere quelle scarpe nuove da parte per quando il paio che aveva addosso sarebbe divenuto del tutto inutilizzabile. Tutto il giorno lo passava ora a rimirare quelle scarpe nuove, pregustando il momento in cui avrebbe potuto finalmente calzarle e camminare con i piedi riparati e al caldo. La sua ossessione, crescendo di giorno in giorno, lo portò in effetti a una cura inconsulta e spasmodica di quel paio nuovo, tanto che si sentì libero solo quando, tornando un giorno dal suo girovagare, scoprì che le scarpe nuove gli erano state rubate. Il nullatenente aveva guardato contento il paio pieno di buchi che aveva addosso e si era rallegrato con se stesso: era stata una fortuna che gli avessero rubato il paio nuovo e non quello ai suoi piedi, si sarebbe altrimenti trovato senza scarpe proprio nel momento in cui era per strada.

Pedoni

Correvo anch’io verso Ostia con la mia Seicento multipla, il mio accappatoio sul sedile, il costume e il flacone dell’ambra solare. Attento a non schiacciare i pedoni, mi dicevo arrivando a Ostia. Sbucavano fuori nudi come vermi, scalzi, abbronzati, pelosi. Se schiacci un pedone addio divertimento, credi di avere schiacciato uno qualsiasi solo per il fatto che è nudo, e invece hai schiacciato un padre di sei figli, un Industriale, un Finanziere, un Capodivisione, un personaggio che vale milioni e milioni come è capitato a quel tale che ha schiacciato un Ingegnere e non si vedeva che era un Ingegnere perché era nudo. È successo otto anni fa proprio sul Lungomare e sta ancora pagando, dovrà pagare non si sa per quanti anni.

 [Luigi Malerba, Il serpente, Oscar Mondadori]

Direttore d’orchestra

Un famoso direttore d’orchestra era rimasto meravigliato nel trovare, fra le tante lettere di appassionati e curiosi che giornalmente riceveva, quella di un noto industriale di Strasburgo che lo invitava a raggiungerlo per mettere in piedi la più grande orchestra di musica moderna di tutta Strasburgo e, forse, di tutta Europa. Il direttore d’orchestra, incuriosito dal dire dell’industriale di Strasburgo, l’aveva infine raggiunto ed era rimasto talmente affascinato davanti a ciò che l’industriale gli aveva proposto che aveva deciso, seduta stante, di stabilirsi a Strasburgo e di lasciar perdere i suoi altri progetti. Era infatti successo che, davanti all’enorme sala dove non meno di cinquanta dattilografe scrivevano a macchina i documenti necessari all’industriale di Strasburgo, l’industriale di Strasburgo aveva fatto notare al direttore d’orchestra quanto un tale frenetico ticchettio non dovesse andare sprecato. Da lì a qualche mese il direttore d’orchestra era riuscito così a mettere in piedi l’orchestra più innovativa dell’ultimo secolo: la prima esibizione all’Opéra di Strasburgo fu un successo inaspettato, e non sarebbe potuto essere altrimenti davanti a cinquanta dattilografe che, al ticchettio di un Brahms o di un Mahler, di un Dvořák o di un Janáček, riuscivano a produrre al contempo precise relazioni industriali e convincenti lettere pubblicitarie. Se solo un importante procedimento penale, notificatogli giusto il giorno successivo a quella prima esibizione, non avesse portato sul lastrico quel noto industriale di Strasburgo, trascinando con sé nel baratro tutta l’orchestra e il noto direttore, ancora oggi avremmo un ottimo esempio di Orchestra per Macchine da Scrivere.

Un autore caparbio

Un autore il quale ha scritto un unico lavoro teatrale che non doveva essere messo in scena se non un’unica volta in quello che a suo giudizio era il miglior teatro al mondo e soltanto da colui che, sempre a suo giudizio, era il miglior regista del mondo e soltanto da quelli che, sempre a suo giudizio, erano i migliori attori del mondo, si era appostato, già prima che si alzasse il sipario per la première, nel punto della galleria più adatto alla bisogna ma assolutamente invisibile al pubblico, e aveva puntato la sua mitragliatrice, espressamente fabbricata a questo scopo dalla casa svizzera Vetterli, e dopo che si era alzato il sipario aveva sparato un colpo immancabilmente mortale in testa a quello spettatore che a suo giudizio rideva nel momento sbagliato. Alla fine della rappresentazione erano seduti in teatro soltanto spettatori da lui mitragliati e dunque spettatori morti. Durante tutta la rappresentazione gli attori e il direttore del teatro non si erano lasciati distrarre neanche per un istante da quell’autore cosi caparbio e da ciò che era accaduto per causa sua.

[Thomas Bernhard, Un autore caparbio, in L’imitatore di voci, Adelphi, p.111]

Una eredità

In una cittadina della Vestfalia era stato a lungo trattato dai giornali il caso di un maggiordomo che, alla morte del suo ricchissimo padrone, aveva ereditato tutto il patrimonio di quest’ultimo a scapito dei legittimi discendenti. Sebbene il testamento del padrone, accuratamente custodito nella cassetta di sicurezza di un notaio, lo designasse incontestabilmente come unico erede, in molti avevano iniziato a mormorare su quel maggiordomo, tanto che in breve si era visto accusare formalmente di aver manomesso il documento a suo favore. Davanti al giudice il maggiordomo aveva giurato che il testamento non era stato da lui modificato e aveva dovuto spiegare che era stato volutamente il padrone, il quale lo aveva in odio oramai da anni, a decidere di lasciargli il suo patrimonio, proprio per coinvolgerlo in tutto quello che stava avvenendo. La causa si trascinò comunque per le lunghe, e nel frattempo in tutta la cittadina della Vestfalia non si era perso tempo a mormorare dietro a quel maggiordomo che si era arricchito da un giorno all’altro, tanto che questi si era guadagnato in un colpo solo il disprezzo delle famiglie ricche quanto del resto del popolino, e i giornali per settimane avevano continuato a sollecitare l’immaginazione di molti con quella vicenda che non volevano assolutamente archiviare. Quando infine il maggiordomo, per la disperazione, si era lanciato da una finestra dell’ultimo piano di quella ricca casa che aveva ereditato, il notaio aveva rivelato una postilla del testamento del ricco padrone, tenuta debitamente nascosta, che asseriva che, nel caso di suicidio del maggiordomo, tutto il patrimonio sarebbe tornato ai figli e alle mogli del ricco padrone, ma soprattutto che neanche un soldo dovesse essere speso per il funerale di quel maggiordomo. Il suo corpo venne così buttato in un fosso ai margini della cittadina e in pochi se ne curarono, compresi quei giornali che a lungo ne avevano parlato.

L’amavo

Non potevo uccidere lei, naturalmente, come ha pensato qualcuno. Vedete, io l’amavo. Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista.

[Vladimir Nabokov, Lolita, Adelphi, p.336]